Nuova vita a Tibhirine

DIARIO DA ALGERI

 

Qualche settimana fa, appena prima di essere confinati anche noi qui ad Algeri per il Coronavirus, ho avuto la possibilità di passare qualche giorno a Tibhirine. Forse lo ricorderete: è il monastero trappista in cui furono rapiti, il 27 marzo 1996, sette dei nove monaci che erano là: Christian, Christophe, Luc, Paul, Célestin, Michel e Bruno. Dopo due mesi furono ritrovate solo le loro teste. I sette religiosi, la cui storia è stata raccontata dal film di Xavier Beauvois Uomini di Dio, sono stati proclamati beati l’8 dicembre 2018 a Orano, durante una celebrazione straordinaria che ci ha dato un’immensa speranza e un nuovo slancio come Chiesa d’Algeria.

Ogni volta che salgo al monastero mi stupisco della pace che regna in questo luogo teatro di tragedia, come se la vita dei monaci, il loro ritmo di preghiera e lavoro avessero impregnato l’aria tersa che si respira qui, sui monti dell’Atlante a 1.000 metri d’altezza, sotto la collina su cui ancora domina Maria, Notre-Dame de l’Atlas, seppur senza braccia (perché qualcuno le ha tagliate alla statua…). Per anni ad accogliermi c’erano père Jean Marie, prete operaio della Mission de France, e Fréderic, un cooperante belga, ottima guida ed eccellente produttore di formaggi. Oggi c’è la Comunità di Chemin Neuf: père Eugène, già missionario in Congo, che ogni mese guida il ritiro della nostra comunità Pime ad Algeri; Blandine e Félicité che si occupano del grande frutteto (meli, peri, fichi) e dell’orto; Yves che accompagna turisti e pellegrini nelle visite e Brigitte, che nutre tutti e produce ottime marmellate. Appunto una “comunità nuova”, ecumenica, nata a Lione nel 1973 dal desiderio di famiglie e laici di donarsi per l’evangelizzazione, e in cui strada facendo hanno trovato spazio anche preti e consacrate, che spesso vivono insieme in monasteri abbandonati, come qui a Tibhirine. Il silenzio è interrotto solo dalle grida dei bambini del villaggio che vanno a scuola, appena sotto il frutteto, e dai visitatori che sono diventati tantissimi: centinaia durante il weekend, venerdì e sabato. Si tratta al 90% di musulmani algerini, a volte adolescenti, spesso giovani e famiglie, qualche volta adulti o anziani che hanno conosciuto i monaci: molti sono stati curati da Frelou, cioè dal medico frère Luc. Un monastero vivo, che invita alla meditazione, che regala la pace, come scriveva frère Christophe in una delle sue poesie: «L’Eterno per me si è fatto TI AMO. Andiamo, andiamo mio benamato, andiamo in pace».