Cuba, l’ora più buia
Blackout elettrici, carenze di cibo, servizi sospesi: le voci dall’interno del Paese raccontano la gravissima crisi umanitaria provocata dall’embargo energetico imposto da Trump. Mentre la minaccia di un intervento Usa è sempre più concreta. Guarda anche la puntata di Finis Terrae
«Le donne a Cuba si alzano di notte, quando di solito la corrente torna un paio d’ore, per fare le lavatrici o cucinare sulle piastre elettriche il riso per il giorno dopo. Intanto gli ospedali non hanno più farmaci e non riescono a erogare i servizi di base». È drammatica la testimonianza di Fabio Laurenzi dall’Avana, strozzata dalle conseguenze dell’embargo energetico imposto da Donald Trump all’isola dei Caraibi. Rappresentante della ong Cospe nel Paese, Laurenzi ne ha sperimentato la parabola discendente nell’ultimo decennio. «Oggi però – ammette – la situazione è davvero estrema».
Lo stop alle importazioni di petrolio dichiarato lo scorso gennaio dagli Usa e le recenti sanzioni contro gli istituti finanziari stranieri che intrattengano relazioni con il governo di Cuba hanno aggravato drasticamente gli effetti del bloqueo, l’embargo che pesa sull’isola da oltre sessant’anni. E se la minaccia di un intervento militare Usa si fa sempre più concreta – mentre andiamo in stampa la tensione è alle stelle -, i cubani fanno i conti ogni giorno non solo con la carenza dell’energia elettrica e del carburante, ma anche, in un grave effetto domino, con le sospensioni dei trasporti pubblici, la mancanza di acqua potabile – «perché l’85% dell’accesso dipende da sistemi alimentati a elettricità», – i prezzi esorbitanti del cibo. Per farsi un’idea, un litro di olio può costare mille
pesos cubani, pari a un quarto della pensione minima.
«Un’altra conseguenza del blocco riguarda il sistema scolastico: ormai le lezioni spesso saltano, perché gli insegnanti non riescono ad arrivare in classe e la didattica on line è impossibile se mancano elettricità e connessione internet», spiega il rappresentante del Cospe. Che, tuttavia, tiene a entrare un po’ più in profondità nell’analisi. Per specificare, ad esempio, che «questa crisi impatta in maniera diversa i differenti settori della popolazione». Perché «anche a Cuba le diseguaglianze stanno crescendo. Da una parte, il sistema di welfare si è progressivamente deteriorato, dall’altra si vive da alcuni anni quella che viene definita una “policrisi” che riguarda l’economia, i salari, la finanza, gli effetti dell’emigrazione massiccia. E così, ad esempio, oggi i cubani che possono permettersi di installare un sistema fotovoltaico, o di pagare i prezzi altissimi dei prodotti alimentari, sono in grado di far fronte all’emergenza. Ma chi non ha queste risorse – la grande maggioranza della popolazione – deve fare affidamento sulle rimesse dei parenti all’estero e su un sostegno statale che non è più quello del passato».
L’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Volker Türk ha espresso «forte preoccupazione», affermando che «gli obiettivi politici degli Stati non possono giustificare azioni che finiscono per violare i diritti umani». All’Avana il governo accusa Washington di inventare false minacce per giustificare la pressione sul sistema cubano e persino un intervento militare. A fianco della gente che soffre gli effetti di questo braccio di ferro c’è la cooperazione, sia quella portata avanti da governi e istituzioni internazionali – «Russia e Cina, ma anche gli Stati del Vecchio continente e la stessa Unione Europea» -, sia quella delle ong e delle associazioni della società civile. «Noi del Cospe siamo arrivati alla metà degli Anni 90, quando la situazione umanitaria era gravissima, e da allora ci occupiamo soprattutto di sostenere gruppi sociali e organizzazioni che provano a essere protagonisti dall’interno di un processo di sviluppo. Lavoriamo molto sul tema della giustizia di genere, sull’agricoltura sostenibile, ma anche sull’industria culturale come strumento di trasformazione sociale».
Naturalmente, l’aggravamento della crisi ha imposto un’evoluzione nel modo di operare: «Abbiamo avviato iniziative nuove che rispondono in maniera specifica ai bisogni del momento. Tra queste una campagna per comprare qui in loco sistemi fotovoltaici e installarli in edifici che forniscono un beneficio collettivo, per esempio case di prima accoglienza per donne vittime di violenza, spazi culturali e creativi frequentati da giovani, centri per gli anziani o per l’infanzia. Dall’altra parte, tutti i nostri progetti sono stati riorganizzati e abbiamo ridefinito le priorità. Non è più possibile, ad esempio, fare 800 km per seguire gli interventi nella regione orientale dell’isola, perché manca la benzina».
