Kdol Leu, dal villaggio alla nuova Cambogia
Nata nell’Ottocento con gli schiavi liberati rimasti ai margini, sopravvissuta ai Khmer Rossi, è una delle parrocchie più “antiche” di una Chiesa piccolissima rinata trent’anni fa. Oggi deve fare i conti con l’esodo dei suoi giovani verso le città
Una comunità “storica” in una Chiesa giovanissima, rinata appena trent’anni fa. Una delle poche che c’erano già prima della persecuzione di Pol Pot; sopravvissuta nonostante tutte le prove, grazie a un pugno di cristiani che ha mantenuto viva di nascosto la propria fede. Presenza nata e rimasta sempre ai margini, ma che oggi è chiamata a fare i conti con un Paese in piena trasformazione. Tra le missioni del Pime in Cambogia, quella di Kdol Leu – nella prefettura apostolica di Kompong Cham – ha un volto del tutto singolare.
Il suo cammino iniziò alla fine dell’Ottocento quando padre Jean Joseph Lazard, un sacerdote francese delle Missions Etrangères de Paris, risalendo il fiume Mekong alla ricerca di legname per la costruzione di una chiesa, nella zona dell’attuale distretto di Krochmar incontrò alcuni gruppi di cattolici vietnamiti che qui avevano trovato rifugio dalle persecuzioni. Cominciando a frequentarli, però, nel 1897 padre Lazard si trovò a fare i conti anche con un’altra presenza: quella degli ex lavoratori delle piantagioni che l’abolizione della schiavitù imposta da Parigi ai latifondisti cambogiani aveva affrancato, lasciandoli però nella più totale indigenza. Fu per loro che padre Lazard comprò dei terreni su un’ansa del fiume Mekong, facendo nascere Kdol Leu come – appunto – il villaggio degli schiavi liberati. Una comunità eterogenea formata da gruppi tra loro diversi che insieme, intorno alla chiesa di San Giuseppe costruita dal missionario, trovarono una nuova identità.
Questa comunità cristiana sarebbe poi riuscita a sopravvivere ai regimi politici che la Cambogia ha conosciuto durante il XX secolo. Rimanendo sempre contadini poveri, vissero anche loro prove difficili: quando il generale Lon Nol, sostenuto dagli Stati Uniti impegnati nella guerra del Vietnam, nel 1970 prese il potere a Phnom Penh con un colpo di Stato ai danni di re Sihanuk, filo-comunista, l’area finì sotto il controllo dei VietCong e fu duramente bombardata dall’aviazione americana che distrusse anche la chiesa. Nel 1972, poi, a Kdol Leu visse la sua testimonianza fino al martirio padre Pierre Rapin, anche lui delle Missions Etrangères de Paris. Sapeva bene quello che rischiava restando nel villaggio, ma scrisse: «I cristiani mi hanno chiesto di rimanere, sia fatta la volontà di Dio». Nella notte tra il 23 e il 24 febbraio 1972 fu ferito da una carica esplosiva posta contro la parete della sua casa. Benché non sembrasse così grave, i khmer rossi forzarono la mano per portarlo comunque all’ospedale: il giorno dopo lo riportarono cadavere agli abitanti del villaggio che non poterono fare altro che seppellirlo a Kdol Leu.
Fu l’inizio della grande tribolazione: i cristiani di origine vietnamita risalirono nuovamente il Mekong, per cercare rifugio nel loro Paese. I cristiani cambogiani del villaggio sopravvissero pregando di nascosto nelle case o nel silenzio delle risaie. Solo vent’anni dopo, il prefetto apostolico di Kompong Cham – il missionario francese monsignor André Lesouëf, rientrato in Cambogia dopo la firma dei trattati di pace – poté mandare alcuni catechisti a riprendere i contatti con loro. Ed è in questo percorso di rinascita che la comunità di Kdol Leu ha incrociato l’esperienza dei missionari del Pime, arrivati in Cambogia nel 1990.
