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Iran e Usa continuano a bombardarsi in Iraq

Ricordate quando qualche settimana fa Teheran e Washington sembravano sull’orlo della guerra dopo l’uccisione del generale Soleimani? Nonostante siano entrambi i Paesi siano alle prese con il Coronavirus continuano a bombardarsi a vicenda. Sempre sulla pelle degli iracheni
  Tra le notizie che quasi nessuno racconta oggi nel mondo concentrato solo sull’emergenza Coronavirus ce n’è una che ci riporta a un fatto che invece solo qualche settimana fa aveva riempito le pagine dei giornali. Era il 3 gennaio e con un raid portato a termine da un drone all’aeroporto di Baghdad l’esercito degli Stati Uniti colpiva il convoglio del generale Qasem Soleimani, l’uomo forte di Teheran per il sostegno alle milizie alleate dell’Iran in Siria, in Iraq, in Libano, nello Yemen e negli altri Paesi del Medio Oriente. Come si ricorderà quell’omicidio mirato suscitò un escalation che per alcuni giorni fece pensare al pericolo di un conflitto a tutto campo tra Iran e Stati Uniti. E in questa vicenda – nel mezzo di una serie di raid missilistici – si inserì anche la tragedia del Boeing ucraino abbattuto per errore dagli iraniani, con la morte di 176 persone a bordo. Ecco la notizia di queste ultime ore è che – in un Iraq senza un governo e anch’esso alle prese con l’epidemia del Coronavirus – sono ricominciati questi pericolosissimi giochi di guerra. Mercoledì c’è stato un attacco missilistico contro Camp Taji, una delle principali basi militari della coalizione a guida Usa in Iraq. Due soldati americani e uno britannico sono rimasti uccisi e quattordici tra soldati e contractors sono rimasti feriti. Non è stato difficile per il Pentagono attribuire l’azione a una delle milizie filo-iraniane presenti in Iraq e così questa mattina è scattata la ritorsione: sono stati bombardati in Iraq cinque diversi obiettivi delle Unità Popolari di Mobilitazione, la principale milizia sciita, causando cinque morti. La speranza è che almeno l’aggravarsi della situazione del Coronavirus sia a Teheran sia a Washington li spinga a fermarsi qui. Tra l’altro tutto questo succede sulla pelle di un Paese che resta attraversato da una grave crisi politica: il parlamento iracheno ha sfiduciato Mohammed Tawfiq Allawi, il politico a cui era stato assegnato l’incarico di formare un governo dopo le dimissioni del premier Abdul Mahdi, giunte sulla scia delle proteste di piazza che da mesi scuotono l’Iraq puntando il dito proprio contro il demone del confessionalismo alimentato dalle potenze straniere. Rimangono per questo attualissime le parole che scriveva a gennaio da Baghdad il cardinale Luis Sako: «Il nostro Paese è stato trasformato in un’arena dove regolare conti, piuttosto che essere una patria sovrana. Eleviamo le nostre preghiere a Dio Onnipotente affinché doni all’Iraq e alla regione quella pacifica, stabile, sicura “vita normale” che desideriamo».

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