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Icona decorativaIcona decorativa31 Agosto 2026 Anna Pozzi

Addio padre Zé, “fuoriclasse” della missione

Padre Giuseppe Fumagalli, per tutti Zé, se n’è andato lo scorso 29 agosto, lasciando un segno e un ricordo indelebili in tutti coloro che lo hanno conosciuto, in Italia e soprattutto nella “sua” missione di Suzana, in Guinea-Bissau, dove è rimasto per oltre cinquant’anni

La “sua” missione di Suzana, in Guinea-Bissau, era un laboratorio di tutto: di musica, di arte, di meccanica, di agricoltura, di comunicazione. E soprattutto di fede e di missione. Padre Giuseppe Fumagalli, per tutti Zé, se n’è andato lo scorso 29 agosto, lascando un segno e un ricordo indelebili in tutti coloro che lo hanno conosciuto, in Italia e soprattutto in missione.

Anche perché padre Zé era un “fuoriclasse”, di quelli che sfuggono a tutte le categorie e definizioni: per la personalità, l’energia, le intuizioni, l’operosità, la dedizione, il genio… Profondamente radicato nella missione di Suzana, dove era arrivato nel 1967, quando la Guinea era ancora portoghese, e dove è rimasto per più di cinquant’anni, aveva mantenuto il suo animo brianzolo di lavoratore instancabile. Incapace di stare fermo, sempre a pensarne una e a farne cento. Anche quando raccontava e uscivano di continuo i riferimenti al felupe – lingua che parlava come se fosse la sua -, alternando il criolo al portoghese, più un po’ di francese perché la frontiera con il Senegal era a pochi chilometri di distanza e un tempo era più facile andare a Ziguinchor che a Bissau. E in mezzo a quella Babele di lingue, l’immancabile battuta in dialetto: «E alùra?!». Perché certe cose in italiano non avevano lo stesso sapore…  

Padre Zé, nato a Brugherio nel 1939, è stato un pioniere ed è stato la memoria del Pime in Guinea-Bissau e anche di tutta la storia recente del Paese. A Suzana, dove aveva raggiunto padre Spartaco Marmugi, suo confratello e “maestro” di vita missionaria, ha portato avanti con instancabile dedizione una delle prime missioni, quella più a Nord, quella più isolata durante la guerra d’indipendenza, quella etnicamente più omogenea: un popolo, i felupe, una lingua, tradizioni ben definite e forti resistenze al cambiamento

Divenuto parroco della parrocchia Nossa Senhora da Luza di Suzana, il 19 aprile 1972, ha iniziato a fondare molte comunità cristiane. Ispirato dalla freschezza dei testi conciliari del Vaticano II si è immerso nell’avventura missionaria, abbracciando con convinzione lo stile di un primo annuncio in dialogo con la cultura locale. Si è dedicato con passione all’apprendimento della lingua locale quasi da autodidatta, incominciando un lungo ed enorme lavoro di traduzione a partire dalla prima grammatica in felupe che realizzò già a metà degli anni Settanta e a cui si è aggiunto più recentemente il dizionario: ha tradotto il Messale, i lezionari feriali e festivi fino a completare tutto il Nuovo Testamento. Ha tradotto anche molti testi scolastici, all’inizio tutti in portoghese, lingua che nessuno parlava. Un atto considerato dai colonizzatori come un delitto di “lesa maestà”, che pagò a caro prezzo, con la missione che venne attaccata. Non poteva dunque dimenticare con grande soddisfazione il momento in cui, alla partenza dei portoghesi, riuscirono con la gente del posto a mettere insieme qualche stoffa per cucire la nuova bandiera guineana che issarono mentre lui suonava l’inno del Paese finalmente indipendente.

Organista in seminario, e capace di suonare più strumenti, padre Zé si era messo naturalmente ad ascoltare e a studiare la musica locale per poi produrre diversi canti (tradotti anche in criolo) per la liturgia e la catechesi che sono diventati popolari in tutto il Paese. È grazie al suo sforzo condiviso con altri confratelli che, strumenti locali come il tamburo, vennero introdotti nelle celebrazioni. Creò anche una radio locale “Radio Titijene” (“Il sole è sorto”) con l’obiettivo di raggiungere con programmi religiosi le varie comunità disperse sul territorio e diventare una voce per unire realtà lontane.

Uomo di grande cultura e profondamente inculturato nella realtà sociale e culturale della regione di Suzana, padre Zé era anche un inesauribile uomo del fare. Proveniente da una famiglia di falegnami e grande appassionato di Moto Guzzi, aveva sfruttato le sue conoscenze in vari ambiti (meccanico, elettrico, carpenter…) per avviare diversi giovani al lavoro, dando vita a un’officina che nei vari anni si è sempre più arricchita di macchinari e strumentazioni. «Le attività manuali – diceva – mi hanno aiutato ad avvicinarmi alla gente che non concepiva altro tipo di lavoro. Il nostro sudore che si mischia al loro sudore. Questo crea simpatia e apre molto strade». Di strade padre Zé ne ha aperte molte, anche in senso non metaforico. E ha costruito di tutto: chiese, cappelle, scuole, case, persino ponti… Sono di sua ideazione e fattura, infatti, collegamenti costruiti per unire villaggi isolati per via dei bracci di mare. Ma soprattutto ha costruito e consolidato le piccole comunità cristiane nate in quella regione tra tante difficoltà, ma anche con «la profonda consolazione di vedere che il messaggio mette radici, interpella le persone nell’intimo, gli fa brillare la prospettiva di un cambiamento di vita radicale e aperto alla novità dell’azione dello Spirito – raccontava -. Vedi le piccole comunità che diventano Chiesa, articolare al loro interno una fitta rete di rapporti nuovi, cristiani, innestati su rapporti antichi, di parentela e di amicizia, che vengono a loro volta vivificati e rivissuti in pienezza».

Pur rientrando in Italia molto raramente – nei primi venti anni di missione lo fece solo tre volte – aveva mantenuto molti contatti, relazioni e benefattori soprattutto nella sua comunità di Brugherio, coltivando un’intensa corrispondenza di lettere e racconti in particolare con l’associazione “Brugherio Oltremare” e con le famose “Lettere da Katon”, una sorta di bollettino informativo per amici e benefattori portato avanti fedelmente sin dal 1972.

Padre Fumagalli ha svolto diversi compiti anche per l’Istituto. Ha partecipato all’Assemblea generale Pime di Tagaytay nel 1989 e a quella di Ariccia nel 1995. Ha ricoperto vari ruoli di responsabilità all’interno della nascente diocesi di Bissau, in particolare come presidente della Commissione diocesana della catechesi e della pastorale famigliare, incarichi che ricoprirà per parecchi anni e che porteranno all’ideazione del Direttorio della catechesi nelle sue fasi di pre-catecumenato e catecumenato.

Il suo radicamento più forte però è rimasto nella missione di Suzana, dove avrebbe desiderato concludere il suo viaggio terreno. Purtroppo, per motivi di salute legati soprattutto alla sindrome di Parkinson, è dovuto rientrare in Italia nel 2021 per stabilirsi presso la Casa di Rancio di Lecco dove, pur in condizioni precarie e segnato nel corpo dall’avanzare della malattia, ha mantenuto fino alla fine una grande lucidità e una continua gratitudine al Signore per il dono della vocazione missionaria nel Pime e per la missione in Guinea-Bissau, in particolare per la “sua” Suzana.

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