Via Vitae e Via Crucis
Una visita in un reparto di neonatologia e le ultime parole di Gesù sulla croce: padre Alberto Caccaro invita a ritrovarvi lo stesso incanto e la stessa promessa
«So per certo, non vi è quiete più giusta
di un ventre materno,
dentro infatti, vi cresce il paradiso in carne ed ossa».[1]
Qualche giorno fa, con Lorenzo, medico neonatologo, sono stato in visita a una clinica milanese, “la sala parto di Milano”. Non l’unica, certo, ma forse quella più centrale, dove nascono ogni giorno tra i venti e i venticinque bambine e bambini. La neonatologia è una branca della pediatria che si occupa della cura dei neonati durante i primi 28 giorni di vita, tanto più se nati prematuri o malati. Lorenzo, con molti altri colleghi della clinica, è dunque il medico dei primissimi giorni e ha l’arduo compito di incoraggiare il passaggio … a questa vita!
In quella breve ma intensa visita, mi ha fatto percorrere tutti i passaggi che una madre deve affrontare per dare alla luce la sua creatura. Sono entrato in alcune sale parto dove era appena avvenuto il miracolo della nascita e, con lo sguardo alle lenzuola ancora stropicciate dal travaglio, mi è venuto spontaneo recitare in cuor mio un’Ave Maria per quella mamma, quel papà e il loro bambino appena nato. Lorenzo mi raccontava che si è reintrodotta la consuetudine di appoggiare il bambino, appena dopo il parto, sul petto della mamma, pelle-a-pelle, senza altri veli se non un panno che avvolge entrambi, ma che non impedisce il contatto placido dei loro corpi, quasi a ricreare l’ambiente che il piccolo, nascendo, ha appena lasciato.
Sono momenti delicatissimi, di passaggio e di trauma, di sdoppiamento dell’uno in due, di separazione dei corpi che, proprio perché hanno vissuto insieme per mesi, avvertono ancora il bisogno di cercarsi e di scaldarsi. E così avviene, con il piccolo adagiato sul petto, già capace di intuire e di orientarsi alla fonte del suo nutrimento: il seno della madre, pronto a rispondere. In quegli istanti, infatti, da quella fonte, come d’istinto, alcune gocce di latte fuoriescono e non è un caso che l’odore e il sapore di quelle gocce siano gli stessi del liquido amniotico dove, poco prima, il bambino aveva preso forma e vita. Ma accanto a questo prodigio – mi raccontava Lorenzo – se ne aggiunge un altro: i battiti dei loro cuori, poco prima accelerati dal travaglio, dal parto e dal venire alla vita, ora, proprio in quel pelle-a-pelle, cercano l’uni-sono e ritrovano la calma. Da parte mia, mi sono chiesto cosa potrà mai sussurrare una mamma al suo bambino in quel frangente così primo, così intenso, così assoluto.
Nel raccontarmi queste cose sentivo in Lorenzo la passione per la sua professione medica, ma anche lo stupore grato – dopo più di vent’anni di lavoro – per una simile responsabilità: partecipare al miracolo della vita nascente. Il giro tra quelle sale, tra quei corridoi, tappa dopo tappa, stringendo la mano ai molti colleghi di Lorenzo, osservando la loro dedizione e il considerevole dispiegamento di mezzi, mi è apparso come una “Via vitae”, una via della vita, qualcosa come un paradiso in terra. Anzi, ad un certo punto, sono state proprio le mani di un’infermiera ad attirare la mia attenzione. Era così disinvolta, così sicura nei suoi gesti mentre aveva tra le mani un bambino piccolissimo, che ho sentito quelle mani non solo forti e certe, ma anche soffici e candide come nuvole di cielo, culla per il corpo e per l’anima di quel bambino appena nato. «Era ostetrica, pronta alla vita» – scrive Roberta Dapunt della nonna levatrice – così solerte nel tenere «tra le dita i corpi bianchi appena nati [… che] a ogni figlio a fior di labbra, / parlava una preghiera».[2]
Quello stesso giorno, di venerdì, la sera, altre circostanze mi hanno portato da tutt’altra parte a celebrare una Via crucis quaresimale sulle rive del fiume Ticino, a Coarezza nel comune di Somma Lombardo (Va). Mi era stato chiesto di commentare le parole di Gesù sulla croce, «Oggi, con me, tu sarai in Paradiso» (Luca 23,42). Memore della visita del mattino presso la clinica ho detto, non senza azzardo, a chi camminava con me lungo la Via crucis che quelle stesse parole potevano essere sussurrate da una madre al suo bambino appena nato e disteso sul suo petto: «Oggi, con me, tu sarai in Paradiso»! «Hey, piccolo, oggi-con-me-in paradiso»!
