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Pakistan, crocevia di interessi

La guerra in medio oriente sta favorendo l’ascesa di Islamabad, che grazie al sostegno di Pechino si propone come forza mediatrice. In un paese attraversato però esso stesso da conflitti e contraddizioni

Parla con Washington, ma allo stesso tempo  è un alleato cruciale della Cina. Ha un patto di mutua difesa firmato con l’Arabia Saudita, ma non ha mai fatto saltare i ponti con l’Iran, con cui confina. Da settimane il Pakistan è  sotto i riflettori del mondo per il ruolo di mediatore che si è ritagliato nella guerra in Medio Oriente. Un  profilo un po’ a sorpresa per una realtà come quella di Islamabad, che negli ultimi anni aveva fatto notizia soprattutto per la sua disastrosa situazione economica  e per le tensioni interne legate alle inchieste che hanno portato in carcere Imran Khan, l’ex stella del cricket divenuto premier alla guida di un movimento populista di matrice islamista, spazzato via nel 2022 dall’intervento del sempre potentissimo esercito pakistano e dal ritorno alla guida del governo di un politico discusso come Shehbaz Sharif. Con quale giro di giostra, all’improvviso, il Paese è riuscito a diventare il crocevia della politica globale e delle speranze di pace del mondo?

Le tensioni con l’Afghanistan

In realtà proprio il Pakistan di conflitti a fine febbraio ne aveva riaperto uno tutto suo. Le tensioni con il regime talebano in Afghanistan sono degenerate in quello che lo stesso ministro della Difesa di Islamabad ha definito uno stato di «guerra aperta» che ha provocato centinaia di morti proprio mentre gli occhi del mondo erano tutti concentrati sull’Iran. Le ragioni risiedono nell’accusa a Kabul di offrire rifugio e sostegno al gruppo dei Tehrik-i-Taliban Pakistan, i talebani pakistani (Ttp). Si tratta di un’organizzazione ombrello per una serie di gruppi armati che, dopo la riconquista dell’Afghanistan nell’agosto 2021, puntano a costruire anche in Pakistan un Emirato islamico a modello di quello instaurato a Kabul, prendendo di mira le forze dell’ordine e le istituzioni con attentati terroristici sempre più sofisticati.

Secondo l’organizzazione Acled (Armed Conflict Location & Event Data), che monitora i conflitti nel mondo, gli attacchi dei Ttp sono passati da 140 nel 2021 a 784 nel 2024. Lo scorso anno anche il numero di vittime è più che raddoppiato rispetto ai livelli del 2021. Nelle regioni periferiche la presenza dello Stato resta debole e le tensioni sociali e le difficoltà economiche si intrecciano con i problemi legati alla sicurezza. È in questo vuoto che gruppi armati come i Ttp riescono a radicarsi, sfruttando malcontento e marginalizzazione.

Frontiere porose

Nei mesi scorsi la violenza è esplosa con raid aerei su Kabul e sulle basi militari afghane, ma si sono registrati scontri anche lungo la frontiera tra i due Paesi dell’Asia meridionale, la Linea Durand di eredità coloniale. Si tratta di un confine che le popolazioni pashtun locali non hanno mai riconosciuto e che da ottobre è chiuso al passaggio delle merci, aggravando una situazione economica già precaria. Tracciata nel 1893 dall’amministrazione britannica, ancora oggi rappresenta una frontiera porosa, lungo la quale si muovono milizie, traffici illeciti e flussi di profughi.

Solo nel 2025 Islamabad ha espulso oltre un milione di rifugiati afghani nel tentativo di fare pressioni sul regime di Kabul affinché metta fine alle operazioni dei Ttp in Pakistan. Tuttavia, finora i talebani hanno sempre negato di ospitare gruppi terroristici sul proprio territorio o di averne il controllo.

La testimonianza della piccola Chiesa pakistana

Dentro a questo contesto estremamente difficile la Chiesa pakistana non ha mai chiuso il cuore ai vicini. Al contrario «prega sempre per i fratelli dell’Afghanistan», che sono «buone persone», commenta monsignor Khalid Rehmat, 57 anni, da poche settimane chiamato da Papa Leone a guidare l’arcidiocesi di Lahore, comunità storicamente importante per il Paese segnata dieci anni fa da una sanguinosa strage terroristica avvenuta nel giorno della Pasqua. Per monsignor Rehmat anche gli afghani sono vittime, come la maggior parte dei pakistani, dei «giochi di potere» dei governi della regione e per questo stanno attraversando momenti duri e difficili.

