Grazie, Time Out!
Il progetto Pime di sostegno allo studio compie cinque anni: il 28 maggio una festa celebrerà un’esperienza che ha già toccato le vite di tanti adolescenti
Il 28 maggio si festeggeranno i primi cinque anni di “Time Out – Spazio studio extra-ordinario”, un progetto per adolescenti nato al Centro Pime di Milano e allargatosi anche a Busto Arsizio. Nel percorso, che unisce sostegno allo studio a momenti di convivialità, oggi 150 ragazzi sono affiancati dai professionisti dell’Ufficio Educazione alla Mondialità e da uno staff di volontari.
Di seguito riportiamo la testimonianza di Rasha, una giovane dalla storia di migrazione e di integrazione scolastica complicata, che ha trovato proprio in Time Out un supporto importante per la sua vita.
Sono nata nella provincia di El-Beheira, in Egitto, dove è iniziato anche il mio percorso scolastico. Quando la mia famiglia si trasferì in Italia, mi iscrissi in prima media, ma mi sentivo completamente spaesata: non capivo la lingua e spesso passavo intere giornate a scuola senza dire una parola. In Egitto ero tra le più brave, in Italia invece mi sentivo invisibile. Dopo un po’, i miei genitori decisero di farci tornare in Egitto per continuare gli studi: ero felicissima, ma non fu semplice. Gli insegnanti mi chiedevano argomenti dell’anno precedente e quelle domande mi facevano sentire frustrata, come se stessi sempre rincorrendo qualcosa che non potevo raggiungere. Continuavo a studiare, ma con meno forza e fiducia in me stessa. Arrivai fino alla terza media così. Poi i miei genitori decisero di portarci di nuovo in Italia, questa volta definitivamente. Sono tornata con un’idea chiara: dovevo farcela e diventare brava, nonostante tutto.
Mi venne consigliato di ripetere la terza media e io accettai cercando di convincermi che fosse solo un altro passo necessario, ma il rientro a scuola non fu facile. Mi misero in un banco accanto alla cattedra: mi sentivo osservata da tutti, come se ogni mio movimento fosse sotto controllo. Affrontai molte difficoltà: la lingua, il disorientamento, la paura di non essere all’altezza. Ricevetti però più aiuto che in passato, frequentavo più ore di italiano. Iniziai a fare interrogazioni e verifiche, anche se più semplici rispetto ai miei compagni. Per la prima volta non mi sentivo esclusa. I professori mi incoraggiavano e questo iniziò a cambiare il modo in cui guardavo me stessa. Stavo ricominciando a credere di potercela fare.
Alla fine della terza media mi venne consigliato il percorso socio-sanitario e iniziai le superiori con entusiasmo. Ricevevo supporto per lo studio e sentivo di aver finalmente trovato la mia strada. Poi, all’improvviso, arrivò la pandemia di Covid-19. Iniziò la didattica on line e in seconda superiore affrontai una delle esperienze più drammatiche della mia vita: fui bocciata. Se prima, infatti, svolgevo attività semplificate, nel secondo quadrimestre, vedendo che ottenevo voti alti, i professori decisero di farmi affrontare le stesse prove dei miei compagni. Da lì iniziò un crollo profondo: i voti scesero rapidamente, una discesa che non riuscivo a fermare. Non chiesi aiuto a nessuno: pensavo di dovercela fare da sola. A casa non sapevano nulla di ciò che stava succedendo: dei voti bassissimi, delle relazioni sempre più tese con alcuni professori.
Nonostante tutto, oggi riconosco che quello è stato per me un anno di maturazione. Quando ho ripetuto la classe, ho imparato una delle lezioni più importanti della mia vita: chiedere aiuto non mi rende fragile. È stato allora che ho trovato il sostegno della mia famiglia e la prima cosa che ho fatto è stata cercare uno spazio in cui poter essere aiutata davvero: ho trovato il progetto Time Out, che mi era stato consigliato dalla mia amica Basma. Prima non sapevo davvero studiare, avevo le capacità ma non gli strumenti e questo mi faceva sentire persa. A Time Out ho trovato un aiuto concreto. Ho imparato a studiare in modo diverso, a conoscermi meglio e a non sentirmi sbagliata. Ho incontrato anche persone importanti: amiche che sono rimaste al mio fianco fino a oggi. Sarò sempre grata al destino per avermi permesso di incontrare Francesca, l’educatrice, e di scoprire questo progetto che mi ha aiutato a ricostruire la fiducia in me stessa e riconoscere, finalmente, il mio valore.
Inizialmente volevo sostenere il test per le professioni sanitarie. La prima persona con cui ne ho parlato è stata Francesca. Le ho chiesto aiuto per prepararmi e durante questo percorso ho incontrato anche Elisa. Studiando, però, è successo qualcosa di inaspettato: ho iniziato a capire che ciò che mi rappresentava davvero, in quel momento della mia vita, era la psicologia. Non solo come materia di studio, ma come modo di guardare le persone e il mondo. Mi sono detta: perché non provarci? Avevo ormai capito che nella vita esistono sempre altre possibilità, che il nostro percorso non è una linea retta ma un viaggio fatto di esplorazioni, cambiamenti e scoperte. Nel nostro cammino impariamo che non tutto è definitivo e che possiamo permetterci di cercare, sbagliare e ricominciare.
Scegliere la facoltà di Psicologia per me ha significato riconoscere questo: la libertà di esplorare e di dare un senso alle esperienze vissute, mie e degli altri.
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