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In patria sono straniero, appartengo alla missione

Chiedere un caffè fuori Italia vuol dire ricevere una bevanda lunga dal sapore incerto. Ma passi: mica possono sempre metter su la moka… Doverlo però ordinare a una macchina anonima con la carta di credito, in aeroporto a Singapore, è quasi deprimente. Non ho neanche lo pazienza di leggere bene le istruzioni. Mi sembra di avere sbagliato. Ripeto la procedura. Ma al banco poi di caffè ne arrivano due.

So che farà freddo allo sbarco a Roma a inizio dicembre. In borsa ho un maglioncino e un giubbino. Non è un inverno rigido nella capitale, ma il tonfo improvviso dai 35 gradi in Papua Nuova Guinea me lo fa sentire tale. Le cose peggiorano a Milano un paio di settimane dopo. E alla Messa di mezzanotte a Natale, nella parrocchiale gelida del mio paese, sulle Prealpi bergamasche, tremo visibilmente, all’omelia mi si seccano le labbra e la lingua, sento folate di aria fredda scendere dalla cupola del presbiterio direttamente dietro la schiena. Chierichetti e fedeli pure non se la godono, ma nessuno soffre come me. I numeri alla Messa di mezzanotte non solo male. I banchi sono quasi pieni. Come una domenica ordinaria decenni fa (ora invece solo venti persone mi dicono) quando il paesello era piccolo, ma c’erano bar, negozi di alimentari, scuole, parroco e parrocchia, le mucche e le pecore per strada, la fienagione in estate, la neve in inverno… Non c’è più niente. Solo case isolate di gente che sta per conto suo, esce dal paese al mattino per scuola e lavoro, torna la sera per cena e riposo.

Il silenzio è inusuale per me nel luogo di residenza a Milano. Grande edificio, locali ampi e scaloni come piacevano in passato. La stanza elargita con grande generosità. Ma si arriva senza incontrare nessuno, eccetto chi ti consegna il badge; e si parte senza più salutare l’antico portinaio. E meglio essere attenti a non dover tornare indietro, perché quella chiave di plastica (il badge, appunto), programmata per aprire tutte e solo le porte che ti sono consentite, quando esci per l’ultima volta non è più con te. Gli usci si chiudono alle tue spalle senza possibilità di riaprirsi. Un incubo tra Natale e Capodanno quando in giro non c’è nessuno. Tutto normale invece per chi del sistema fa parte e ci vive senza patemi. Io non sono portato a parlare della mia vita in missione. È un difetto, lo so. Le conversazioni quotidiane quindi in Italia sono da anziani. Quasi tutti, amici e parenti, sono in cura da qualche medico per qualche patologia vera o presunta, nuova o pregressa. Chi non ha nessuna malattia la teme, la immagina, se la fa venire. Si vive a lungo (se non ci si becca un tumore a qualsiasi età) ma nella solitudine, quasi nell’ansia, senza una vera ragione di vita eccetto i nipoti, che ogni generazione produce sempre meno. I millennials – sento dire a mo’ di battuta – si accontentano del gatto. Castrato.

Per quasi un mese vivo un evidente schock culturale da rientro in patria. Il 31 dicembre riparto. Il 2 gennaio al consolato italiano di Brisbane, in Australia, mi aspettano per l’immeritata e roboante onorificenza di Ufficiale dell’Ordine della Stella d’Italia. Ma a sessantacinque anni il mio corpo e la mia psiche appartengono alla Papua Nuova Guinea, a un ambiente caldo e tropicale, tribolato ma giovane, povero ma pieno di speranza. Per l’ultimo tratto di strada e scorcio di vita, a Dio piacendo

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/in-patria-sono-straniero-appartengo-alla-missione

Padre Giorgio Licini è missionario del Pime in Papua Nuova Guinea, già segretario generale della Conferenza episcopale del Paese

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