Eredità in movimento
Parlare del patrimonio africano sottratto in epoca coloniale evoca memorie plurali e comporta nuove narrazioni delle collezioni museali fuori dal continente
Pubblichiamo il testo della direttrice responsabile di “Africa e Mediterraneo” che mette a fuoco il tema al centro di AfrikaTalks 2026, evento speciale del Festival del cinema d’Africa, Asia e America Latina (Fescaal) che si è tenuto a Milano.
Negli ultimi anni, la discussione sul patrimonio africano ha conosciuto una nuova centralità, intrecciando complesse questioni di giustizia storica, diritti culturali e trasmissione digitale. Parlare di “heritage” in Africa significa confrontarsi con memorie plurali – materiali e immateriali – custodite nelle comunità, negli spazi sacri e nelle pratiche quotidiane, ma anche con oggetti dispersi lungo le rotte della colonizzazione, oggi conservati in musei e collezioni di tutto il mondo, acquisiti in situazioni violente o comunque ingiuste. I processi di museificazione di questi patrimoni non hanno dialogato con i contesti vivi di provenienza, anzi, hanno separato gli oggetti dalle persone, dalle lingue e dai rituali che li hanno generati, e li hanno incapsulati dietro teche ed etichette.
È anche così che il sistema coloniale produceva l’esotico e reificava il colonizzato. Come denunciava Frantz Fanon al Primo Congresso degli scrittori e artisti neri di Parigi nel 1956, «da un lato, c’è una cultura riconosciuta per il suo dinamismo, la sua fioritura e la sua profondità. Una cultura in movimento, in perpetuo rinnovamento. Dall’altro, ci sono caratteristiche, curiosità, cose, ma mai una struttura. Così, nella prima fase, l’occupante stabilisce il suo dominio, affermando massicciamente la sua superiorità».
In ragione della necessità di giustificare il dominio coloniale, dunque, gli oggetti raccolti erano presentati come testimonianze di stadi inferiori dello sviluppo umano. La questione della restituzione di questo immenso patrimonio al fine di riparare e curare ciò che si configura come ingiustizia storica e come trauma è antica: il dibattito è sollevato sin dalle indipendenze, e da allora sono state tante le richieste ufficiali in sede internazionale, le risoluzioni Onu, gli appelli, ma solo negli ultimi 15 anni i musei occidentali che conservano collezioni di origine coloniale si sono mostrati consapevoli di quanto questi patrimoni siano scomodi e contestati. Molti di loro hanno avviato iniziative di decolonizzazione, più o meno riuscite, per elaborare le responsabilità storiche a cui sono connesse le loro collezioni: tra i più noti, l’AfricaMuseum di Tervuren (ex Museo del Congo Belga), il Musée du Quai Branly di Parigi, l’Humboldt Forum di Berlino, il Muciv-Museo delle Civiltà di Roma. Le modalità praticate sono principalmente due: la restituzione degli oggetti e l’elaborazione di nuove narrazioni delle collezioni.
La restituzione è un processo che pone complesse questioni etiche, giuridiche e pratiche. Ad esempio, a chi restituire, agli Stati o alle comunità preesistenti alle spartizioni coloniali? Come individuare la provenienza dei manufatti? Come ricostruire il legame tra questi oggetti e le persone che vivono la contemporaneità? A diversi progetti concreti legati alla restituzione ha lavorato Victoria Phiri, direttrice del Livingstone National Museum in Zambia. In particolare, nel 2020 ha partecipato a un programma di ricerca su beni culturali zambiani presenti nei musei svedesi e nel 2025 ha collaborato all’implementazione di un prezioso insieme di open data sui processi di restituzione per l’organizzazione panafricana Open Restitution Africa.
Oltre la dimensione giuridica, la restituzione interroga il diritto all’eredità come diritto umano e collettivo: il diritto a conoscere, praticare, tramandare e trasformare il proprio patrimonio. E questo riguarda anche la riarticolazione di responsabilità e competenze da parte delle istituzioni museali che hanno sede in Africa e devono dialogare soprattutto con il pubblico locale. Ore Disu, in base alla sua esperienza come prima direttrice dell’Istituto del Museum of West African Art di Benin City in Nigeria (museo progettato dall’archistar anglo-ghanese David Adjaye e centro di eccellenza per la ricerca archeologica, la conservazione delle opere d’arte e la gestione del patrimonio culturale), concepisce la restituzione come rigenerazione, come catalizzatore per la costruzione di ecologie di conservazione sostenibili in Africa. Una prospettiva costruttiva e aperta al futuro per affrontare lo sconcertante fatto che, secondo i dati del “Rapporto sulla restituzione del patrimonio culturale africano: verso una nuova etica relazionale”, commissionato a Felwine Sarr e Bénédicte Savoy dal governo francese (2018), il 90% degli oggetti si trova fuori dall’Africa, lontano dalle comunità eredi di chi li ha prodotti e utilizzati.
Per reagire a questa enorme ingiustizia agiscono movimenti della diaspora e attivisti come Mwazulu Diyabanza, con interventi e proteste nei grandi musei europei. A volto scoperto e in diretta social, Diyabanza ha tentato di rimuovere opere che considera parte del patrimonio culturale africano, pagando personalmente con multe e brevi detenzioni. Parallelamente, promuove una riflessione strutturata sulle condizioni politiche, economiche, culturali e di sicurezza del continente, e ha fondato il Front Multiculturel Anti-Spoliation (Fronte multiculturale contro il saccheggio), che mira a unire popoli il cui patrimonio saccheggiato è ora esposto nei musei europei.
Anche l’Italia deve ripensare il patrimonio acquisito illecitamente, ripercorrendo le tracce della violenza coloniale, ripensando gli allestimenti e proseguendo nella restituzione degli oggetti che sono stati richiesti. Sui bottini culturali saccheggiati in Etiopia durante l’occupazione fascista del 1935-1941 e sul patrimonio coloniale ancora conservato nei musei italiani è incentrata attualmente l’indagine accademica di Silvia Iannelli, antropologa culturale che ha svolto ricerche presso l’Istituto di Studi Etiopici dell’Università di Addis Abeba.
Uno dei temi più amari di questa complessa situazione è quello dei resti umani trafugati per presunte ricerche scientifiche o come trofei e tuttora custoditi nei musei e nelle università occidentali, come racconta il film The Empty Grave, presentato durante il Fescaal.
Articoli correlati
I primi cento anni del Pime “unito”
Una firma che fa la differenza