Un problema sperimentato anche dai missionari che in quella zona – da sempre la più arretrata del Paese – vivono e operano, come i quattro fidei donum ambrosiani impegnati nell’arcidiocesi di Santiago de Cuba. Tra di loro c’è don Carlo Doneda, che nel 2018 ha lasciato Milano per raggiungere Baire, un piccolo agglomerato lungo la Carretera Central a una trentina di chilometri dalla municipalità di Contramaestre, alla periferia della regione e della diocesi stessa: «Senza carburante, non posso nemmeno più andare a Santiago agli incontri settimanali con il vescovo e gli altri preti», racconta. Il sacerdote, che guida la parrocchia di San Bartolomé, è oggi testimone di un disagio che oltre a condizionare la quotidianità delle famiglie – «il tradizionale sistema di quote alimentari della libreta ormai garantisce prodotti insufficienti e spesso solo per le fasce più bisognose», spiega – sta avendo un impatto più profondo sulle loro stesse prospettive di vita. «Gli stipendi non valgono più niente e quindi in molti, anche i medici o gli insegnanti, stanno lasciando il lavoro per dedicarsi ad attività che possano generare un minimo di reddito, come trasportare le persone con i bici taxi o con i carretti trainati dai cavalli, visti i blocchi dei trasporti pubblici. Tanti qui in paese si sono dedicati a produrre pane o cibo e poi al mattino vanno in bici fino a Contramaestre a venderlo. Oppure rivendono abiti o scarpe che i parenti mandano loro dall’estero».
Chi può, giocoforza, sceglie di lasciare il Paese: «In questi ultimi mesi non so più quante famiglie ho visto partire», racconta don Carlo. «La sofferenza più grande è vedere la disillusione dei giovani. Ragazzi con tanti sogni, che ora sembrano impossibili da realizzare. Anche quelli che prima studiavano sodo per poter andare all’università e scegliere una carriera come medici, informatici, operatori turistici, adesso sono demotivati perché si rendono conto che non ne vale la pena. Non riescono a immaginarsi un futuro». Qualcuno di loro ha preso parte alle proteste contro l’embargo o contro il governo? «Qui a Baire no. Spesso non hanno neanche gli strumenti per farsi un’idea di quale sia la causa di questi problemi, o le possibili soluzioni». Proprio questi ragazzi, tuttavia, stanno trovando un punto di riferimento nella parrocchia: «Visto che non hanno la possibilità di spostarsi, e tv e cellulari non funzionano, hanno cominciato a incontrarsi alla sera nel nostro salone per fare giochi di società e stare insieme: vengono con la lampadina ricaricabile in mano e trascorrono la serata così. È una cosa importante, perché l’alternativa sono spesso “giri” meno raccomandabili, dove circolano alcol e droghe».
Non solo. «Alcuni di questi giovani hanno cominciato a dare la disponibilità a portare aiuti e cibo cucinato dalle famiglie della parrocchia alle persone più bisognose, che vivono in insediamenti nei campi fuori dal paese. È un modo per accorgersi che c’è chi sta vivendo una situazione ancora più difficile e per creare legami di solidarietà». Gli stessi che si instaurano tra le giovanissime ragazze madri che si riuniscono bisettimanalmente in parrocchia: qui trovano supporto materiale, psicologico, umano e spirituale. Per loro era partito anche un laboratorio sartoriale «ma ora – racconta don Carlo – manca la corrente, non c’è la stoffa, non c’è il filo…». In compenso, è nato un servizio di mensa per chi vive sulla strada.
A proposito dei rapporti tra Chiesa e Stato, il fidei donum spiega: «Non c’è più la contrapposizione del passato, e a volte si riesce a collaborare, come è capitato di recente per la distribuzione di aiuti dall’estero, affidata alla Caritas». E la gente come reagisce alle minacce di Trump? «Si eseguono le esercitazioni per la difesa popolare, mentre in tv ogni tanto i ministri imbracciano il fucile. Ma le persone continuano ad andare avanti, nella speranza che succeda qualcosa che sistemi la situazione. Ma che cosa, non lo sappiamo».
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