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Icona decorativaIcona decorativa13 Maggio 2026 Chiara Zappa

In guerra senza armi

Attraverso l’organizzazione Community Peacemaker Teams, squadre internazionali di attivisti nonviolenti operano in aree di conflitto per proteggere le comunità e documentare le violazioni: «Diamo forza a chi lotta per la pace e la giustizia»

Sono nella Cisgiordania messa a ferro e fuoco dai coloni estremisti, nella foresta colombiana infestata dai paramilitari, nel Kurdistan siriano che teme il ritorno dell’Isis, nella terra di nessuno tra Messico e Stati Uniti. Con le loro squadre, composte da membri effettivi e riservisti, presidiano alcuni degli angoli più caldi di un pianeta in fiamme. E, davanti al pericoloso ritorno della forza come strumento per gestire le relazioni internazionali, questi “soldati della pace” operano con la sola arma della presenza che si fa difesa e testimonianza: un messaggio in controtendenza di fronte alla cultura del riarmo che dilaga anche in Europa.

Loro sono i membri di Community Peacemaker Teams (Cpt), un’organizzazione nata quarant’anni fa nel contesto della Chiesa americana mennonita (il nome originario era Christian Peacemaker Teams) con l’idea di formare giovani pronti a partire per i luoghi di conflitto e sostenere le comunità locali impegnate nella de-escalation e nella difesa della giustizia. «Le nostre squadre amplificano le voci dei pacificatori che rischiano ritorsioni anche gravissime per le loro azioni contro sistemi di violenza e oppressione», conferma Caldwell Manners, indiano di etnia kasi che per otto anni ha operato con Cpt sul campo e che oggi, dalla sede di Shillong, ne coordina la comunicazione. Il gruppo conta attualmente una trentina di operatori fissi e quasi duecento riservisti, provenienti da tutti i continenti, che si impegnano a prestare servizio per alcune settimane all’anno.

Come operano concretamente le squadre sul territorio?
«Ogni team ha un approccio diverso a seconda della situazione, ma uno degli aspetti più importanti del nostro lavoro è l’accompagnamento fisico di attivisti e difensori dei diritti umani nello svolgimento delle loro attività. Nei luoghi in cui i nostri partner rischiano la vita e magari hanno ricevuto minacce esplicite da gruppi paramilitari, come per esempio in Colombia, li scortiamo negli spostamenti sia per essere testimoni di ciò che accade sia perché la nostra presenza funga da deterrente contro possibili aggressioni. In un contesto come la Cisgiordania, invece, dove anche l’istruzione è usata come strumento di controllo dalle forze di occupazione che gestiscono i movimenti degli studenti e il loro accesso alle scuole, accompagniamo i bambini e gli insegnanti monitorando i posti di blocco gestiti da militari e coloni e documentando le violazioni dei diritti umani. Il nostro ultimo rapporto, uscito a gennaio, testimonia tra l’altro le quotidiane perquisizioni delle cartelle ma anche l’uso della forza contro i minori e addirittura la loro detenzione, oltre alla chiusura arbitraria dei checkpoint nell’area delle colline a sud di Hebron».

La presenza protettiva, dunque, si affianca anche alla denuncia.
«Noi documentiamo ciò che vediamo e poi mettiamo a disposizione i dati raccolti, che spesso vengono utilizzati da gruppi di attivisti, istituzioni e giornalisti. Il nostro team a Lesbo, per esempio, si occupa principalmente di osservare le udienze in tribunale che coinvolgono migranti o richiedenti asilo. Spesso queste persone sono accusate di traffico di esseri umani, ma non parlano greco e incontrano il loro avvocato d’ufficio solo cinque minuti prima di entrare in aula. Noi osserviamo e registriamo ciò che accade durante l’udienza: non possiamo intervenire legalmente ma collaboriamo con altre organizzazioni che forniscono supporto legale ai migranti. In passato il nostro lavoro di documentazione, come nel caso dell’Iraq e degli abusi nel carcere di Abu Grahib, ha fornito materiale per importanti inchieste giornalistiche che hanno portato alla luce gravi violazioni».


