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Village of Joy: missione fraternità

Per dieci anni in Uganda, Marta e Giorgio Scarpioni hanno realizzato molte iniziative, ma soprattutto hanno inaugurato una presenza missionaria francescana fatta di soli laici. Che oggi coinvolge altre famiglie e centinaia di volontari

Si conoscono da quando erano bambini e vicini di casa, a Varese. Hanno seguito percorsi diversi che poi hanno finito con l’intrecciarsi per diventare un cammino comune, che li ha portati per dieci anni in Uganda. E anche adesso che sono rientrati in Italia, Giorgio Scarpioni e Marta Novati continuano a vivere in bilico tra due continenti. E a sentirsi fortissimamente legati all’Italia come all’Uganda. In Africa, infatti, hanno dato vita a una nuova famiglia e a una nuova missione, una presenza francescana sotto l’Ordine dei frati minori, a Rwentobo, gestita unicamente da laici. L’hanno chiamata Village of Joy (“Il villaggio della gioia”). In Italia, invece, hanno fondato l’associazione Ewe Mama (“A te mamma”, in kiswahili) per sostenere i progetti ugandesi, che nel frattempo si sono moltiplicati: scuola materna, centro per disabili, orfanotrofio, pediatria, fisioterapia, laboratori di falegnameria, un orto, una fattoria inclusiva, una cucina e persino due cave. E un progetto di adozioni a distanza che sostiene quasi 150 famiglie e più di 250 bambini. Le varie attività impiegano circa 120 dipendenti, tra cui una cinquantina di educatori, ma vedono anche la presenza stabile di alcuni laici fidei donum e il passaggio di centinaia di visitatori e volontari che ogni anno vi trascorrono brevi periodi, compresi i ragazzi di Giovani e Missione del Pime e gli universitari del Mex, come pure volontari dei comboniani e dei francescani, più amici, conoscenti o persone che hanno saputo dell’iniziativa attraverso i social. Per tutti, lo stile è sempre lo stesso: una vita condivisa fraternamente e nella semplicità a servizio dei più poveri nello spirito di san Francesco d’Assisi.

È quello che ha ispirato sin dall’inizio Giorgio e Marta. «Da ragazzo – racconta Giorgio, che oggi ha 43 anni – sentivo un forte desiderio missionario che ho messo alla prova andando due volte in Brasile per alcuni mesi, nel 2006 e 2007, e facendo un cammino di discernimento e accompagnamento spirituale. Poi ho deciso di completare l’università e nel 2010 mi sono fidanzato con Marta, che nel frattempo si era formata nell’ambito della disabilità. Ma quel desiderio missionario era sempre presente…».

Come spesso accade, sono gli incontri che cambiano la vita. La coppia conosce una suora ugandese delle Missionarie di Maria Madre della Chiesa, fondate nella diocesi di Lira, in Uganda, dall’allora vescovo Giuseppe Franzelli, comboniano. «Ci disse che in Africa non servivano solo soldi, ma persone. Ci ha molto colpiti e abbiamo pensato di fare un’esperienza con lei». Quasi contemporaneamente incontrano un frate minore, fra’ Carmelo Giannone, che viveva pure lui in quel Paese. «È stato profetico! Sognava di realizzare qualcosa con i laici. E così, nel 2012 siamo partiti con l’idea di andare non tanto a gestire un progetto, ma a rispondere alle nostre due vocazioni».

Da lì è stato un turbinio di esperienze e di iniziative che hanno segnato la loro vita personale e hanno portato alla nascita di qualcosa di completamente nuovo e inedito: una missione fondata e gestita da laici. «Dopo il corso prematrimoniale con i frati in Uganda, nel 2013 siamo tornati in Italia per sposarci. Ma avevamo già comprato un piccolo terreno con l’idea di strutturare qualcosa che permettesse ad altri laici di condividere questa nostra esperienza che, a quel tempo, era ancora embrionale».

Il primo progetto non poteva che riguardare la disabilità. Aprono un centro prima a Rushooka, dove c’è anche la parrocchia, e poi a Rwentobo, poco distante, per bambini che spesso hanno problemi gravi. Oggi ne accolgono 42 dai 6 ai 18 anni. Il centro offre non solo assistenza, educazione e fisioterapia, ma anche percorsi verso una maggiore autonomia, creando ad esempio piccole attività professionali affinché non siano totalmente a carico di famiglie che magari sono poverissime. E proprio per mantenere vivi i legami familiari, bambini e ragazzi vengono rimandati periodicamente nei villaggi. «Soprattutto agli inizi – interviene Marta – quando eravamo ancora un po’ “acerbi” sia a livello personale, che nella fede e nella speranza, faceva male doversi confrontare con il grande dolore che incontravamo. Da un lato, credo che l’Africa ci insegni tanto in termini di celebrazione della vita: i figli sono un dono, una ricchezza, un sostegno. D’altra parte, quando c’è un problema come la disabilità non è facile affrontarla».

