Il mare ci chiede conto
Di fronte al silenzio che ha circondato l’ennesima strage di un migliaio di migranti nel Mediterraneo durante il ciclone Harry, si levano le voci dei vescovi della Calabria e dell’arcivescovo di Palermo. Mentre don Mattia Ferrari, cappellano della nave Mediterranea Saving Human, celebra una Messa a bordo di una barca a vela. Don Mattia porterà la sua testimonianza al Centro Pime di Milano il 4 marzo
«Le martoriate acque del Mare Nostro sono ancora scosse e scandalizzate dall’ennesima strage consumatasi nel più assoluto silenzio gridato da precise scelte politiche – di ieri e di oggi – colpevolmente dimentiche dei diritti inalienabili dell’essere umano, in violazione del diritto internazionale e delle convenzioni sul soccorso». È quanto scrive l’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, in un messaggio inviato ieri 22 febbraio a Mediterranea Saving Humans, mentre nel porto di Trapani venivano commemorate le vittime dell’immigrazione, in particolare quelle che hanno perso la vita durante il ciclone Harry, un migliaio di persone secondo le organizzazioni umanitarie. Una quindicina i corpi finora recuperati lungo le coste di Calabria e Sicilia.
La presenza di oggi – scrive l’arcivescovo – «è un segno forte e prezioso, un richiamo chiaro a sconvolgere il silenzio e a svegliare il sonno degli occhi di noi tutti, narcotizzati da scelte politiche che pianificano l’oblio di quanti continuano ad attraversare il mare in cerca di vita, di libertà, di pace, forti del diritto di ogni uomo e di ogni donna alla mobilità». E aggiunge: queste vittime «sono l’ennesimo frutto delle scelte disumane dell’Europa e dell’Italia capaci solamente di legiferare contenimento e abbandono e di colpevolizzare come criminali quanti prendono il largo come “pescatori di uomini di donne” in balia delle onde».
«Questi corpi umani che il mare ha riconsegnato – aggiunge in un pesante atto di accusa – sono una chiara denuncia di chi per mera propaganda populista rivendica il risultato della riduzione degli sbarchi. Questi sono corpi umani. Come i nostri. Con una loro storia, relazioni, desideri, sofferenze, attese. Abbiamo negato loro il diritto a una vita dignitosa, alla mobilità, alla libertà. Non li abbiamo accolti. Non siamo andati a cercarli sulla rotta del Mediterraneo centrale. Abbiamo ora il dovere, con la cenere in testa, di porre in essere le procedure necessarie per l’identificazione dei corpi riaffiorati e di dare certa e degna sepoltura alle vittime. Non possiamo disattendere la richiesta dei familiari che, dilaniati dalla sofferenza, cercano i propri cari».
Di fronte a tutto questo, insiste l’arcivescovo, «siamo chiamati a reagire, non come esponenti di un partito o tifosi di una squadra, ma come donne e uomini che vogliono rimanere fedeli al senso dell’umano. È l’umanità a essere in gioco simbolicamente nel Mediterraneo, quell’umanità che pare progressivamente sparire dall’orizzonte della politica contemporanea, dominata dalle derive nazionalistiche, dalla competizione spietata, dalla guerra ai poveri e ai migranti, dal rifiuto dell’altro. Sembrano essere questi oggi i principi dell’azione politica, esibiti senza vergogna, sbandierati come valori. Non cessiamo di dare voce, con il nostro impegno concreto e operoso, a quanti nel Mediterraneo continuano a trovare morte piuttosto che vita. Diamo forma ai loro sogni».
Ringrazia per il messaggio don Mattia Ferrari, cappellano della nave Mediterranea Daving Human, che ha celebrato una Messa a bordo della barca a vela Safira, già usata in missioni di soccorso in mare. «Davanti ai recenti naufragi, che hanno segnato la strage più grande nel Mediterraneo di questi anni, c’è stato silenzio e indifferenza – scrive don Mattia, puntando il dito anche contro il mondo dell’informazione -. Chi ha parlato di loro? Chi ha pianto per loro? Questo ha segnato un’ulteriore ferita alla loro dignità calpestata».
E proprio per rimettere al centro le persone, le loro storie, le loro sofferenze e i loro lutti, don Mattia ha preso contatto con familiari e amici di molte vittime: «Ci hanno chiesto di non dimenticarli, di pregare per loro, di restituire loro la dignità di fratelli e sorelle. Per questo motivo con Mediterranea Rescue e Refugees in Libya e con le Chiese della Sicilia abbiamo deciso fare un gesto semplice e umile: andare in mare con la barca a vela Safira, già usata in missioni di soccorso e lì pregare per loro, con la S. Messa, una preghiera musulmana e un’orazione civile. Abbiamo pregato per le vittime e per i loro familiari e amici, abbiamo chiesto perdono a Dio e a loro per la nostra indifferenza e la nostra chiusura, e abbiamo invocato il dono della conversione dei cuori».