Il primo di loro a condividere la vita con questa comunità è stato nel 2009 padre Luca Bolelli, originario di Castelfranco Emilia in diocesi di Bologna, attualmente padre spirituale del seminario del Pime di Monza. A Kdol Leu padre Luca avrebbe dovuto fermarsi solo pochi mesi, per fare pratica con la lingua cambogiana; alla fine ci è rimasto per dieci anni, ridando finalmente a questa piccola comunità un parroco residente stabilmente per un lungo periodo. «Mi raccontavano le loro storie – ricorda padre Bolelli -. Quella di Yei Niang, ad esempio: ai tempi di Pol Pot era una giovane mamma con tre figli a cui i Khmer rossi avevano portato via il marito, facendolo scomparire nel nulla. Mi raccontava che pregavano nelle risaie, quando non c’era nessuno, cantando i canti della tradizione; oppure di notte, bisbigliando il Rosario nel letto. È stata lei, quando è diventato di nuovo possibile, a costruire una piccola cappella di bambù di fianco a casa sua, al posto della vecchia chiesa distrutta. Yei Niang si è data da fare per radunare di nuovo i cristiani a Kdol Leu, compresi quelli che nel frattempo avevano ricominciato ad andare in pagoda perché in Cambogia non puoi vivere senza una protezione religiosa».
«Un’altra persona – ricorda ancora padre Luca – mi diceva: “Ci accusavano di essere agenti della Cia perché cristiani; ma che cos’è questa Cia?”. Erano passati quasi quarant’anni e nessuno gliel’aveva spiegato».
Con padre Bolelli la comunità di Kdol Leu ha vissuto l’apice della sua ricostruzione: nel 2010 è stata inaugurata la nuova chiesa intitolata ancora a San Giuseppe, come quella distrutta dalla guerra. Il registro dei battesimi anno dopo anno arrivò a superare i 200 nomi. «I cristiani – ricorda il missionario – erano una trentina di giovani famiglie con tanti figli, in un contesto in cui la vita finiva al villaggio. Kompong Cham, che si trova a 40 chilometri, era ancora lontana. Sono passati pochi anni, ma era un altro mondo: per la corrente avevamo il generatore, non c’erano gli smarthphone. I bambini erano la prima generazione che aveva imparato a leggere».
Oggi anche Kdol Leu è profondamente cambiata: i mattoni stanno sostituendo le vecchie case di legno, la strada si è allargata, un ponte permette più facilmente di attraversare il fiume. E, soprattutto, i giovani vanno via: a Phnom Penh o all’estero in cerca di fortuna. Nei villaggi rimangono soprattutto anziani e bambini. Ed è la nuova sfida che dal 2024 si trova ad affrontare in questa comunità padre Alessandro Motti, missionario originario di Varano Borghi in provincia di Varese, già animatore al Centro Pime di Milano, missionario in Cambogia dal 2019.
«Chi va via affronta un vero e proprio shock – racconta -. Passa da una vita profondamente rurale a una grande città com’è oggi Phnom Penh, trovandosi a fare i conti con un tipo di vita che non ha mai visto. Anche a livello di fede: si passa da un villaggio dove la chiesa è il centro, il posto dove è naturale andare, a una capitale dove le parrocchie sono tre in tutto. Quando ci vanno si ritrovano in mezzo a gente che non conosono; non come al villaggio, dove la Messa è l’esperienza di una comunità. Qualcuno a volte ritorna, magari come insegnante. O semplicemente perché a Phnom Penh non ce la fa».
In questo contesto missione diventa innanzi tutto non far spegnere la vita cristiana in un luogo dalla storia così importante: «Alla domenica a Messa ci ritroviamo in una cinquantina di persone – racconta padre Motti -. Ci stiamo impegnando soprattutto per far ripartire le attività educative con i bambini: l’asilo è l’unico di tutta la zona ed è frequentato anche da bambini di famiglie buddhiste. E poi il doposcuola. In questa direzione va anche l’arrivo dall’Italia dei volontari del servizio civile internazionale che abbiamo iniziato qui a Kdol Leu con la Fondazione Pime. È una presenza importante rivolta a tutti, perché in Cambogia, soprattutto in queste aree periferiche, la qualità dell’insegnamento offerto dalle scuole è ancora molto bassa». Ma c’è anche l’altro volto, quello di una comunità che annuncia il Vangelo di Gesù: «Penso ai giovani che oggi fanno avanti indietro da Phnom Penh – spiega padre Alessandro -. Cerco di ricordare loro che sono seme della missione là dove si trovano. Inserirsi in un’altra comunità cristiana dove esiste; ma anche diventare semi di una nuova presenza là dove invece non c’è nulla. E questi posti sono tanti, perché in Cambogia siamo una minoranza ridottissima». Dalla piccola Kdol Leu alle città in piena crescita, ancora oggi le persone – per non restare imbrigliate in nuove schiavitù – hanno bisogno della stessa novità che quasi 150 anni fa padre Lazard fece nascere su un’ansa del fiume Mekong.
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