Guinea-Bissau, Paese in bilico
Dopo l’ennesimo colpo di Stato, il piccolo Paese dell’Africa occidentale vive momenti di tensione e instabilità. I missionari e le missionarie del Pime restano vicini alla gente anche grazie alla Campagna di solidarietà 2026
«Crediamo che il popolo guineano abbia riserve morali e religiose che gli consentano di affrontare il presente e il futuro con dignità e fiducia, ma per questo è necessario che prevalga il bene comune, facendo sì che ogni attore politico e militare metta da parte gli interessi personali o di gruppo e si assuma le responsabilità storiche del momento presente». All’indomani dell’ennesimo colpo di Stato militare dello scorso 26 novembre, i vescovi della Guinea-Bissau, José Lampra Cá di Bissau e Victor Luís Quematcha di Bafatá, hanno rivolto un appello ai leader di questo piccolo Paese dell’Africa occidentale che, una volta di più, si ritrova in una situazione di pericolosa instabilità politica. Una situazione che non fa altro che aggravare le precarie condizioni economiche e sociali di un Paese che si trova agli ultimi posti dell’indice di sviluppo umano.
Con poco più di due milioni di abitanti, un’economia fondata al 90% sull’agricoltura e una cronica fragilità istituzionale, la Guinea-Bissau è uno dei Paesi più poveri al mondo, dove il 40% della popolazione vive sotto la soglia di povertà: una percentuale che sale al 60% nelle zone rurali. Nonostante tutto, però, è anche una terra dove popoli, culture e religioni diverse coesistono pacificamente. A volte, all’interno della stessa famiglia, si trovano musulmani, cristiani e seguaci delle religioni tradizionali che vivono insieme in armonia e nel rispetto reciproco. Anche qui, come in molti altri contesti, la popolazione è infinitamente migliore dei suoi sedicenti leader.
«La gente è stanca di questa situazione, ma resiste, lavora e lotta ogni giorno per sopravvivere – conferma padre Fabio Motta, missionario del Pime e responsabile della Regione Africa dell’Istituto -. C’erano molte speranze legate alle elezioni del 23 novembre. La gente è andata a votare in massa, con un’affluenza attorno al 65%. Ma l’anelito di cambiamento democratico è stato ancora una volta tradito. Speriamo che si ritorni presto dentro una cornice di rispetto della Costituzione, che garantisca a questo Paese e alla sua popolazione di poter vivere in pace e di costruire nuove e promettenti prospettive di futuro».
I missionari del Pime, che sono presenti in Guinea-Bissau dal 1947, e le Missionarie dell’Immacolata, che li hanno raggiunti successivamente, hanno fatto e continuano a fare molti sforzi per accompagnare e favorire queste nuove prospettive. A sostenerli, quest’anno, ci sarà anche la Campagna di solidarietà promossa dal Centro Pime di Milano: “Guinea-Bissau26. Seminiamo futuro”. L’obiettivo è sostenere soprattutto l’impegno educativo, in un Paese dove il tasso di alfabetizzazione sfiora il 64% e quasi la metà delle donne adulte è tuttora analfabeta. Inoltre, si vogliono favorire l’assistenza sanitaria e il sostegno alimentare, specialmente nelle aree più remote, in cui è ancora molto diffusa la malnutrizione soprattutto infantile.
Sono ambiti in cui i missionari e le missionarie del Pime sono grandemente impegnati da molti anni, con sempre nuove sfide da affrontare, specialmente per quanto riguarda le giovani generazioni, che rappresentano la grande maggioranza della popolazione. L’età media nel Paese, infatti, è di soli 18,4 anni e i giovani rappresentano un’enorme riserva di energie e potenzialità che spesso, però, non trovano adeguato riscontro nei percorsi educativi e in quelli lavorativi.
«Questo tema ci interpella molto da vicino – conferma padre Fabio -. Le nostre parrocchie e le nostre missioni sono molto attive e dinamiche proprio grazie alla presenza di tanti ragazzi e giovani. Ma i pochi che possono permettersi di proseguire gli studi dopo le scuole superiori sono costretti a trasferirsi a Bissau, che è cresciuta a dismisura negli ultimi anni, arrivando a contare circa 700 mila abitanti. D’altro canto, i giovani nati e cresciuti nella capitale sognano a loro volta di costruirsi una vita migliore all’estero. Queste migrazioni interne ed esterne rendono più fragile il tessuto sociale sia nelle zone rurali che in quelle urbane, perché le privano delle migliori risorse».
