Lingua e lingue
“Ekushe February” – in lingua bengalese “Il 21 febbraio” – è stata per decenni un’espressione pronunciata con emozione, cantata in varie melodie, accompagnata da gesti di rispetto, come camminare a piedi nudi anche in strada per non profanare il terreno sacro della Patria, processioni, celebrazioni in ricordo dei “Martiri della lingua”.
“Martiri della lingua” suona strano, se non altro insolito. Esprime la motivazione che diede forza al movimento popolare che sfociò nella “secessione” del Bangladesh dal Pakistan. Due grandi porzioni dell’India, liberandosi dalla colonizzazione britannica, nel 1947 avevano scelto di formare un’unica nazione tenuta insieme dalla comune religione islamica, pur essendo separate da migliaia di chilometri di territorio indiano, e avendo grandi differenze storiche, culturali, linguistiche ed economiche. Ma ben presto si capì che la parte occidentale, sede della capitale e del Parlamento, di fatto dominava e controllava a suo favore tutto il resto del Paese. Lotte fra famiglie, colpi di Stato e corruzione impedirono di costruire un’unità omogenea, di elaborare una Costituzione accettabile, di vivere una pace stabile.
Fra le prepotenze commesse ci fu la decisione di proclamare come unica lingua ufficiale di tutto il Pakistan l’urdu, una lingua che usa l’alfabeto arabo ed esprime meglio la cultura islamica, ma non è parlata nel Bengala. La decisione rappresentava uno schiaffo alla lingua bengalese, al settimo posto fra le lingue più parlate nel mondo, ma soprattutto la lingua del Nobel per la letteratura Robindronat Tagore, e di altri poeti amatissimi, sia indù sia musulmani. Le proteste nel Pakistan Orientale si diffusero, e si tentò di metterle a tacere con una repressione dura, che il 21 febbraio 1971 causò la morte di cinque studenti. Questo diede forza al “movimento della lingua”, che optò per la secessione, raggiunta dopo quasi un anno di lotta sanguinosa contro l’esercito del Pakistan.
La nuova nazione, il Bangladesh, proclamò quella data “Giornata della lingua madre”, e in seguito ottenne che l’ONU proclamasse il 21 febbraio: “Giornata Mondiale della Lingua Madre”. Non solo del Bangladesh, dunque, ma di ogni nazione, per mettere in evidenza il ruolo della lingua nell’esprimere e nel formare la cultura di un popolo, la sua identità, la sua storia e il diritto dei popoli a vedere riconosciuta e usata la propria.
Rimaneva però nell’ombra il fatto che proprio in Bangladesh, dove ci furono i “martiri” della lingua, oltre all’idioma bengalese (di gran lunga maggioritario) esistevano altre “lingue madri”, parlate da diverse minoranze etniche. Dal Bangladesh a tutto il mondo, dunque, ma con un punto di domanda: che dire delle altre lingue parlate in questo Paese? Quando questa domanda era stata posta al “padre della patria” Mujibur Rahman, la risposta era stata sfuggente e ambigua: «Tutti possono diventare bengalesi…».
Più tardi, fu deciso che nelle scuole elementari si introducesse l’insegnamento anche di queste lingue, là dove venivano utilizzate. Bella decisione, ma realizzabile solo con testi scolastici appropriati e con insegnanti preparati. Si decise di assumere chi era in grado di insegnarla, per offrire lezioni integrative nelle scuole che avevano alunni appartenenti a una minoranza, assegnando a ogni insegnante le scuole dove avrebbe dovuto tenere lezioni. Non sono al corrente di casi in cui questi provvedimenti siano stati realizzati con risultati accettabili; ma bisogna riconoscere che la realtà è complessa. Escludendo i dialetti, in Bangladesh si usano ben 40 diverse lingue, alcune utilizzate da un consistente numero di persone, presenti anche in India, come i mandi, i santal, e i tripura, ma altre da minoranze piccolissime, anche meno di duemila persone. Queste minoranze si trovano un po’ ovunque nel Paese: nel nord e ancora più nell’est montagnoso e ricco di foreste, con villaggi spesso remotissimi. In qualche caso si mescolano fra loro trovando lavoro e abitazione nei “giardini” dove raccolgono il tè. Inoltre, molti migrano verso le città in cerca di lavoro o di studi superiori. Il “successo” del “Centro Gesù lavoratore”, pensato proprio per i lavoratori urbanizzati e realizzato del Pime a una quarantina di chilometri da Dhaka, dimostra che queste persone sentono il bisogno di punti di riferimento, per non “disperdersi” nella maggioranza, che è bengalese e islamica.
Una lingua è molto più di un insieme di parole diverse che i popoli usano per dire le stesse cose: è il veicolo di culture, tradizioni, eventi storici differenti, di diverse letture della realtà, organizzazione sociale, religioni. Sono modi spontanei di esprimere se stessi e la propria cultura.
In alcuni di questi popoli, la scrittura fu introdotta e diffusa dai missionari cristiani di varie denominazioni; ma quando una lingua non è scritta la situazione è particolarmente fragile, e oggi è diventata una necessità anche l’entrata nel mondo del digitale. L’urbanizzazione impone che si conosca a sufficienza il bengalese e, se si tratta di un impiego qualificato, anche l’inglese. C’è dunque un futuro per queste lingue e per l’identità di questi popoli con le culture, la storia e le tradizioni che esprimono?
Alcuni gruppi, più numerosi e organizzati, cercano di difendersi. Fra loro credo che il più attivo sia quello dei mandi (chiamati anche garo), che hanno una sfruttura “matrilineare”. Sono tutti cristianizzati, di denominazioni diverse, molti vivono in città da tempo, e organizzano centri di riferimento in cui si incontrano, discutono dei loro problemi, tengono vive le tradizioni di abiti, canti, feste, e si fanno conoscere anche da altri. Il “mandala” ad esempio è un festival – a cui sono invitate anche le altre minoranze e i bengalesi – che dà rilievo a canti, danze, racconti, cibi della tradizione mandi.
Recentemente, alla Casa del Pime di Dhaka si è aperta una nuova aula ad ottanta posti, disponibile anche per iniziative del genere e ho avuto il piacere di essere presente al “festival” dei tripura residenti a Dhaka per ragioni di lavoro o di studio. Questi momenti di insieme dei vari gruppi minoritari sono belli non solo per la varietà dei loro programmi, ma per l’atmosfera di gioia e fierezza che si crea: ci siamo anche noi, e siamo contenti di essere ciò che siamo.
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