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India, la cura dell’amore

Da ragazzina a Bitti, in Sardegna, suor Lucia Pala sognava di assistere i lebbrosi. In India da quasi 50 anni, racconta come ha realizzato quella vocazione, prima tra i villaggi dell’Andhra Pradesh e poi a Mumbai, tra le corsie dell’ospedale Vimala

«A mimme mi piachet azzudare sos lebbrosos». Era un desiderio decisamente insolito quello che Lucia Pala, appena adolescente, confidò alla madre nel dialetto sardo che si parlava quotidianamente nella “sua” Bitti: prendersi cura dei malati di lebbra. Un’aspirazione che, seppur messa alla prova da non pochi ostacoli, si sarebbe trasformata in una vocazione solida, a cui la ex ragazzina esuberante, diventata poi missionaria dell’Immacolata, risponde con entusiasmo da quasi cinquant’anni nella sua patria di adozione: l’India.

Quella conversazione con la mamma, che suor Lucia ricorda come se fosse avvenuta ieri, risale a un giorno particolare in cui, durante un incontro dell’Azione Cattolica, lei e le sue amiche ebbero l’occasione di guardare un film dedicato al missionario belga padre Damiano de Veuster, “apostolo dei lebbrosi” nell’isola di Molokai, nelle Hawaii. «Quanto piansi vedendo quelle povere persone sofferenti, rifiutate da tutti!», racconta la religiosa. «Qualcosa in me scattò. Ma quando ne parlai con mamma, lei mi disse: “Lucì! Tu, brighella come sei, a fare quel mestiere lì? Figuriamoci!”».

E invece, lo Spirito non avrebbe smesso di soffiare, attraverso incontri provvidenziali destinati a lasciare il segno nella vita della giovane. Primo tra tutti quello con il compaesano padre Salvatore Carzedda, missionario del Pime che sarebbe poi morto martire nelle Filippine nel 1992: «Battore era un fuoco, aveva una personalità travolgente – ricorda -. Fu lui, quando gli confidai i miei progetti, a parlarmi dell’esistenza delle Missionarie dell’Immacolata». E poi ci fu padre Romolo Campus, che era tornato per la prima volta in visita a casa, a Sassari, dopo 13 anni in India: «Che emozione per me! Quella terra era proprio il luogo dove sognavo di essere destinata un giorno. Allora andai a conoscerlo, quest’omone alto con la tunica bianca, e lui mi mostrò un cortometraggio che raccontava la vita quotidiana nella sua missione: si vedevano le suore che, con la bicicletta, si avventuravano nelle aree più emarginate… Io ero entusiasta, dissi a padre Romolo: “Vorrei contattare queste sorelle! Come posso fare?”».

Iniziò così la corrispondenza – che sarebbe andata avanti per due anni – con suor Grazia Villa, responsabile vocazionale delle Missionarie dell’Immacolata. Finché, quando Lucia aveva vent’anni, arrivò il grande passo: la scelta di entrare in noviziato, a Milano. Cioè partire per “il Nord”, dove non era mai stata, tra delle religiose che non aveva mai visto, e affrontare la ferma opposizione del padre. «La mamma era mancata quando io avevo diciotto anni, ma pochi giorni prima della mia partenza la sognai. Eravamo in una grande vigna e lei mi porgeva una cesta di grappoli e mi diceva: “Lucì, prendi questa sporta e non girarti”. Sentii che mi stava dicendo di andare avanti per la mia strada. Babbo invece rifiutò di concedermi la sua benedizione il mattino in cui lasciai casa. Stava là sulla soglia, dritto come un fuso, non mi diede nemmeno la mano. Io presi la valigia e mi incamminai. Sentii solo il “clic” della porta che si chiudeva alle mie spalle. Girata la prima curva, scoppiai in lacrime».

Quel dolore, tuttavia, non scalfì la decisione della giovane, né il suo spirito gioioso, ottimista, empatico, che la accompagnò nei primi anni in comunità – «le compagne milanesi ogni tanto mi chiedevano: “Lucia, dì qualcosa da ridere!” -, ma anche durante la formazione al Niguarda per diventare infermiera, e poi nei tre anni di servizio nella clinica gestita dalle consorelle a Gela, in Sicilia, e infine nel periodo del corso in leprologia in Spagna, quando già le superiori le avevano svelato che presto sarebbe davvero partita per l’India: il suo sogno era finalmente a portata di mano. Il 13 dicembre del 1977, giorno del suo onomastico, suor Lucia atterrò a Mumbai come missionaria dell’Immacolata.