L’evangelista Luca ha una sola espressione per indicare il tempo ed è “oggi”. Tutto ciò che accade nel suo Vangelo, accade “oggi”, per indicare che la vita si dispiega nell’eterno “oggi” di Dio. A proposito di Zaccheo, per esempio, Gesù dice: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo» (Luca 19,9). E al buon ladrone, «Oggi, con me, tu sarai in Paradiso»! Ma cosa volete che prometta una madre al suo figlioletto, disteso per la prima volta sul suo petto, se non … il paradiso? «Oggi-con-me-in paradiso. Sarà paradiso la nostra vita insieme, la cameretta che ti abbiamo preparato, la famiglia che ti ha desiderato, i primi passi ed anche gli ultimi, la tavola pronta ogni giorno, i fratellini e le sorelline che verranno dopo di te, e tanto altro, qui ed ora, oggi, con me, con noi sarà paradiso!». Niente di meno!
Da parte mia, ho solo connesso gli ultimi istanti della vita di Gesù e di quell’uomo, con i primissimi di ogni bambino che viene al mondo: lo stesso incanto, la stessa promessa. Eppure, non senza azzardo, non senza paura, non senza il dubbio mi sono chiesto: Gesù avrà mantenuto la sua promessa? Ed ogni mamma, quando promette il paradiso ai suoi figli, insieme al loro papà, sapranno mantenere la promessa? Ho concluso parlando di me e di come mia mamma e mio papà abbiano, a loro modo, mantenuto quella promessa sulla mia vita e sul mio destino legando, con la loro fede, la Via Vitae e la Via Crucis come in un abbraccio.
Non mi ero mai espresso in questi termini, ma quella visita lungo la Via vitae alla clinica e quella Via crucis serale sulle rive del Ticino sono stati due eventi concomitanti come l’accadere d’un unico paradiso e a testimonianza di quanto sia vera la promessa di un eterno-terreno-celeste abbraccio.
La mattina, avevo chiesto a Lorenzo cosa succede con i bimbi prematuri, quale soglia devono almeno raggiungere, quante settimane minime di gravidanza devono passare perché possano farcela? «Ventitre settimane dice la scienza ma in questi casi, tutti drammaticamente singolari e unici, noi facciamo così: prima ci affidiamo e solo dopo … lottiamo, accompagnando mamma e papà dentro una storia che non può essere solo la loro». Il venire al mondo, come il congedarsi, la Via Vitae come la Via Crucis esigono altezze e profondità commisurate alla posta in gioco che è la nostra vita e il paradiso promesso in quel primo abbraccio. Niente di meno!
Non è un caso che Dante abbia giustificato la resurrezione dei corpi, dei nostri corpi, non tanto e non solo per noi, o per chissà quali ragioni teologiche, ma per ridare alle nostre mamme e ai nostri papà la gioia di poterci abbracciare di nuovo come quel primo giorno, su quel petto, accanto a quel seno: finalmente dentro l’uni-sono dell’ “oggi” eterno di Dio:
«forse non pur per lor, ma per le mamme,
per li padri e per li altri che fuor cari […]» (Paradiso XIV, 64-65).
Così sia.
[1] R. Dapunt, La terra più del paradiso, Einaudi, Torino 2008, p. 33.
[2] Ibid., p. 16.
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