l’Iran a pezzi
L’attacco di Usa e Israele ha esasperato le divisioni all’interno della società: «Anche l’opposizione è frammentata», spiega la sociologa Minoo Mirshahvalad. Che teme un conflitto civile e la possibile infiltrazione del terrorismo sunnita
Bombe, distruzione, macerie che sono cimiteri a cielo aperto. Ma anche una società lacerata e, all’orizzonte, lo spettro di una nazione smembrata secondo interessi altrui. L’Iran oggi è un Paese a pezzi, da tutti i punti di vista. «E non mi capacito di come ci siano tanti miei connazionali che abbiano celebrato l’aggressione di Usa e Israele…»: è intriso di amarezza il commento della sociologa Minoo Mirshahvalad, che dopo un dottorato all’Università di Torino sta attualmente seguendo un progetto di ricerca a Copenhagen. Mirshahvalad fa parte di quella diaspora iraniana che negli ultimi mesi si è ritrovata gravemente divisa tra chi – come lei – continuava a rivendicare la necessità di una transizione guidata dall’interno del Paese e chi invece sosteneva l’inevitabilità di un intervento armato esterno come unica via per colpire al cuore il regime degli ayatollah.
Oggi che la via della guerra ha prevalso, le fratture che attraversano il popolo iraniano anche in patria sono molteplici. E altrettante le domande: quali linee di demarcazione caratterizzano una società piegata da anni di sanzioni e crisi economica? Quanti restano fedeli al sistema teocratico emerso dalla rivoluzione del 1979 e quanti si sentono invece rappresentati dalle decine di migliaia di giovani uccisi a sangue freddo nelle rivolte di gennaio? «Partiamo dal presupposto che non abbiamo numeri o percentuali – premette la sociologa -. In Iran, d’altra parte, non ci sono più stati censimenti dopo l’ascesa di Khomeini. Possiamo però cercare di figurarci quali gruppi compongano queste opposte fazioni. Se ci chiediamo chi sono coloro che scendono in strada a difesa del regime possiamo risponderci che tra questi probabilmente ci sono le famiglie dei pasdaran, le Guardie della rivoluzione che hanno in mano tutte le ricchezze del Paese, i parenti dei martiri della guerra con l’Iraq, ma anche chi lavora in posizioni strategiche dell’apparato statale e del sistema, compresi i media, per accedere alle quali bisogna superare concorsi e selezioni che attestino la propria adesione all’ideologia del potere». E non si può dimenticare l’elemento religioso. «Tra chi è in lutto per Khamenei potrebbero esserci anche alcuni fedeli che nutrono una profonda riverenza per l’ayatollah che rappresenta un punto di riferimento spirituale per gli sciiti».
Molto sfaccettato è anche il volto di chi è pronto a sacrificare qualunque cosa per vedere spazzato via il sistema nato con la rivoluzione islamica. «A motivare questa grande massa di persone sono il malcontento per la crisi economica, l’esasperazione causata dalla corruzione, la sofferenza per la violenta repressione politica – spiega Mirshahvalad -. Ma anche all’interno di questo movimento ci sono differenze che si stanno trasformando in una lacerazione grave: ai riformisti si contrappongono coloro che vorrebbero l’annichilimento dello Stato, anche a costo di vedere l’Iran completamente raso al suolo. Un’opposizione diventata aggressiva, in parte in conseguenza dell’emergere improvviso di Reza Pahlavi, figlio dello scià deposto nel ’79, che si trovava negli Usa ed è comparso sulla scena dopo decenni di lontananza». Secondo la sociologa, questa figura ha polarizzato gli animi in modo nefasto: «I suoi sostenitori hanno cominciato ad attaccare chiunque non veda Pahlavi come una soluzione per il post conflitto, vista la sua inesperienza del Paese, compresi molti intellettuali e accademici che sono già stati vittima del regime».
Un’altra criticità del movimento legato a Pahlavi riguarda le dinamiche tra i diversi gruppi etnici che compongono l’Iran: «Le minoranze, che sotto lo scià furono relegate ai margini dalla politica di persianizzazione del Paese, oggi non vogliono ai vertici un suo discendente. I turcofoni e i kurdi, in particolare, lo hanno espresso chiaramente. Anche perché un movimento di matrice kurda come “Donna, vita, libertà” è stato in qualche modo scippato e trasformato dai sostenitori di Pahlavi in un progetto del tutto diverso, da cui per esempio sono state eliminate le istanze antipatriarcali, e comunque focalizzato su una visione che mette al centro gli iraniani di lingua farsi e non certo le minoranze. Tutto questo mentre si profila il progetto di Benjamin Netanyahu di smembrare l’Iran proprio lungo linee etniche».
Viene da chiedersi quale spazio abbia, in questo contesto, chi nel Paese preme da tempo per una riforma dall’interno. «Queste persone sono state indebolite e silenziate negli anni. Da una parte c’è il grande tema delle sanzioni economiche che, invece di danneggiare il regime che si è arricchito grazie a un’oligarchia corrotta in grado di continuare la sua compravendita di petrolio e altri beni sul mercato nero, ha colpito gravemente la classe media, proprio quella che portava avanti richieste civili e si è trovata a doversi preoccupare di come sopravvivere. Non solo. Le costanti tensioni con Israele e gli Usa hanno catalizzato la propaganda contro la minaccia esterna, soffocando la voce del dissenso interno perché chi dissentiva era considerato un traditore. Eppure, in Iran le voci controcorrente ci sono ancora, basti pensare ai 353 intellettuali e politici che alla vigilia dell’aggressione israeloamericana avevano firmato un appello contro la guerra e per un processo di rinnovamento endogeno».
Purtroppo, la comunità internazionale non ha dato forza a queste voci. «Ogni volta che i politici riformisti si sono dimostrati pronti ad aprire l’Iran al mondo, gli Stati Uniti li hanno traditi: pensiamo solo al ritiro unilaterale, da parte di Trump nel 2018, dall’accordo sul nucleare negoziato tre anni prima dal ministro degli Esteri di Teheran, Javad Zarif. E così si è rafforzata la linea dura del regime».
Oggi, la paura di Mirshahvalad è di cadere dalla padella alla brace: «C’è il rischio concreto di una guerra civile e temo anche il contesto geopolitico, visto che l’Iran è circondato da entità, a cominciare dal Pakistan e dall’Afghanistan oltre a gruppi terroristi come l’Isis, che potrebbero esportare nel mio Paese un violento fondamentalismo islamico a matrice sunnita».
Che cosa si può fare, allora? «Non amplificare, come stanno facendo troppi media, i proclami di chi difende la guerra, e chiedere a gran voce che cessino le aggressioni».
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