Quasi un paradiso
Guarire la ferita coloniale attraverso l’arte. È quello che prova a fare una mostra al Museo Rietberg di Zurigo con le opere di venti artisti contemporanei, provenienti da Africa, Asia Americhe e Oceania
Su una parete, spiccano una serie di fotografie degli anni Cinquanta e Sessanta. Sono famiglie di americani bianchi della classe media ritratti a casa, in festicciole tra amici, in vacanza. Già al primo colpo d’occhio, il visitatore percepisce che c’è qualcosa di strano. In ogni foto, compare un uomo di colore, sorridente e integrato nel gruppo. «Com’è possibile che quell’uomo si trovi lì, considerato il razzismo imperante in quel periodo negli Stati Uniti?». Questa perplessità è quasi istintiva, perché l’humus culturale in Occidente non è quello di una società aperta e integrata, in cui il colore della pelle non implica nessuna differenza. Omar Victor Diop, classe 1981, artista senegalese, ha centrato in pieno l’obiettivo. Attraverso queste foto – selezionate con Lee Shulman, rimaneggiate da Diop e diventate opere d’arte diverse dall’originale – l’artista ci parla di segregazione razziale. Il nero che compare è proprio lui. Ha inserito se stesso sulla sedia vuota di chi scattava la foto grazie al computer. Il risultato è così verosimile da colpire subito chi guarda.
Omar Victor Diop è uno dei venti artisti selezionati per la mostra “Quasi un paradiso. Fotografia dell’era coloniale nell’arte contemporanea”, curata da Nanina Guyer e ospitata fino al 6 settembre prossimo presso il Museo Rietberg di Zurigo. Un’istituzione che vanta un’interessante collezione d’arte dei Paesi extraeuropei e che organizza mostre temporanee di altissima qualità, come questa. Il titolo, “Quasi un paradiso”, è ispirato a un pensiero della scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, che nel 2006 in un TED Talk ha sottolineato che ogni luogo non ha un’unica storia. E quando ce ne rendiamo conto, «riconquistiamo una sorta di paradiso». Visitare questa mostra è infatti un’opportunità per sperimentare punti di vista diversi.




In quattro sezioni tematiche, gli artisti internazionali coinvolti nell’esposizione, provenienti da Africa, Asia Americhe e Oceania oppure figli della diaspora, ci presentano una contro narrativa. «È la prima grande mostra su un fenomeno globale dell’arte contemporanea – ha dichiarato Nanina Guyer -. Usando fotografie del XVIII e XIX secolo, gli artisti che rappresentano la maggioranza non occidentale interrogano le loro origini e la loro storia, collegandole alle esperienze collettive di colonizzazione, sfruttamento ed esclusione. Il loro lavoro cerca ripristinare sequenze temporali interrotte, ricordi e identità».
Al di là della ricerca estetica, “Quasi un paradiso” è una mostra collettiva che veicola messaggi e si rivolge alla coscienza del visitatore. La sezione “Mutazioni” invita a riflettere sulla distribuzione diseguale delle fotografie. Al di fuori dell’Europa e degli Stati Uniti, intere famiglie e comunità non hanno avuto il privilegio di poter ricostruire la propria storia grazie alle immagini. A volte è stata la guerra a impedirlo. È quanto è successo, ad esempio, all’artista vietnamita Dinh Q. Lê, rifugiatosi negli Usa nel 1977 dopo gli attacchi dei Khmer Rossi. Negli anni Novanta torna in patria a cercare le foto di famiglia, ma non trova più nulla. Nei mercatini si imbatte in quelle degli altri e gli viene l’idea di creare delle installazioni artistiche che le preservino. Alcune sono esposte a Zurigo. Rosana Paulino, brasiliana, con il suo Muro di Memoria ripete 11 ritratti per 750 volte, per denunciare la mancanza di documentazione visiva delle persone nere nella memoria culturale brasiliana.
La sezione “Confronto” ricorda come la fotografia si sia sviluppata e diffusa di pari passo con la colonizzazione, diventando uno strumento per veicolare stereotipi e per rappresentare l’Altro come diverso. Oltre all’opera di Diop, in questa sezione rientra il lavoro di Wendy Red Star, artista multimediale appartenente a una nazione nativa, i crow. L’artista ironizza sullo stereotipo dei nativi americani rappresentati in costante armonia con la natura. Lo fa ritraendo se stessa in abiti tradizionali su sfondi totalmente finti, con fiori di plastica, erba sintetica e animali gonfiabili. Una divertente provocazione. Interessante anche il messaggio di Yuki Kihara, origini giapponesi e samoane, che contesta la visione veicolata dai quadri di Paul Gauguin della gente samoana, soprattutto le donne.
