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Padre Maccalli: l’imperativo della nonviolenza

In un mondo ferito da troppi conflitti, ci vuole il coraggio della pace per contrastare ogni forma di odio e di violenza. Il nuovo libro di padre Pier Luigi Maccalli, missionario della Sma, rapito e tenuto ostaggio per due anni nel Sahel, è un manifesto potente contro la guerra

«Un’enciclica dal basso a favore della pace». Lo definisce così padre Pier Luigi Maccalli il suo nuovo libro Scelgo di non odiare uscito nelle scorse settimane per la Emi (pp. 142, 14 euro). Missionario della Società delle missioni africane (Sma), rapito in Niger il 17 settembre 2018 da un gruppo jihadista e liberato l’8 ottobre 2020, aveva già condiviso il racconto della sua drammatica esperienza nel libro Catene di libertà e poi aveva riflettuto sul suo percorso di “liberazione” profonda a partire dal perdono nel volume Liberate la pace. Qui fa un ulteriore passo avanti. O meglio, prova a riandare a quell’“essenziale dimenticato” che, in fondo, è ciò che ci rende umani.

Padre Gigi, perché un altro libro? Quali sono gli aspetti che volevi maggiormente mettere a fuoco e approfondire?

«Ho sentito il bisogno di reagire alle tante parole che sui media inneggiano al riarmo e alla guerra. Il pensiero unico dominante è la rievocazione del vecchio adagio romano “se vuoi la pace prepara la guerra”, da cui dissento. Ho visto da vicino il volto reale della guerra, sono stato incatenato come ostaggio per oltre due anni e proprio perché ho fatto esperienza dal vivo di tanta disumanità mi sento provocato a espormi. La pace è possibile ma non come la dà il mondo, con bombe e stragi di innocenti».

L’esperienza del sequestro ti ha permesso di cogliere l’essenziale, anche riguardo il significato della pace. Che cosa intendi?

«Sono marcato a fuoco dalla mia storia di missionario sequestrato. Nella prigionia ho visto con più lucidità che l’odio perpetua sempre rivalità e desiderio di vendetta. Solo il perdono spezza la ruota della violenza. In questo libro parlo dell’essenziale dimenticato per costruire la pace a partire da due punti fermi: non uccidere e non rispondere al malvagio con la violenza».

Quanto sei stato interpellato, in questa riflessione, non solo dalla tua esperienza personale, ma anche dalla realtà contemporanea sempre più segnata dalle guerre?

«È proprio la realtà contemporanea che mi ha spinto a scrivere queste pagine. Dopo il mio sequestro, mi urta ascoltare ogni giorno parole che inneggiano alla guerra (e anche semplicemente sentire spari di petardi e di fuochi d’artificio). La soluzione non è il riarmo e non è con la forza militare che si porrà fine al terrorismo nel Sahel e altrove. Sinceramente
ascoltare tante “parole armate” mi ferisce. Sì, le parole violente e i propositi di scontro procurano in me dolore misto a sdegno che mi fa gridare il mio “no” forte e deciso a tutte le guerre».

Perché, secondo te, non può mai esserci una guerra “giusta”?

«È un controsenso mettere insieme questi due termini. La guerra è l’esaltazione della distruzione e della morte e la giustizia è la difesa della vita, ristabilita nel suo diritto. La guerra oggi, con le sue potenzialità tecnologiche e nucleari, è solo disumanità; oltre a distruggere tutto e tutti, si affida alle armi la soluzione di un problema di diritto internazionale. La diplomazia e il dialogo sono la risposta umana».

Papa Leone parla  sempre di “pace disarmata e disarmante”: che cosa significa per te e che cosa implica questa espressione?

«È un invito a prendere sul serio il Vangelo e il messaggio di Gesù di Nazareth, particolarmente il discorso della montagna in Matteo, che possiamo definire la Magna Carta della nonviolenza cristiana». 

La pace spesso richiede più coraggio della guerra: quali forme di coraggio sono più necessarie oggi?

«Papa Francesco diceva spesso che per fare la pace ci vuole coraggio, molto di più che per fare la guerra. Ci vuole coraggio per dire “sì” all’incontro e “no” allo scontro; “sì” al dialogo e “no” alla violenza; “sì” al negoziato e “no” alle ostilità. Oggi è necessario costruire fraternità, imparare l’equo-vicinanza e abitare gli stessi confini. In altre parole avere il coraggio dell’incontro e dell’accoglienza».

