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Quattro anni di “gioia doppia”

Pochi giorni fa la piccola comunità che fa parte di “JoyJoy” ha festeggiato “solennemente” il quarto anniversario della sua fondazione, invitando persino autorità civili e religiose musulmane.

Dieci, venticinque, cinquanta, settantacinque… cento! Normalmente sono questi gli anniversari che si celebrano con solennità particolare, ma “JoyJoy” fa eccezione, perché il suo ricorda niente meno che la nascita della gioia; anzi, della doppia gioia come dice il nome della realtà di cui sto parlando: “JoyJoy”. E ogni anno si invitano amici e autorità, si canta, si balla, si tagliano torte…

Un’esagerazione? Naomi Iwamoto, missionaria laica giapponese, è l’instancabile organizzatrice e direttrice di “JoyJoy”, iniziativa, che ha avviato e sviluppato insieme al Pime, e per la quale ha anche proposto il nome: “JoyJoy”, appunto. Quasi una sfida al comune modo di pensare a proposito di persone che, essendo “disabili”, normalmente vengono considerate una “disgrazia”, un “peso”, magari il frutto di una “colpa” dei genitori. Si tratta di bambini e bambine dai cinque-sei agli undici circa, con gravi disabilità mentali, ai quali molti non sanno come avvicinarsi, come prenderli e, per chi ha buona volontà, che cosa si possa fare per loro.

“JoyJoy”, cioè Gioia (dei bambini) Gioia (delle mamme): due volte perché si riferisce appunto ai più piccoli ma anche alle loro madri. Ma – attenzione – non una parola ripetuta due volte, ma due parole che diventano una, perché si tratta di gioia che nasce e vive insieme – nella mamma e nel bambino.

“JoyJoy” offre accoglienza dalle otto e mezza del mattino fino alle quindici, dopo il pranzo; include bambini e bambine (25 partecipano regolarmente) con le rispettive mamme o – se e quando la madre non può – un altro membro abile della famiglia.

Alcune mamme, inizialmente, si illudono che il figlio o la figlia dopo un certo tempo possa passare alla scuola “ordinaria” e superare gli esami con i “normo-dotati”. Ma non è così. Naomi non ha solo una grande passione e infinite energie, ha anche una preparazione che le permette di capire la situazione di ciascun  bambino, come può migliorare e che cosa occorre per fare qualche passo avanti, nella gestione delle cose anche più semplici della propria vita, come mangiare, tenersi pulito, superare eventuali aggressività. Ma Naomi sa anche di non sapere tutto, e per questo ha formato una rete di amici che si prestano ad aiutare anche da lontano, o con visite in cui possono diagnosticare meglio le condizioni di alcuni “casi” difficili, studiando che cosa può essere utile per lui o lei. Fra gli altri, una simpatica coppia di australiani trascorre con loro (e quindi anche con noi del Pime) qualche tempo; la moglie aiuta ad analizzare la situazione e a preparare un piano di intervento per ciascuno, mentre il marito, ingegnere, dice sorridendo: «Non preoccupatevi, non posso aiutarvi in questi compiti complessi, ma so aggiustare le maniglie rotte, imbiancare una parete, sturare un lavandino…». Così anche lui si fa voler bene e ammirare. Il personale – per lo più giovani donne – impara, e tiene a mente una “diagnosi” cui riferirsi per valutare ogni giorno, insieme, come si sta sviluppando la situazione di ciascun bambino.

Ma veniamo alle frequenti celebrazioni. Naomi mi ha spiegato che questi bambini forse con la mente non capiscono molte cose, però le “sentono” con il cuore, possono essere profondamente influenzati, positivamente o negativamente, dall’atmosfera che li circonda molto più che dalle parole. Per questo, festeggiare è un importante strumento formativo. Niente atmosfera di “severità”, disciplina, competizione; piuttosto molto spazio alla musica, al canto (per quanto “sgangherato” possa essere…), alla danza, al momento in cui ogni bambino viene messo al centro (compleanno, ma non soltanto), perché si percepisca che è importante, ben voluto.

E le mamme? Spesso sono guardate con compassione o addirittura considerate responsabili per la disabilità del figlio o della figlia; non poche volte i mariti le lasciano, oppure – succubi della droga o dell’alcol – se non le hanno abbandonate scaricano completamente sulla moglie la responsabilità della famiglia. Trovarsi insieme ai programmi “JoyJoy” è per loro, appunto, proprio una gioia, che offre momenti di condivisione, riposo, orientamento su come comportarsi con i figli disabili, possibilità di prendersi un giorno di vacanza, sfogarsi con qualcuno che ascolta… e anche – perché no? – fare festa!

E allora… Viva gli anniversari!

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