«Fui accolta nella comunità di Bhimavaram, nell’Andhra Pradesh, dove le suore avevano un dispensario e visitavano i villaggi della zona per curare i malati di lebbra. Uno dei primi giorni accompagnai due consorelle indiane. Ricordo che mi stavo dirigendo verso una capanna e suor Rosy tentò di fermarmi: “Don’t go there, Lucia!”. Ma io continuai a camminare e dalla porticina uscì, trascinandosi per terra, una malata: quando si tolse le bende dalla mano apparve un moncherino pieno di vermi… Ebbi un moto di repulsione e per una frazione di secondo pensai di scappare, ma poi mi dissi: “Lucia, questa è la prova del nove!”. Mi avvicinai e feci la medicazione con cura. Da quel giorno non mi è mai più capitato di sentirmi a disagio davanti a un malato».

Tanta acqua è passata sotto i ponti da quel primo “battesimo della missione”. La suora venuta dalla campagna nuorese si inserì presto nel nuovo contesto indiano: negli anni trascorsi tra Bhimavaram e Vegavaram, nel distretto di Eluru, imparò bene la lingua telugu e si buttò anima e corpo nella cura di quegli ammalati che la società relegava ai margini e di cui lo Stato negava perfino l’esistenza: «Mi trovavo benissimo – racconta -, sentivo di vivere appieno il nostro carisma». Anche per questo non fu facile, dopo dieci anni, lasciare l’Andhra Pradesh per rispondere a una nuova chiamata dell’Istituto, dalla parte opposta del grande Paese asiatico, nella megalopoli di Mumbai. Per suor Lucia significava un nuovo Stato, il Maharashtra, e una nuova lingua da imparare, l’hindi. Un passaggio reso più leggero dalla consorella che la accolse: suor Bertilla Capra, con cui avrebbe condiviso i successivi decenni di servizio, fino ad oggi.

Il cuore della missione era il Vimala Dermatological Centre, un ospedale che le suore dell’Immacolata avevano aperto da alcuni anni nello slum di Vile Parle, dopo essersi imbattute in alcune colonie di lebbrosi. «È un’area di pescatori, proprio sul mare. Nei giorni caldi si respira quest’aria umida, salata, e l’odore del pesce messo a essiccare lungo le strade si sente a chilometri di distanza, ti entra nelle narici e ti si appiccica alla pelle. Fu questo il primo dettaglio che notai al mio arrivo».

A quel tempo l’ospedale aveva solo il pianterreno, mentre nel corso degli anni, con l’aiuto in particolare della cooperazione tedesca, alla struttura sono stati aggiunti due piani, uno per gli uomini e uno per le donne. «Ma già all’inizio avevamo anche tanti bambini: spesso ce li buttavano dentro, attraverso le sbarre del cancello. Noi li trovavamo lì e ce ne prendevamo cura. Li abbiamo fatti studiare tutti!», sorride la religiosa 82enne. Al Centro Vimala, infatti, dove l’anno scorso sono state eseguite cento operazioni per guarire mani o piedi intaccati dalla malattia, l’obiettivo è la salute dei pazienti ma anche la loro dignità umana, a tuttotondo. «Uno dei leprologi che viene periodicamente a fare consulenze ama ripetere che da noi la cura è “20 per cento medicine, 80 per cento amore”! Ed è esattamente così. Le persone devono sentire che vogliamo loro bene. Io scherzo con i degenti, cerco di creare anche momenti conviviali. Con le ragazze metto la musica, ballo, e loro mi dicono: “È la prima volta che rido!”».

In questa missione quotidiana, che spazio ha l’annuncio del Vangelo? «I nostri pazienti sono indù o musulmani, praticamente non abbiamo cristiani. E, come diceva Paolo VI, noi missionari siamo chiamati a essere testimoni, non predicatori. Spesso capita che i malati, abituati a essere rifiutati da tutti, di fronte alla passione con cui li curo mi chiedano: “Ma perché lo fai?”. Io allora parlo loro di Gesù, che per primo toccò i lebbrosi». Suor Lucia racconta del piccolo Prakash, di 7 anni: «Mi chiedeva: “Perché la gente dice che siamo maledetti da Dio?”. Gli ho risposto: “Non siete maledetti, Dio è padre di tutti e vi vuole bene!”». Questo amore, Prakash lo ha visto con i suoi occhi: aveva il sorriso di una suora italiana affaccendata tra le corsie dell’ospedale Vimala.

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