Eppure il Paese avrebbe molte potenzialità, anche per la posizione geografica, affacciato com’è sulla costa atlantica dell’Africa e incastonato tra Senegal e Guinea-Conakry, al centro di vie commerciali e di interessi economici, che vedono protagonisti anche vecchi e nuovi attori stranieri: dal Portogallo, ex potenza coloniale, alla Francia che perde terreno in altri Paesi saheliani, sino alla Cina e alla Russia che sempre di più si stanno spartendo l’Africa. Ma la posizione strategica, e soprattutto la persistente fragilità delle istituzioni, hanno fatto purtroppo di questo Paese un crocevia del traffico di droga lungo le rotte che dall’America Latina portano verso l’Europa.
«Pur nella condizione di “Stati indipendenti”, Paesi come la Guinea-Bissau rimangono sotto il dominio del colonialismo occidentale e sino-russo, mascherato da cooperazione bilaterale o multilaterale», analizza il politologo Rui Jorge Semedo, ricercatore dell’Instituto Nacional de Estudos e Pesquisas (Inep) della Guinea-Bissau e collaboratore della Radio cattolica Sol Mansi, che è stata costretta a chiudere per qualche giorno dopo il golpe di novembre. «Queste dinamiche condizionano l’azione governativa, non favoriscono lo sviluppo e, di conseguenza, non portano a garantire una vita dignitosa ai cittadini. Tuttavia, bisogna riconoscere che la responsabilità della miseria e della sofferenza che soffocano la società guineana ricade innanzitutto sulle élite politiche locali. Il Paese dipende da risorse finanziarie esterne, che riesce a malapena a gestire a causa dell’elevato livello di corruzione che ha indebolito le sue istituzioni, rendendo lo Stato sempre più vulnerabile alle incursioni di interessi criminali. Tutto ciò crea instabilità politica, semina il caos e priva un’intera società del diritto di sognare una realtà più giusta e umana».
Secondo Semedo, il Paese ha bisogno più che mai di «trovare una leadership consapevole del proprio ruolo sociale, politico ed economico, capace di creare ricchezza e, allo stesso tempo, di garantirne una distribuzione equa, generando un impatto effettivo sulle politiche pubbliche».
La Chiesa cattolica, dal canto suo, continua a svolgere un ruolo importante a molti livelli. «In questi decenni – fa notare padre Davide Sciocco, missionario del Pime e vicario generale della diocesi di Bissau – è cresciuta molto grazie all’impegno degli Istituti missionari e sempre di più grazie al contributo di sacerdoti, religiosi, religiose e laici locali, il cui numero è aumentato considerevolmente. È quindi un punto di riferimento fondamentale per la popolazione sia a livello spirituale che per le opere sociali, ma anche per l’impegno costante e in tutte le situazioni per la promozione della pace e la difesa dei diritti umani».
Pure la Radio cattolica Sol Mansi – che proprio padre Davide aveva creato dopo la guerra civile del 1998-1999 per essere una voce di riconciliazione e di risoluzione pacifica dei conflitti – è uno strumento formidabile di informazione e di formazione, nonostante la nascita di molte emittenti private, finanziate da politici locali per essere strumenti di disinformazione e manipolazione dell’opinione pubblica. «Tradizionalmente – sostiene Semedo – nel Paese c’è sempre stata un’eccellente convivenza tra diversi gruppi etnici e religiosi. Tuttavia, il fenomeno del fondamentalismo politico-religioso è una vera e propria sfida transnazionale che minaccia la pace e la convivenza sociale. E la Guinea-Bissau si trova in una zona a rischio, dove diversi Stati confinanti stanno affrontando situazioni di intolleranza. Radio Sol Mansi può essere considerata come un modello di sensibilizzazione e promozione della convivenza pacifica, in quanto offre spazi di dialogo e dà priorità a una cultura di pace».
È quello su cui insistono anche i vescovi, che hanno fatto «appello al rispetto della vita umana e dei diritti fondamentali sanciti dalle leggi del Paese», e hanno chiesto in particolare alla classe politica e militare «amore per la Patria, spirito di sacrificio e rispetto delle norme democratiche. Ciò che conta ora – ribadiscono – è guardare al futuro e alla costruzione del Paese e di una società armoniosa e solidale».
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