Testimoniare nella sofferenza

Testimoniare nella sofferenza

La diagnosi di un tumore maligno sconvolge la vita di suor Alessandra: «Ho cercato di vivere questo percorso nella malattia con spirito missionario»

Mi trovavo in Guinea-Bissau dove ero impegnata nelle molte attività della missione, quando si sono manifestati alcuni sintomi. Nel giro di una settimana mi sono ritrovata in Italia, dove mi hanno diagnosticato un tumore maligno al seno. Non ero pronta per quella diagnosi. E non posso nascondere che, quando è arrivata, non sapevo cosa dire e mi è sfuggita qualche lacrima. Non sono un’eroina pronta a soffrire. In quel momento mi è crollato il mondo addosso: i pensieri vagavano per la testa… Tutto è cambiato all’improvviso: il senso dell’esistenza, il valore delle relazioni, della preghiera, del futuro…

Nella mia vita missionaria ho fatto tante promesse: di dare tutto al Signore, di dare tutto ai fratelli… Ma in quel momento della sofferenza e della malattia ho sentito che era la mia vita che veniva chiesta, perché non sapevo come sarebbe andata a finire. E mi sono domandata come potevo essere – anche in quel momento – davvero testimone di un Dio che ci ama. Non è stato facile, ho avuto momenti di crisi, ma mi sono sentita amata dal Signore e da tante persone che mi hanno dato la forza di andare avanti e di lottare per guarire. Mi sono sentita fortunata di avere la possibilità di testimoniare, anche in un momento di prova, quel Gesù che ho scelto e al quale ho dedicato la vita. Del resto è lui che ha detto: «Di me sarete testimoni» (At 1,8), frase usata come titolo anche per il Messaggio del Papa per la Giornata missionaria mondiale di quest’anno.

Ho cercato di vivere la malattia con positività, senza piangermi addosso. Ho affrontato il percorso di cura, con le chemioterapie e poi l’intervento chirurgico, affidando al Signore e alla sua volontà tutto ciò che stavo attraversando. Ma quello che chiedevo più spesso nella preghiera era di accrescere la mia fede, o meglio, di sorreggerla: da sola non ce l’avrei fatta, anche se sapevo che tante persone, in tutto il mondo, pregavano per me e mi davano ancora più forza.

Nella malattia ho scoperto come le relazioni cambiano e come restano soprattutto quelle vere. Tante persone in Italia, in Guinea-Bissau e nel mondo mi sono state davvero vicine. Molti insistevano perché dicessi al medico di curarmi bene così sarei tornata presto in Africa! Mi ha molto commosso. L’ho vissuto come un segno di amore che mi ha fatto molto riflettere anche sull’importanza e il valore della relazione.
Non solo però: ho cercato di vivere questo percorso attraverso la malattia anche con uno spirito missionario. Ogni battezzato è chiamato alla missione della Chiesa. E la missione si fa insieme, come comunità. Ecco perché ognuno è missionario con modalità diverse, secondo la propria vocazione: ad alcuni è chiesto di partire, ad altri di rimanere. Non si è testimoni solo con quello che si fa o si è fatto, ma soprattutto con quello che siamo, con la nostra vita. Il perno è la coerenza: aderire ogni giorno alle scelte che abbiamo compiuto.

Nella mia esperienza missionaria il “Di me sarete testimoni” ha risuonato in tanti modi, proprio perché la nostra vita è un viaggio e lungo il percorso accadono molte cose: a volte belle, altre no. Spesso, in missione, mi hanno chiesto: «Perché sei qui? Hai lasciato la tua famiglia, la tua terra, i tuoi amici…». Queste domande mi hanno sempre fatto molto riflettere. Credo di poter rispondere che sono lì per condividere con loro la mia vita e testimoniare con il mio comportamento, i miei gesti e anche i miei limiti che Dio ci ama e che facciamo parte della stessa grande famiglia che è l’umanità.

Per noi missionari questo ha un grande valore. La nostra presenza deve essere credibile, vera. Ma come fare? Certo, occorrono anche le strutture per aiutare, occorre l’annuncio esplicito… Il nostro motore, tuttavia, ciò che ci spinge nel profondo, lo si trova innanzitutto nel Vangelo e si deve tradurre nelle nostre azioni, nel nostro modo di essere, nello stare vicino ai poveri, agli indifesi, agli sfruttati, come ha fatto Gesù. Penso che dobbiamo rimanere aperti al dialogo per dire a tutti che Cristo è venuto per starci accanto nel cammino.

Per questo, siamo inviati non solo a “fare” la missione, ma soprattutto a “vivere” la missione; non solo a dare testimonianza, ma a essere testimoni di Cristo con la coerenza della nostra esistenza, anche nei momenti difficili, come quando, in pochi giorni, ho dovuto lasciare tutto per tornare in Italia. Sappiamo che il Cristo si è fatto uomo, ha sofferto, è morto ed è risorto. Quindi, anche nella mia vita, devo essere capace di testimoniare nella gioia, nel dolore, in terra di missione come in Italia, quando sono in salute e anche nella malattia.
Oggi sento con forza che sono chiamata a essere missionaria nel qui e ora, come ci chiede Gesù che non mette mai limiti di tempo o di situazioni.

CHI È

Nata a Pessano con Bornago (Mi), suor Alessandra Bonfanti, 67 anni, è missionaria in Guinea-Bissau dal 1991, con una parentesi in direzione generale a Roma.
Da sempre si occupa soprattutto di questioni femminili e di formazione. Ha lavorato nelle scuole delle Missionarie dell’Immacolata in autogestione con una particolare attenzione alle ragazze. Nel 2016 si è inserita nell’emittente cattolica Radio Sol Mansi e dal 2021 si occupa di formazione nell’ambito del catechistato, che vede coinvolte sei famiglie.