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Patto europeo su migrazione e asilo

LA PAROLA. Il 12 giugno 2026 entra in vigore il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, un pacchetto di norme che avrà un impatto profondamente restrittivo del diritto di asilo. Sarà proprio così?

Risponde Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio italiano di solidarietà-Ufficio rifugiati onlus di Trieste.

Quali sono i punti-chiave del nuovo Patto?

«I testi che lo compongono sono dieci; nove Regola­menti e una Direttiva, quella sull’accoglienza. Le strategie principali sperimentate dal 2015 ad oggi sono state due: l’esternalizzazione del diritto di asilo e i respingimenti alle frontiere esterne. Le nuove normative consolidano questa tendenza ina­sprendo ulteriormente tutte le misure per sterilizzare il diritto d’asilo».

Quali le principali criticità?

«La riforma opera soprattutto sulle cosiddette “procedure” di esame del­le domande di asilo comprimendo i diritti dei richiedenti. Nello specifico viene ampliata la cosiddetta “procedura accelerata” con applicazione alle frontiere esterne, strettamente connessa all’applicazione di misure di limi­tazione della libertà dei richiedenti protezione internazionale. Questa pro­cedura potrebbe essere applicata nelle ipotesi più disparate: se si ritiene infondata la domanda; se sussistono alcune condotte illecite; o semplice­mente se si considera la provenienza della persona da un Paese ritenuto sicuro. In quest’ottica l’accoglienza si trasforma da sistema, appunto, di accoglienza, a qualcosa di diverso; un sistema sospeso tra libertà e deten­zione. Dobbiamo aspettarci un periodo nel quale i “campi di confinamen­to” per i richiedenti asilo diventeranno uno scenario ordinario».

Che cosa cambierà in Italia?

«In ragione del numero di arrivi alle frontiere esterne (sbarchi), l’Italia è il Paese che dovrebbe applicare il più alto numero di procedure accelerate di frontiera, rivedendo in senso restrittivo il suo sistema di asilo. In partico­lare dovrebbero sorgere in prossimità delle aree di frontiera delle nuove strutture di accoglienza/trattenimento dalla natura giuridica assai incerta, in cui ammassare migliaia di persone e definirne il destino in tempi rapidi e con modalità sommarie. Uno scenario decisamente inquietante».

Il controverso modello-Albania diventa un modello per l’Ue?

«L’esperimento dei centri in Albania si inserisce in un dibattito politico molto acceso in Europa che guarda alla possibilità di attuare nuove forme di ester­nalizzazione sia per l’esame delle domande di asilo che per le procedure di rimpatrio. Oggi si va delineando una nuova nozione di esternalizzazione che ipotizza la possibilità di “portare indietro” dall’Europa verso Paesi terzi chi chiede asilo, rifiutando di esaminare le loro domande di protezione. Le nuo­ve norme non hanno come obiettivo il miglioramento del sistema internazio­nale di protezione dei rifugiati e non danno una risposta specifica a un con­testo di crisi. Hanno invece come finalità quella di ostacolare l’accesso alla protezione nell’Ue tramite una sorta di cessione dei propri obblighi giuridici, dietro lauto compenso, ad altri Stati. Di fatto ciò che si sta tentando di fare è di “vendere” a Paesi terzi le persone di cui non vogliamo occuparci».

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