Oltre all’intervento dell’arcivescovo Lorefice, hanno ricevuto molti altri messaggi arrivati di vescovi, preti, suore e laici dell’Italia, di tutto il Mediterraneo, dei Paesi dell’Africa subsahariana da cui provenivano le vittime, degli Stati Uniti, dell’America Latina e delle Filippine. «Tutti loro, in tutto il mondo – scrive don Mattia – ci hanno detto che oggi si sono uniti spiritualmente alla nostra preghiera. Sulla barca c’era una delegazione, ma in comunione con noi c’era una moltitudine enorme della Chiesa e di persone di buona volontà».
«Nel mistero pasquale anche il dolore di queste ingiustizie viene riscattato: quell’amore che Cristo ci ha donato riscatta gli esclusi e gli oppressi, li eleva nella gloria del Cielo e dà a noi che ancora siamo sulla Terra la forza di lottare e di servire, donando noi stessi. La salvezza non viene dalla gloria di questo mondo che il diavolo offre a Gesù nelle letture di oggi, ma dalla Croce di Cristo, dall’amore viscerale (splagchnizomai), che viene da Dio ed è presente in ogni persona che dona se stessa, come Cristo ha fatto nella Sua Pasqua, il cui memoriale perenne ci ha donato nell’Eucaristia. Ecco perché abbiamo voluto che l’Eucaristia fosse celebrata lì, in mare, perché sappiamo che Dio é con loro e che solo se con umiltà saremo con loro ci salveremo».
Di seguito, il messaggio dei vescovi della Calabria
Un salvagente arancione. È quello che il comandante della Guardia Costiera di Tropea ha riconosciuto tra le onde, prima ancora di capire che attorno a quel salvagente c’era ancora un uomo. O quel che ne restava. Quella macchia di colore nel grigio del Tirreno è diventata, per noi, il simbolo di questa stagione: una vita che aveva cercato di salvarsi, e non ce l’aveva fatta.
Da Scalea ad Amantea, da Paola a Tropea, da Pantelleria a Custonaci: le coste della nostra terra e della Sicilia hanno accolto nelle ultime settimane almeno quindici corpi senza nome, restituiti dal Mediterraneo dopo i naufragi silenziosi che il ciclone Harry ha consumato tra il 15 e il 22 gennaio. Secondo le organizzazioni umanitarie, i dispersi totali potrebbero essere un migliaio. Un numero che non è una statistica: è una comunità intera inghiottita dal mare mentre l’Europa guardava altrove.
Noi vescovi di Calabria non possiamo tacere.
Lo diciamo con il dolore di pastori che riconoscono in quei corpi anonimi la dignità inviolabile di ogni essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio. Lo diciamo con la fermezza di chi sa che il silenzio, in certi momenti, diventa complicità. Lo diciamo consapevoli che quello che sta accadendo non è una tragedia isolata.
L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni certifica che nei primi mesi del 2026 i morti sono triplicati: 452 vittime nel solo mese di gennaio, contro 93 dell’anno precedente. Meno arrivi, più morti.
Il nostro primo pensiero e la nostra preghiera di pastori sono rivolti a ognuno di loro, ai loro cari rimasti in patria o che forse li stanno attendendo.
Ai nostri fedeli chiediamo di non abituarsi. Di non lasciare che la notizia di un altro corpo trovato in spiaggia diventi ordinaria amministrazione. Il comandante Durante si è gettato tra le onde per recuperare quel che restava di un uomo. Vogliamo che la nostra Chiesa sia capace della stessa umanità. Dobbiamo pregare per alimentare la speranza, vincere la nostra indifferenza e aprire spazi di accoglienza prima di tutto nella nostra mente e nel nostro cuore.
Chiediamo alle istituzioni italiane ed europee di essere all’altezza della migliore tradizione di civiltà del nostro paese e del nostro continente che crede nella sacralità di ogni essere umano e soprattutto se in difficoltà lo accoglie e se ne prende cura. Chiediamo quindi di aprire corridoi umanitari sicuri per chi fugge da guerre, persecuzioni e miseria.
Chiediamo che le procure di Paola, Vibo Valentia e Trapani ricevano ogni risorsa necessaria per dare un nome a chi è stato restituito dal mare e per accertare le responsabilità.
Chiediamo che si smetta di misurare il successo di una politica migratoria contando solo chi arriva senza considerare chi muore.
Il mare ci chiede conto. Quei morti ci chiedono conto e noi non possiamo rispondere con il silenzio.
I Vescovi della Conferenza Episcopale Calabra
22 febbraio 2026
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