In che modo ciascuno di noi può diventare costruttore di pace?

«Vedo tre atteggiamenti a “kilometro zero” che sono alla portata di tutti. Innanzitutto, disarmare le nostre parole. Dalle parole si passa velocemente alle mani.
È sempre una parola offensiva o mal compresa che è la scintilla di uno scontro che degenera in omicidio o femminicidio o peggio ancora in una guerra! Chi disarma le parole impara a vedere attorno a sé non solo dei nemici da eliminare, ma persone da incontrare e perdonare».

In secondo luogo?

«Direi la cura delle relazioni. Non dobbiamo incatenare nessuno con i nostri pregiudizi e le nostre etichette. Il mondo è la nostra “Casa comune”: migranti, stranieri, pellegrini, viandanti, siamo tutti fratelli e sorelle. E la cura delle relazioni si traduce così in accoglienza».

E il terzo atteggiamento?

«Una conversione di mentalità. Non lasciamoci indottrinare dalla retorica della guerra. La pace vera non spara, non bombarda e non fa stragi. Se vuoi la pace scegli la nonviolenza che altro non è che la forza della verità, vero antidoto alla menzogna, sorgente di ogni violenza. Ecco tre atteggiamenti per essere artigiani di pace nel quotidiano: parole di pace, cura delle relazioni e mai appoggio alla guerra».

Come accennavi, il tuo pensiero in questo libro ruota attorno a due “no”: non uccidere e non rispondere alla violenza. Quanto sono praticabili oggi?

«Questo è il punto. Quanto praticabile è il Vangelo? Quanto ci lasciamo scomodare dal Vangelo? Primo Mazzolari ci ricordava che il comandamento “Tu non uccidere” è così semplice, che, lasciato nella sua divina semplicità, sgomenta assai più di qualsiasi prospettiva atomica. “È la vera atomica che Dio ha posto nelle mani dei cristiani”. Solo lottando contro la guerra restiamo sul piano del Vangelo. La Chiesa, la povera gente, tutti abbiamo bisogno di pace. Coloro che parlano di pace, e interiormente si augurano che la guerra risolva qualcosa, sono falsi a maggior ragione se cristiani».

Parlare di nonviolenza oggi sembra quasi anacronistico o utopistico. Perché non lo è?
E perché la nonviolenza può diventare una strategia sociale e politica, e non solo una scelta personale?

«Gandhi, Martin Luther King, Mandela, per citare i più famosi, hanno ben mostrato il valore politico e sociale della nonviolenza che ha portato a un cambiamento di un sistema ingiusto e di oppressione. Erano altri tempi? Forse, ma noi oggi alla nonviolenza non ci crediamo. Il monaco trappista statunitense Thomas Merton diceva che il mondo occidentale poggia su alcuni miti: l’efficienza, il controllo, la ricchezza e il progresso tecnologico e fin tanto che la nonviolenza non troverà “miti operativi” con cui proporsi all’Occidente, questa non sarà accolta come un’alternativa possibile e desiderabile. Gesù di Nazareth e il suo Vangelo sono questa alternativa che ha a cuore la cura dell’umano, la compassione, la rivoluzione della tenerezza e ha l’apice nell’amore dei nemici. C’è chi ci crede e molti no».

Parole e linguaggio possono tornare a essere terapeutici?

«Penso proprio di sì. Me lo ha insegnato l’Africa. Tante volte ho ammirato la forza di un proverbio citato al momento giusto durante una discussione animata sotto l’albero à palabre, l’albero della parola, di un villaggio africano. I proverbi sono perle di saggezza che sanno elevare gli animi e riconciliare persone in conflitto, offrendo una prospettiva di soluzione condivisa da tutti. La parola consola e guarisce mentre il suo contrario ferisce e uccide».

È ancora possibile coltivare la speranza?

«Sotto il cielo stellato del deserto ogni notte concludevo la giornata dicendomi: speriamo domani. La notte è stata meno buia grazie alle stelle. E il domani di libertà si è aperto per me l’8 ottobre 2020. Finché c’è qualcuno che sa alzare lo sguardo alle stelle nelle notti delle guerre c’è speranza di pace».

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