Loro ci hanno provato e adesso altri continuano a farlo, sfidando anche pregiudizi e stigma sociale: «Le donne che hanno lavorato con noi, e che ancora adesso sono lì, hanno fatto uno sforzo per andare oltre se stesse, i loro familiari, la loro cultura. Davvero sono riuscite con fatica a vedere la vita, il suo senso e il suo valore anche al di là del limite. E a celebrarla quando è fragile. Certo non sempre si riesce, ma ci sono bellissime perle, bellissimi cuori, che poi sono quelli che oggi mandano avanti questi progetti».

Non solo disabilità, tuttavia. Nel 2018, Marta e Giorgio si trovano davanti a un’altra piaga gravissima, che colpisce soprattutto bambine e ragazze, ridotte in condizioni di vera e propria schiavitù spesso nell’ambito domestico o messe sulla strada. «Abbiamo aperto una sorta di orfanotrofio chiamato “Il padre misericordioso”. L’ultima bambina che abbiamo accolto aveva solo tre anni e viveva con la nonna che non era autonoma e la usava come serva. La mamma era invalida e la bambina non si lavava mai. Ma abbiamo accolto anche casi più gravi». Attualmente il centro ospita 28 bambine e segue 14 ragazze che si stanno reinserendo nei loro villaggi. In appoggio a questi progetti sono nati anche un servizio di fisioterapia, una fattoria inclusiva, un orto, una cucina che prepara cibo che poi viene venduto al mercato, laboratori di falegnamerie e riparazioni. E persino due cave: «Per dare lavoro e per raccogliere fondi», precisano. 

E in mezzo a tutto questo, Marta e Giorgio decidono di ampliare la loro famiglia, prima con l’arrivo di Anita nel 2017 e poi con l’adozione di George nel 2019. «Essere mamma, una mamma nuova di zecca, con i miei pregi e le mie incapacità, lontana dalle persone che potevano darmi un supporto, sotto gli occhi di tantissimi volontari, in un altro Paese e in un’altra cultura… beh, non è stato facilissimo! – ammette Marta -. Ma è stato anche affascinante e a volte persino divertente».

Parallelamente, aumentava anche la famiglia “allargata” della fraternità. Sin dall’inizio, infatti, hanno cominciato ad accogliere decine di volontari e di persone che desideravano vivere un’esperienza di qualche settimana o di qualche mese, comprese famiglie con figli o pensionati over 70. Nel 2018, li raggiunge Sara Colloca, fidei donum ambrosiana che si unisce alla fraternità e che rimane un punto di riferimento importante. A lei si è aggiunta una coppia di giovani sposi di Biella, Sara Pasqual Cucco e Marco Berutti, pure loro fidei donum, che sono rimasti sino al 2024. Da pochi mesi, invece, sono arrivate due famiglie comasche, Sara Valenzisi e Marco Marinelli con i figli Pietro e Aurora, e Jacopo De Santis e Benedetta Febbo con la figlia Maria.

Nel frattempo, sono cresciute anche le attività con l’apertura, nel 2020, di una scuola materna frequentata da circa 150 bambini. «Abbiamo mantenuto le tasse scolastiche molto basse perché vorremmo che fosse il più possibile accessibile alle famiglie povere», racconta Giorgio, che si appresta a inaugurare un nuovo servizio, quello di una clinica pediatrica che verrà aperta in questo mese di giugno: «Ci saranno un medico e un laboratorio. Attualmente il più vicino è nella capitale Kampala, a otto ore di macchina».

Giorgio parla come se fosse lì. E in effetti torna spesso in Uganda dopo che, con la famiglia, hanno deciso di rientrare in Italia nel 2021. Lui però continua a seguire i progetti di Ewe Mama, le adozioni a distanza e la gestione dei volontari. «Torno tutti gli anni a febbraio e novembre e con Marta e i bambini nel mese di agosto». Ed è così che mantengono viva quella vocazione missionaria e quel senso di fraternità che continua a tenerli uniti al Village of Joy di Rwentobo. Un legame che va ben oltre le distanze geografiche. 

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