Subito dopo il suo insediamento, l’arcivescovo di Lahore si è recato in visita a una famiglia cristiana il cui figlio è morto mentre era in custodia della polizia. «Come pastore dovevo essere con loro quel giorno», afferma il presule, sottolineando come la vicinanza umana sia la prima forma di missione in un Paese a maggioranza musulmana. Un gesto semplice ma significativo in un contesto in cui le minoranze si sentono spesso senza tutela.

Una Chiesa viva nonostante le discriminazioni

Nonostante le ferite della comunità cristiana «qui c’è una Chiesa giovane, piena di vita e di energia», aggiunge l’arcivescovo. Le chiese accolgono molti fedeli e i seminari testimoniano un numero crescente di vocazioni. Monsignor Rehmat non nega però le difficoltà: «Essendo una minoranza, a volte subiamo discriminazioni e difficoltà, legate soprattutto ad alcune normative», un riferimento alle leggi contro la blasfemia spesso utilizzate contro i cristiani a scopo di vendetta personale.

A fine marzo l’arcivescovo ha rilasciato anche una dura dichiarazione contro un tribunale locale che ha validato il matrimonio di una bambina minorenne che potrebbe essere stata rapita e convertita all’Islam con la forza, un destino che negli ultimi anni ha toccato diverse famiglie cristiane in Pakistan. Ma l’arcivescovo aggiunge un dettaglio fondamentale per leggere il Paese: corruzione, abuso di potere e denaro colpiscono anche i musulmani e le altre minoranze senza distinzioni.

Il fronte “caldo” del Belucistan

Prima di tornare alla sua diocesi di origine, Rehmat per cinque anni aveva ricoperto il ruolo di vicario apostolico a Quetta, capoluogo della provincia del Belucistan, anch’essa attraversata da conflitti e violenze. Condividendo i confini con l’Afghanistan e con l’Iran, la regione rischia di diventare ancora più instabile. Da decenni qui operano gruppi indipendentisti che accusano il governo di Islamabad di sfruttare le risorse del Belucistan a scapito della popolazione locale. Gli attentati, perlopiù condotti dall’Esercito per la liberazione del Belucistan, hanno preso di mira gli investimenti e i progetti infrastrutturali cinesi nell’area, che non sempre si traducono in benefici concreti per le comunità. La popolazione locale, sottolinea l’arcivescovo, è divisa tra la paura e le speranze per il futuro, nonostante spesso prevalgano «le interferenze da parte degli altri Paesi della regione».

Gli interessi della Cina

Pechino ha investito decine di miliardi di dollari in infrastrutture, energia e trasporti in Belucistan, territorio ricco di risorse minerarie. Qui sorge anche il porto di Gwadar, diventato uno scalo fondamentale dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz durante la guerra lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Il porto è uno dei pilastri del Corridoio economico tra Cina e Pakistan (Cpec), che collega la regione occidentale dello Xinjiang al Mar Arabico. Per Pechino rappresenta una via alternativa alle rotte marittime tradizionali, mentre per Islamabad è una leva strategica. Ora la Cina sostiene di aver mediato una tregua tra Pakistan e Af­ghanistan con l’obiettivo di stabilizzare la frontiera e contenere le attività dei Tehrik-i-Taliban Pakistan, ma anche per proteggere i propri interessi economici.

Pakistan e Cina, legami sempre più stretti

Il legame tra Cina e Pakistan si è intensificato però soprattutto sul piano militare. Oltre l’80% delle importazioni di armi di Islamabad ha origine cinese. Il simbolo di questa cooperazione è il caccia JF-17 Thunder, un jet “low cost” sviluppato da Pechino ma assemblato in Pakistan. Sono proprio questi velivoli ad avere avuto un ruolo cruciale nel breve conflitto combattuto contro l’India a maggio dello scorso anno: dopo appena quattro giorni di guerra il feldmaresciallo Asim Munir, vero fautore della politica del Pakistan, ha rivendicato con successo le sue capacità militari, rafforzando così la propria posizione sul piano regionale, anche a livello diplomatico. 

A settembre, poi, il governo pakistano aveva firmato un patto di mutua difesa con l’Arabia Saudita in base al quale qualsiasi aggressione contro uno dei due Paesi verrà considerata un’aggressione contro entrambi. Un accordo che è stato descritto come un segno della solidarietà all’interno del mondo musulmano, ma che di fatto formalizza una collaborazione a lungo basata su legami storici, culturali e religiosi. Decine di migliaia di lavoratori pakistani oggi risiedono in Arabia Saudita, la quale a sua volta ha contribuito a finanziare moschee e scuole islamiche.  Una rete di relazioni a tutto campo, dunque, che Islamabad cerca di trasformare in un “capitale” da spendere nelle dinamiche di pace e sicurezza regionale.

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