Ambongo: «A fianco della gente»

Ambongo: «A fianco della gente»

L’accusano d’immischiarsi nella politica, ma la Chiesa congolese rivendica il proprio ruolo di primo piano soprattutto laddove lo Stato è inesistente. Lo conferma l’arcivescovo coadiutore di Kinshasa, mons. Ambongo

 

Dallo scorso 6 marzo è l’arcivescovo coadiutore di Kinshasa, destinato a succedere al cardinale Laurent Monsengwo Pasinya. Ma anche prima di questa nomina, mons. Fridolin Ambongo Besungu – 58 anni, frate minore cappuccino – era tutt’altro che uno sconosciuto nel panorama della Chiesa della Repubblica Democratica del Congo, e anche a livello internazionale. Ex arcivescovo di Mbandaka-Bikoro, per otto anni è stato presidente della Commissione episcopale giustizia e pace e, dal 2016, vice presidente della Conferenza episcopale. Ha co-presieduto il dialogo che ha favorito la firma degli Accordi di San Silvestro che dovrebbero portare a nuove elezioni entro la fine di quest’anno.

Il condizionale è d’obbligo, mons. Ambongo…

«In effetti, la situazione non è chiara. Dopo la pubblicazione del calendario elettorale, il governo insiste nel dire che le elezioni avranno luogo. Ma è lo stesso esecutivo a fare una serie di atti che suscitano dei dubbi: prima di tutto che le elezioni si possano effettivamente tenere il prossimo 23 dicembre; in secondo luogo che – se si faranno – saranno davvero credibili».

In che senso?

«Se avranno luogo, la maggioranza presidenziale vincerà certamente, ma non perché avrà i candidati migliori. Del resto, in Africa, si usa dire che non si organizzano elezioni per perderle. Questo, come vescovi, ci inquieta molto…».

Già molti contestano la cosiddetta “macchina elettorale”…

«Questa “macchina” crea molti sospetti sia sul funzionamento che sui risultati che ne seguiranno. Attorno a questo processo dovrebbe esserci un largo consenso nazionale. Cosa che di fatto non esiste».

Ma chi finanzierà questo processo in un Paese così vasto e complesso come la R.D. Congo?

«La Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni) parla di una somma di 500 milioni di dollari, che potrebbero scendere a poco più di 400 milioni. Il governo dice di avere questi soldi, ma sappiamo che non è vero. Basta vedere in che condizioni vive la gente, senza servizi, senza niente. Dove li trova? Non lo sappiamo. Sappiamo però che se saranno sicuri di restare al potere in qualche modo salteranno fuori».

E la candidatura del presidente Joseph Kabila?

«È una questione che, di per sé, non si dovrebbe neppure porre. La Costituzione è chiara e non prevede un terzo mandato. E anche l’accordo di San Silvestro è chiaro. Non so come si possa parlare di una nuova candidatura. Certo, il presidente non si è mai espresso direttamente nonostante l’insistenza della comunità internazionale e anche della Conferenza episcopale. Non credo però che sia importante insistere su questo aspetto, quanto piuttosto capire se e come la maggioranza presidenziale si stia preparando per andare alle elezioni e se stia riflettendo su un altro nome».

Quanto all’opposizione, sembra ormai quasi inesistente.

«L’opposizione è divisa, sbriciolata. Ma questo fa parte della strategia del regime: dividere per mantenersi al potere In questo senso Kabila è riuscito ad atomizzare l’opposizione. Che non esiste più come realtà dinamica. Sono tanti pezzi sparpagliati che non riescono a mettersi d’accordo né su un programma né su un nome».

Ma lei crede che queste elezioni si terranno effettivamente entro la fine dell’anno?

«Penso che sia l’obiettivo di tutti i congolesi. E penso che ciascuno dovrebbe fare del suo meglio perché abbiano luogo e ci sia una vera alternanza democratica per la prima volta nel nostro Paese».

In questo momento, il Comitato laico di coordinamento sembra essere l’unica forza in grado di organizzarsi…

«Il Clc ha dimostrato una grande capacità di organizzazione, in particolare nel promuovere le marce dei cattolici. Nessun partito oggi riuscirebbe a mobilitare così tanta gente senza distribuire soldi. La Chiesa ha grande simpatia per questo gruppo, che ha preso molto sul serio il messaggio della Conferenza episcopale dello scorso anno: “Il Paese va molto male. Congolesi, in piedi!”».

La Chiesa viene spesso accusata di immischiarsi nella politica…

«Sì, ci accusano di questo, ma noi rispondiamo che la Chiesa si è sempre immischiata nella politica. Così come si è sempre immischiata nell’economia e nel campo socio-culturale. La Chiesa si occupa dell’uomo, in tutte le sue dimensioni, compresa quella politica. Oggi in particolare, in R.D. Congo, è chiamata a fare un lavoro di “sostituzione” di una classe politica irresponsabile e incapace di soddisfare i bisogni più elementari della popolazione».

Sta dicendo che manca lo Stato?

«In R.D. Congo lo Stato è dimissionario. Lo Stato non esiste. Di fronte a questa assenza la Chiesa aiuta la popolazione come può. Soprattutto in alcuni campi fondamentali, come quello dell’istruzione: ancora oggi, circa la metà di tutte le scuole di ogni ordine e grado è gestita dalla Chiesa cattolica. Per non parlare delle strutture sanitarie. Specialmente nelle zone più interne e remote del Paese, se non ci fossero quelle della Chiesa non ci sarebbe assolutamente nulla. C’è un grande lavoro di prossimità e la popolazione è riconoscente».

In questi ultimi anni, anche la Commissione giustizia e pace, a tutti i livelli, ha fatto un grande lavoro di educazione civica…

«Se la gente oggi reagisce così è proprio per questo impegno di educazione civica ed elettorale promosso dalla Commissione giustizia e pace nel corso degli anni. Adesso ne raccogliamo i risultati. Del resto, il programma di sensibilizzazione continua ancora oggi un po’ ovunque».

Le marce pacifiche sono state represse con una violenza sproporzionata. Come mai?

«Il comportamento del potere di fronte alla popolazione pacifica e senza armi è inaccettabile. Si tratta di una reazione di vera e propria barbarie che non ci si aspetterebbe da uno Stato che ha a cuore i suoi cittadini. Questo ci tocca anche nel nostro ruolo di pastori. Continuiamo a riflettere per immaginare nuove strategie. Le marce sono un mezzo di pressione importante perché fa indietreggiare il potere. La Chiesa ha altri mezzi di pressione come la preghiera, il digiuno, il suonare le campane… Continueremo a fare la nostra parte a più livelli».

Quale sarà, a suo avviso, il prossimo momento critico?

«Presumibilmente a giugno quando, secondo il calendario elettorale, verrà resa pubblica la lista dei candidati. A quel punto vedremo cosa succede, chi ci sarà. E soprattutto se Kabila sarà candidato o no. Sarà la prova che le elezioni si potranno davvero tenere».