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Crescere

Preti, missionari, religiosi che operano nella diocesi  di Dinajpur, e rappresentanti delle congregazioni religiose femminili si radunano periodicamente per giornate di valutazioni, scambi di idee, preghiera, programmazione. Il 25 marzo scorso era in programma uno di questi incontri, quando, poche ore prima dell’inizio, una comunicazione del vescovo ci sorprese un pò: presentatevi entro le 17, perché ci sarà un avviso importante da Roma.

I pochi “vaticanisti” disponibili fra noi spiegarono: le ore 17 qui sono le ore 12 a Roma, e questo è proprio il momento in cui il Vaticano comunica decisioni importanti, perché ogni chiesa locale si regoli secondo il proprio fuso orario, si metta in contatto, e la notizia venga diffusa contemporaneamente in tutto il mondo… Lo sapevate? No? Neppure io…

Dunque? Dunque alle 17 in punto, ora locale, il vescovo di Dinajpur ha annunciato a preti e suore radunati nella cattedrale che in Bangladesh si costituirà una nuova diocesi, su un territorio “ritagliato” dalle diocesi di Dinajpur e di Rajshahi.

Da tempo la faccenda era in discussione, quindi la sorpresa non è stata poi tanto grande. E il vescovo? Su chi fosse non si sapeva nulla: segreto pontificio rigidamente osservato ma ora rivelabile: si tratta di padre Paul Gomes, diocesano di Rajshahi, attuale rettore del seminario teologico nazionale a Dhaka. Caso raro: tutti contenti per la scelta del vescovo; i diocesani perché è un diocesano, e i religiosi perché sembra proprio l’uomo adatto, anche se non è un religioso…

Quanto al Pime, fra noi si commenta: «C’era proprio bisogno di avere altre strutture, uffici, incarichi?», ma ci ricordiamo con piacere che la nuova diocesi avrà come sede una delle più antiche parrocchie del nord, fondata dal nostro Istituto, e quindi un pò di “gloria” ce la prendiamo anche noi.

Nuova diocesi. Viene spontaneo fare i conti: con quest’ultima in arrivo, quante ne abbiamo in Bangladesh? Dinajpur festeggia l’anno prossimo il centenario della sua istituzione, nel 1927; aveva un territorio vastissimo, ma con la separazione del Pakistan dall’India, la parte più ampia è rimasta al di là del nuovo confine politico. Quando arrivai in Bangladesh, nel 1978, conobbi anche le altre tre diocesi: Dhaka, Mymensingh, Chittagong. Allora le diocesi erano quattro, e ora sono nove: più che raddoppiate in poco più di quarant’anni. I fedeli costituiscono un “mosaico” di culture, lingue e situazioni sociali diverse. Oltre ai bengalesi, per lo più discendenti di fedeli cristianizzati nelle aree di Dhaka e di Chittagong da commercianti e missionari portoghesi, ci sono gruppi di minoranze con lingue e costumi diversi: santal, orao, munda, bormon, garo, tripura, mrong, marma e altri. Ci sono anche diverse traduzioni della Bibbia e della liturgia nelle loro lingue. Oltre al Pime, hanno operato fra loro missionari e missionarie della Santa Croce, canadesi e americani, e Saveriani, italiani. Recentemente altri ancora sono arrivati: Oblati di Maria Immacolata, Salesiani di don Bosco e Salesiane di origine francese, Gesuiti, Suore “Mariste” di varie nazionalità, Terz’ordine regolare di San Francesco, Cappuccini (e forse dimentico qualcuno…).

Assieme ai cattolici sono da ricordare varie altre denominazioni cristiane, alcune tradizionali – come Luterani e i Battisti – o di origine recente, anche locale, come il gruppo che si è dato il nome “Talita Kum”, in aramaico “Fanciulla, alzati”, le parole tenerissime con cui Gesù diede vita alla figlia del capo di una sinagoga, appena morta (cfr. Mc 5, 41). Non so perché abbiano scelto quel nome…

Mi pare che i cattolici siano cresciuti grazie a una presenza missionaria che cercava e tuttora cerca di armonizzare l’intervento sociale a favore di poveri, ammalati, analfabeti, a prescindere dalla loro religione, con la preparazione e l’accoglienza nella comunità cristiana, per chi la richiede, attraverso catechesi, canti, liturgie che danno una “forma” e un volto a queste nuove comunità.

Qualche anno fa, mentre pregavo con il breviario durante un viaggio in autobus, il mio vicino mi chiese se stessi leggendo la Bibbia. Ascoltò la mia spiegazione, poi mi confidò di essere un musulmano convertito, aggiungendo che a fargli compiere questo passo era stato un gruppo “protestante” che è molto attivo, esplicito e coraggioso nell’annuncio. «Poi – aggiunse – ho conosciuto i cattolici, impegnatissimi nello stare vicino ai poveri e nel realizzare iniziative “caritative”, ma quasi silenziosi a proposito della loro fede… Apprezzo gli uni e gli altri, ciascuno per la propria posizione, ma penso che sarebbe bello riuscire a comporre i due aspetti, entrambi evangelici: annuncio e carità».

Non conosco con esattezza e non ritengo abbia importanza sapere quanti sono i battezzati cattolici e di altre denominazioni, né quale sia la loro percentuale nel mondo plurireligioso del Bangladesh. Mi piace sottolineare che l’obiettivo missionario del ministero di san Paolo è che la Parola sia viva, e possa esprimersi in qualsiasi modo, fino al punto che lui stesso si diceva contento perché – anche quando si trovava agli arresti domiciliari – poteva comunque annunciare. Non mi risulta, tuttavia, che abbia mai contato quante persone fossero state raggiunte da questa Parola, e neppure quanti fossero stati battezzati.

Insomma, la Parola è viva e porta frutti anche in questo Paese a grande maggioranza islamica e con una rilevante minoranza indù. E come nelle comunità di Paolo non erano numerosi i sapienti e i potenti, così è qui. Non c’è proprio da lamentarsi. Anzi, c’è da rallegrarsi, e ringraziare.

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