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Sorelle oltre il lutto

A dieci anni dalla morte di padre Jacques Hamel, ucciso da due giovani jihadisti, un libro svela l’amicizia tra la sorella del sacerdote e la madre di uno degli assassini

Pubblichiamo ampi stralci dell’introduzione al libro Sorelle di dolore (Ares e Libreria Editrice Vaticana, pp. 200, euro 18), scritto dal giornalista Samuel Lieven insieme a Roseline Hamel e Nassera Kermiche. Il dialogo tra le due donne aprirà quest’anno il Meeting di Rimini, dal 21 al 26 agosto.

Questa è la storia di due donne che non avrebbero mai dovuto incontrarsi. Due destini che la violenza ha incrociato nel modo più tragico possibile. Roseline ha perso il fratello, padre Jacques Hamel, assassinato nella sua chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray il 26 luglio 2016. Nassera ha perso il figlio, Adel, uno dei due giovani responsabili di quell’assassinio. Due dolori diversi, eppure ugualmente assoluti. Due solitudini che sarebbero potute restare paralizzate, condannate al silenzio o alla rabbia.

E invece, contro ogni previsione, tra queste due donne nasce un legame. Non immediato, non facile, non privo di timore. Un legame che non cancella nulla di ciò che è accaduto, ma che rifiuta di ridurre l’altro al suo atto peggiore. La domanda che Roseline si pone – «Se fossi la madre del ragazzo che ha ucciso mio fratello, quanto soffrirei?» – segna una svolta. Non è una domanda ingenua né consolatoria. È una domanda che scava, che espone alla vulnerabilità, che costringe a guardare il dolore dell’altro senza difese.

Da quel momento prende forma un cammino di riconciliazione che non ha nulla di astratto. È fatto di parole pronunciate con fatica, di silenzi, di incontri carichi di emozione. È un cammino spirituale nel senso più concreto del termine, perché riguarda il modo in cui ciascuno sceglie di stare al mondo dopo una tragedia. Non si tratta di dimenticare né di giustificare, ma di non lasciare che la morte abbia l’ultima parola sulle relazioni umane.

Il cuore di questo libro non è il martirio di padre Jacques Hamel né la radicalizzazione di Adel, pur restando eventi centrali e dolorosamente reali. Il cuore del libro è ciò che accade dopo. È l’umanità che resiste sotto le macerie, la possibilità di riconoscere nell’altro non solo una colpa o una perdita, ma una sofferenza che chiede di essere vista. Roseline e Nassera diventano così, nel tempo, sorelle di dolore: non perché condividano la stessa storia, ma perché scelgono di non attraversarla da sole.

Anche nella Terra dove abito da tanti anni, quella Terra Santa resa tale dalla presenza di Dio e dalla sofferenza di troppi innocenti, vi sono fratelli e sorelle “di dolore”. Uomini e donne, padri e madri appartenenti a popoli diversi e religioni differenti, che hanno subìto lutti enormi, figli o padri, fratelli o madri uccisi come innocenti. Ma essi sanno rigettare l’idea secondo cui la sofferenza vissuta debba necessariamente trasformarsi in un’avversione automatica all’altro.

Sul fondo, discreta ma presente, emerge la luce della Parola di Dio. Non come discorso teorico, ma come esperienza vissuta. «Forte come la morte è l’amore» (Ct 8, 6) non è una dichiarazione astratta, ma una verità che prende carne in scelte concrete. Roseline e Nassera non parlano di fede per convincere, ma per testimoniare che l’amore, quando passa attraverso il dolore, può diventare più grande di ciò che lo ha ferito. Gesù ce lo ha detto con parole chiare, che continuano a illuminare il nostro sguardo e, leggendo questo libro, si sono per me illuminate di nuova sostanza e di rinnovato valore: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza» (Mt 11, 25-26).

Roseline e Nassera, nella loro semplicità, hanno dato una testimonianza forte e necessaria in questo nostro tempo: che l’amore non si arrende davanti alla morte. E ce lo testimoniano in queste pagine, nelle quali affiora ancora tutta la loro sofferenza per la perdita dei propri famigliari, Jacques e Adel. Ma sono loro a dirci che “queste cose”, cioè quanto Gesù ha detto, sono patrimonio delle persone semplici e umili.

Tutte queste verità, e la verità più grande – che è l’amore a vincere, non la morte! -, arrivano nella storia tramite le persone più normali, quelle meno in vista, quanti non amano i riflettori della ribalta né la notorietà dei media. Senza scomodare esperienze che sono diventate anche famose tramite libri e romanzi, anche in Terra Santa questo avviene nel quotidiano del nostro vivere: nei nostri ospedali, per esempio, è normale che medici e infermieri di diverse fedi lavorino fianco a fianco curando e accudendo malati ebrei, cristiani e musulmani. Vincendo, nell’ordinarietà della vita di tutti i giorni, ritrosie e sospetti, sentimenti di vendetta e atteggiamenti di rivalsa. Avviene anche nelle nostre scuole, negli ambulatori, nelle Caritas, nelle case di accoglienza: non si chiede l’identità religiosa, non si mettono “dogane” al bene, non si esclude l’altro perché “altro”. Credo che siano proprio questi frammenti di umanità a tenere ancora in piedi il mondo, proprio in un tempo in cui i grandi del pianeta muovono i loro eserciti come pedine su una scacchiera. Senza pensare che una bomba stermina una famiglia, senza tener conto che un missile può metter fine all’esistenza di decine di giovani, tranciando di netto vite da poco sbocciate.

Questa storia interroga chi legge. Chiede se sia possibile credere ancora nella forza del bene quando tutto sembra smentirlo. Chiede se la pace possa essere davvero, come ricorda Papa Leone, «disarmata e disarmante». Non offre ricette, ma consegna una responsabilità: quella di non cedere alla logica dell’odio, di continuare a credere che l’amicizia, anche nelle forme più improbabili, possa aprire un varco nella notte.

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