Ma non è pericoloso difendere i diritti senza usare le armi?
«In alcuni contesti l’aspetto del pericolo fisico è reale, perché in zone di conflitto la violenza, anche se spesso è mirata, a volte trabocca. Io l’ho sperimentato personalmente in Colombia, dove ho assistito ad attacchi ai nostri partner e dove stare a fianco di una comunità minacciata mette in pericolo anche gli operatori. Questa presenza, tuttavia, riduce la possibilità di aggressioni, e dunque per noi è questione di una costante negoziazione su quanto spingerci nel rischiare e quando fare un passo indietro. Anche perché, da un punto di vista molto pratico, in alcuni Paesi la presenza di osservatori internazionali ha un peso maggiore rispetto ad altri i cui governi non temono le conseguenze di ciò che possiamo denunciare, o si sentono liberi di negarlo del tutto. Vorrei anche aggiungere che la violenza va pensata in termini più ampi, strutturali. Molti dei nostri compagni di squadra sono stati deportati dalla Palestina dal governo israeliano ed è stato loro vietato di rientrare nel Paese, mentre di recente diversi nostri attivisti che fanno parte del movimento di solidarietà indigena sono stati arrestati a Toronto. Le conseguenze dell’impegno pacifico possono essere molteplici».

Tra i vostri obiettivi dichiarati c’è anche il tentativo di “smantellare le strutture di oppressione”. Che cosa intendete?
«La pace non è solo il cessate il fuoco, ma passa attraverso la trasformazione di modelli di convivenza basati sull’oppressione o la marginalizzazione di gruppi o settori sociali. Quindi, a fianco della riduzione della violenza e alla costruzione di comunità forti e autosufficienti, un aspetto importante del nostro lavoro è anche la formazione e la sensibilizzazione, sia interna sia nei confronti dei nostri partner locali e delle organizzazioni con cui collaboriamo, sulle strutture di oppressione in termini di etnia, di genere, di abilità fisiche, o sui rapporti coloniali. A El Guayabo, dove ho lavorato, abbiamo sostenuto un movimento che lottava per i propri diritti sotta la guida di una donna, Chela, in un contesto molto radicato in sistemi di leadership maschile e in una cultura patriarcale che spesso si esprime in forme violente. Alcune dinamiche, che possono riguardare ogni contesto, sono amplificate in luoghi di conflitto».

In quali occasioni sentite di poter dire che il vostro impegno ha avuto successo?
«Riuscire a fare sentire le voci delle vittime dei conflitti rappresenta già un successo, perché cambia la narrazione di queste guerre e influenza l’opinione pubblica internazionale, che a sua volta può fare pressione sulla politica. Allo stesso tempo, ci sono diverse piccole vittorie che abbiamo celebrato in questi anni: comunità che hanno ottenuto titoli di proprietà sulla terra che era stata loro sottratta, o denunce di violazioni che hanno portato a sanzioni contro chi le aveva perpetrate. Certo, sono risultati di cui ci si rende conto a posteriori e che in buona parte sono fuori dal nostro controllo, quindi nel momento in cui sei nel mezzo del lavoro a volte è difficile non scoraggiarsi. La pace è qualcosa verso cui ci muoviamo, che speriamo e per cui lavoriamo».

Ma un approccio “pacifista” che cosa può dire al mondo in un momento in cui la forza è tornata a imporsi come strumento principale per determinare i rapporti internazionali?
«La nonviolenza può essere dipinta come idealistica, perché la violenza a volte sembra insormontabile. Tuttavia, essa ci dà l’opportunità di re-immaginare come vogliamo vivere, portandoci a ripensare i nostri sistemi di convivenza, di giustizia, economici, di rapporto con l’ambiente: la guerra scoppia perché questi sistemi sono iniqui. Quindi penso che il ruolo degli operatori di pace sia riconoscere che anche noi, come individui, viviamo in strutture di violenza, dalla società alla politica, e invitare le persone a sfidare le convenzioni e a essere creative su come condividiamo questa terra, su come commerciamo eccetera, perché non possiamo avere un mondo nonviolento se ci sono poteri dominanti che schiacciano le comunità. È una sfida che ci riguarda tutti e che dobbiamo affrontare collettivamente. Mi vengono in mente le parole dell’artista e attivista aborigena australiana Lilla Watson: “Se sei venuto qui per aiutarmi, stai sprecando il tuo tempo, ma se sei venuto perché la tua liberazione è legata alla mia, allora lavoriamo insieme”».

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