La terza sezione è intitolata “Cura” ed è una sorta di reazione degli artisti alle ingiustizie mostrate dalle foto di epoca coloniale. Colpisce in particolare il lavoro di Sasha Huber, nata in Svizzera nel 1975, con origini haitiane. L’artista si è imbattuta in una serie di foto d’epoca, scattate nel 1850 nelle piantagioni in Sud Carolina, negli Stati Uniti. I soggetti, ritratti nudi frontalmente e di profilo, sono uomini e donne afroamericani. Il committente era Louis Agassiz, uno svizzero che ha anche dato un contributo positivo alla scienza come alpinista, geologo e studioso dei ghiacciai. A un certo punto della sua vita, però, emigra negli Stati Uniti e diventa uno dei teorici del razzismo scientifico. Queste immagini, da lui commissionate a un fotografo, dovevano servire a sostenere i suoi studi sulla “gerarchia delle razze”. Huber le reinterpreta per restituire dignità alle persone schiavizzate. Innanzitutto, le veste utilizzando la graffettatrice, con la quale crea una specie di un’armatura. L’effetto è incredibile: l’argento delle graffette disegna abiti quasi regali. Negli anni Duemila, Tamara Lanier, una discendente di Renty Taylor e di sua figlia Delia, due schiavi ritratti in queste foto, ha fatto causa all’università di Harvard, dove si trovano i dagherrotipi originali, per «possesso illegale ed espropriazione di immagini fotografiche». Una battaglia legale durata sei anni e vinta da Lanier, che nel frattempo aveva ottenuto anche la solidarietà dei discendenti di Agassiz. Oggi le foto sono custodite dal Museo Internazionale Afroamericano di Charleston. Tutta questa storia dimostra che le ferite del passato restano ancora aperte.
Nella quarta sezione, gli artisti usano il metodo della “critical fabulation”, ideato dalla scrittrice afroamericana Saidiya Hartman, per colmare le lacune nella storia dei popoli oppressi attraverso l’immaginazione. Regalando alle vittime un passato, un presente e un futuro che si fondono in modo visionario. Un esempio? Il francese Raphaël Barontini reinterpreta una fotografia storica famosa: l’immagine di Nobosudru, una donna congolese del popolo mangbetu fotografata da un occidentale durante un viaggio in Africa organizzato dal Citroën nel 1924-25 e diventata un’emblema della donna africana in chiave esotica e coloniale. Sono gli stessi anni in cui gli etnologi francesi giravano l’Africa imponendo la loro visione e saccheggiando i nativi dei loro oggetti sacri e delle loro storie. Barontini cambia prospettiva, ponendosi dal punto di vista di Nobosudru: nella sua opera di fantasia, la donna non è più soggetto passivo della curiosità occidentale, ma è lei a guardare l’altro e a recuperare un ruolo attivo. Nella stessa sezione, c’è poi la storia drammatica delle donne africane incinte, vittime della tratta. Molte di loro venivano gettate nell’oceano dai negrieri perché considerate non in grado di reggere la durissima traversata dell’Atlantico oppure si suicidavano. La loro storia è evocata da Andrea Chung, che rilancia il mito di un regno sottomarino paradisiaco, creato dai bambini figli di queste donne, diventati capaci di vivere sott’acqua.
Queste sono solo alcune delle tante storie presentate in “Quasi un paradiso”. Le creazioni contemporanee sono poi accompagnate, all’interno della mostra, da fotografie storiche della collezione del Museo Rietberg, scattate in Africa e in Asia tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Colpiscono soprattutto i ritratti realizzati negli studi dei fotografi africani e asiatici. Qui il soggetto era libero di presentare la sua contro narrativa, lontana dallo sguardo colonialista. Uomini e donne posano ben vestiti, con uno sguardo fiero e dignitoso. Queste foto non sono poi così diverse da quelle dei nostri bisnonni e trisnonni, quando avevano la possibilità di farsi ritrarre da un fotografo professionale. Racchiudono le radici, l’identità, la storia familiare. In Occidente e in qualsiasi angolo del mondo.
Info: “Quasi un paradiso. Fotografia dell’era coloniale nell’arte contemporanea”. Museo Rietberg, Zurigo, dal 16 aprile al 6 settembre 2026
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