Minoranze, si può sperare?
Un accurato servizio speciale uscito sul quotidiano “The Daily Star” del Bangladesh affronta il tema della discriminazione delle minoranze etniche. È solo un piccolo segno, «però qualche cosa si è mosso e forse si può sperare»
“Anche le colline piangono” era il titolo di una “scheggia” di qualche tempo fa, in cui affermavo, fra l’altro, che, a quanto ne sapevo, nessun partito aveva inserito, nella campagna elettorale in corso, la promessa di prendere in considerazione la situazione delle minoranze etniche in Bangladesh, specialmente nella zona sud est chiamata “Chittagong Hill Tracts”. Nel frattempo ci sono stati timidi tentativi di portare il tema all’attenzione dell’opinione pubblica, ma hanno avuto scarsa risonanza. I candidati alle elezioni semplicemente ignorano la situazione, e al massimo si preoccupano di raccogliere voti dalle minoranze con la generica promessa di un “trattamento senza discriminazioni”.
Il silenzio è stato interrotto non dai candidati, ma dal quotidiano “The Daily Star”, con un numero speciale del 25 gennaio scorso che illustra “Le priorità per il domani”. Cioè: controllare e regolare l’urbanizzazione selvaggia in corso a Dhaka (la seconda città più popolata del mondo) e varie altre città; un piano per l’energia a servizio del Paese; una revisione dei programmi e metodi formativi nelle scuole. Il quotidiano sostiene anche la necessità di prendere in considerazione la «promessa di luglio, non mantenuta nel Chittagong Hill Tracts”, e sapere che cosa i partiti e i candidati pensano di fare per stabilire una pace duratura nella zona. La “promessa di luglio” è l’insieme di motivazioni che hanno spinto i giovani a realizzare la protesta che ha costretto alla fuga la premier Sheikh Hasina (luglio 2024), ora rifugiata in India e condannata a morte in contumacia. Parola chiave della “promessa di luglio” era: «No alle discriminazioni». Il rischio però è quello di perseguire un’uguaglianza formale, che non tiene conto di chi non ha mezzi per farsi sentire o per difendersi.
L’articolo fondamentale di questo servizio del “The Daily Star” è stato scritto da Ilira Dewan, una giornalista che si riferisce specialmente alla situazione dei bawm, il gruppo etnico a cui lei appartiene, ma tiene presente anche gli altri. Riprendo dal quotidiano stesso la sintesi dei “punti chiave” del problema. Innanzitutto, la promessa di riforme è rimasta ferma mentre la violenza e la corruzione sono aumentati. Inoltre, le comunità indigene subiscono repressioni, uccisioni e prolungata prigionia senza giustizia, ora ancor peggio di prima. La distruzione dell’ambiente continua con la protezione di politici e affaristi, nonostante gli impegni dichiarati a favore della protezione dei beni naturali (foreste, minerali, e altro). Anche pace e sviluppo chiedono inclusione, tribunali imparziali, riforme educative, turismo sostenibile. Infine, occorre un’autentica riconciliazione.
Un esempio può illustrare il perché di alcuni di questi punti: Il “Kuki Chin National Front” (iniziativa che in qualche modo rappresenta i bawm) è stato accusato di avere organizzato rapine in banca in due città, nell’aprile del 2024. Di conseguenza, come avviene anche in tempi “normali”, ma in modo più mirato e punitivo, tutti i bawm sono considerati complici e tartassati. Uomini e donne vengono ritenuti colpevoli solo di appartenere a quella etnia e vengono arrestati e trattenuti in carcere arbitrariamente, a tempo indeterminato, senza accuse precise e senza coinvolgere la magistratura. Si fanno pressioni anche sequestrando prodotti agricoli destinati al mercato, e infliggendo altri danni. È comune ritenere – sostiene Ilira Dewan – che questi popoli siano ingenui e ignoranti e che non valga la pena ascoltarli. Per di più, molti di loro abitano in villaggi remoti e isolati. Interessarsi a loro costa fatica. Non basta certo un servizio giornalistico, per quanto accurato e autorevole, per persuadere i partiti a rivedere i loro programmi. Però qualche cosa si è mosso e forse si può sperare…
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