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Fratel Luc, il medico di Tibhirine

Ucciso con i suoi confratelli nel maggio del 1996, il monaco continua a essere ricordato dalle moltissime persone che ha curato in Algeria. Come racconta la biografia di questo “gigante” della fede e della dedizione per i suoi malati

Il 30 maggio del 1996, sulla strada che conduce verso la cittadina di Medea, sull’Atlante algerino, vengono ritrovate le teste dei sette monaci trappisti del vicino monastero di Tibhirine, rapiti un paio di mesi prima, nella notte tra il 26 e il 27 marzo, da un gruppo di terroristi. Si concludeva così, nel modo più tragico e macabro, la vicenda di questi sette “uomini di Dio”, che avevano deciso di rimanere in Algeria, in fedeltà al Vangelo e alla popolazione algerina, a cui avevano donato le loro vite. Tra di loro, c’era anche fratel Luc, il medico di cui molti conservano una memoria vivida e riconoscente.

Il 30 maggio di quest’anno esce finalmente anche in Italia la biografia dedicata a questo grande uomo: un gigante della fede, della dedizione ai suoi malati e alle persone più povere, burbero ma anche dotato di senso dell’umorismo, umile e naturalmente autorevole. “Fratel Luc. Monaco, medico e martire” è il titolo del libro scritto da un altro trappista, Thomas Georgeon, insieme al giornalista Christophe Henning (Lev, pp. 215, euro 20), con prefazione del cardinale Jean-Paul Vesco, arcivescovo di Algeri. Che fa notare come, ancora oggi, fratel Luc sia nella mente e nel cuore degli abitanti di Tibhirine e della regione: «Come medico, certo, ma soprattutto come fratello maggiore e come “marabutto”, che curava tutti con quasi niente: qualche pillola, qualche consiglio di vita e tanto amore, che, senza dubbio, esprimeva più con gli sguardi che con le parole».

Classe 1914, aveva vissuto gli anni duri delle due Grandi guerre, studiando medicina tra molte difficoltà. Durante la Seconda guerra mondiale si era offerto come prigioniero al posto di un padre di famiglia e aveva curato i detenuti russi afflitti dalle malattie. Divenuto monaco trappista, scegliendo di rimanere converso (non sacerdote), arriva in Algeria nel 1946 e qui vi resta per mezzo secolo, conciliando le sue due vocazioni: medica e monastica. «La presenza di un medico tra noi – faceva notare il priore Christian de Chergé – continua a contribuire fortemente all’immagine del monastero. La forza del nostro fratello medico e i servizi che egli rende sono un riferimento sia per l’esterno che per ciascuno di noi».

“Oranti tra gli oranti” – come si percepivano i monaci di Tibhirine in riferimento alla popolazione musulmana circostante -, avevano costruito relazioni quasi “familiari” con molti abitanti della zona in particolare attraverso la condivisione del lavoro agricolo nel monastero e soprattutto grazie all’impegno indefesso di fratel Luc nel dispensario. E proprio questa sua frequentazione di tante persone gli permetteva di mantenere uno sguardo lucido e saggio su quanto stava accadendo negli anni bui del conflitto civile, che ha provocato la morte di circa 150 mila persone negli anni Novanta, compresi i 19 religiosi e religiose cattolici, uccisi tra il 1994 e il 1996. Tra questi, anche i monaci di Tibhirine, a cui seguirà, il primo agosto 1996, l’assassinio del vescovo di Orano Pierre Claverie.

«Quale sarà il futuro? – si interrogava fratel Luc, con uno sguardo di fede -. Noi non siamo nelle mani degli uomini, ma nelle mani di Dio, e Dio è un Padre. Forse agli occhi degli uomini questi eventi sono poco felici, la nostra vita tuttavia non si dispiega solo sul piano terreno, ma anche nel tempo dell’eternità».

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