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Icona decorativaIcona decorativa24 Maggio 2026 Anna Pozzi

Camerun, il sogno di una vita

Per quarant’anni la missionaria dell’Immacolata suor Giuseppina Ravasio si è dedicata alla pastorale e alla formazione in diverse regioni del Paese, dai villaggi nella foresta alle aree urbane. E ora è pronta a ripartire

«Sono più camerunese di tanti camerunesi!». Lo dice scherzando suor Pina Ravasio, missionaria dell’Immacolata di 77 anni. Ma con un fondo di verità. Bergamasca di origine, cinquant’anni di vita religiosa, da quaranta vive in Camerun, dove l’età media supera di poco i 18 anni. Rientrata in Italia per ragioni di salute, è pronta a ripartire per continuare a condividere la sua vita con quella delle comunità a cui è stata destinata, nelle foreste del Sud come nelle regioni più aride del Nord, sempre con lo stesso stile: vicinanza, ascolto, formazione.

Arrivata nel 1984, suor Pina inizia il suo cammino missionario a Sangmélima, nel Sud del Paese. Qui si immerge nella lingua e nella cultura bulu, spostandosi nei villaggi della foresta. «Praticamente ero un uccello di bosco!», dice con una sottile vena di ironia che squarcia di tanto in tanto la sua naturale ritrosia di bergamasca doc: «In fondo – aggiunge subito – non ho fatto niente di speciale…». Come se non fosse “speciale” rimanere per quattro decenni nello stesso Paese, in fedeltà a una vocazione missionaria e a un forte senso di vicinanza con una popolazione di cui si sente ormai parte. «I medici dicono che posso ripartire», aggiunge con un sorriso. Era quello che voleva sentirsi dire.

Il Camerun ormai è casa, famiglia, comunità, anche se negli anni ha conosciuto molte situazioni diverse in un Paese che, in effetti, è un’“Africa in miniatura”, come ama definirsi e come è emerso in tutta la sua colorata ed esuberante evidenza anche durante la visita apostolica di Papa Leone che vi si è recato lo scorso aprile, nel viaggio che lo ha portato pure in Algeria, Angola e Guinea Equatoriale. Il Camerun, però, è l’unico tra questi a essere stato benedetto da ben quattro visite di un Pontefice. Un grande motivo di orgoglio e di gioia per una popolazione che, nella quotidianità, sperimenta ancora oggi molte difficoltà e sofferenze.

Suor Pina le conosce bene, perché le ha condivise sin dall’inizio. Il cuore della sua missione, infatti, è stato chiaro fin da subito: stare accanto alle persone, offrendo formazione umana, religiosa e spirituale. Lei però non si è mai limitata alle strutture già esistenti – come parrocchie, dispensari, collegi o scuole – ma ha sempre privilegiato la presenza diretta nei villaggi, dedicandosi alla pastorale e all’educazione.

«La nostra missione – racconta – si trovava in piena foresta, nella diocesi di Sangmélima. Quando sono arrivata avevo 34 anni ed ero piena di energie. Ho imparato la lingua locale, andavo nelle comunità e mi occupavo soprattutto della formazione delle donne. Era il nostro carisma. Allo stesso tempo, gestivamo un dispensario e un collegio, dove è stato molto interessante incontrare e conoscere i ragazzi più giovani, le loro sfide e le loro aspirazioni».

Per otto anni si è immersa nel mondo della foresta, fatto anche di molte e radicate credenze, e di pratiche tradizionali a volte difficili da comprendere e accettare. Ma per certi versi è stato ancora più sconvolgente il passaggio alla città. Le Missionarie dell’Immacolata, infatti, avevano deciso nel 1990 di aprire una nuova casa nella capitale Yaoundé, dove suor Pina si confronta con problematiche completamente diverse ma altrettanto sfidanti.

«Dopo dieci anni, e soprattutto dopo molti attacchi di malaria, le mie superiori hanno deciso di farmi rientrare in Italia», racconta la missionaria che, anche qui, non è certo rimasta con le mani in mano. A Roma, frequenta dei corsi all’Università Urbaniana e alla Gregoriana, dove cerca di aggiornarsi su alcuni temi e di approfondirne altri. È un periodo di formazione importante che le permette di tornare in Africa con nuovi strumenti e rinnovato slancio missionario.

Nel 1996 riprende il volo per il Camerun. Questa volta, però, la destinazione è il Nord, nella zona di Bibémi, diocesi di Garoua. «È stata come una nuova partenza», riflette oggi. In questa regione del Paese a grande maggioranza musulmana riprende in mano il suo sogno missionario. E affronta la sfida di entrare in una cultura totalmente diversa rispetto al Sud, apprende un’altra lingua, il fufuldé, impara a vivere in un contesto di popoli tradizionalmente nomadi e prevalentemente musulmani. E ricomincia a costruire relazioni autentiche con le persone.

«Anche qui mi muovevo tantissimo, da un villaggio all’altro, spesso da sola – ricorda -. Non avevo paura anche se, già a quel tempo, c’erano i cosiddetti coupeur de route, banditi che bloccavano le strade e derubavano i viaggiatori. A volte potevano essere molto violenti se non ottenevano quello che volevano. Ma ho sempre saputo che il Signore era con me!».

Sono soprattutto i ricordi belli che l’accompagnano ancora oggi. La vita nel Nord è intensa e ricca di incontri e relazioni, che la fanno di nuovo sentire a casa, nonostante le difficoltà: i villaggi sono isolati e raggiungibili solo nella stagione secca; le condizioni di vita della gente sono particolarmente dure; l’accesso alla scuola e alle cure mediche è un grave problema. Suor Pina riprende le sue peregrinazioni da una comunità all’altra, dedicandosi pure qui alle attività pastorali, alla preparazione ai sacramenti, al consolidamento della fede e alla formazione umana integrale specialmente delle donne e dei bambini.

«È stata un’esperienza bellissima, unica! – si illumina la religiosa -. La gente mi ha accolta come una di loro, mi faceva sentire parte del villaggio». A Béré, in particolare, approfondisce lo studio del fufuldé con un agricoltore musulmano del posto: «Siamo diventati come fratello e sorella. Ci siamo voluti davvero bene e c’era un legame forte anche con le sue mogli». Alcuni hanno iniziato a chiamare i loro figli con il suo nome. Altri, invece, su sua sollecitazione, hanno cominciato a mandare i bambini a scuola. «All’inizio nessuno lo faceva. Poi, un giorno, uno dei figli del mio insegnante di fufuldé mi ha mostrato con un bastoncino nella terra che sapeva leggere e scrivere. Ne era particolarmente orgoglioso. E io con lui. Un po’ alla volta tutti hanno cominciato a mandare i figli a scuola e me lo dicevano con fierezza».

Per tre anni, suor Pina si occupa di un settore della parrocchia che il parroco raggiungeva una volta al mese e per le feste di Natale e Pasqua. «Noi, come missionarie, abbiamo molto investito nella formazione di bambini e giovani e, soprattutto, dei catechisti che hanno un ruolo fondamentale nell’evangelizzazione e nel tenere viva la fede nelle comunità».

«Sono stati anni davvero bellissimi!», ripete spesso la religiosa. «Nella veglia di Pasqua – ricorda – c’erano tantissimi battesimi di adulti che avevano fatto un cammino di tre anni: avevano scoperto il Vangelo come parola di libertà, anche dalle catene di tante paure e false credenze».

Dopo circa vent’anni, suor Pina viene di nuovo trasferita al Sud, questa volta ad Ambam, nella foresta. Il cambiamento non è facile, non solo perché lascia tante relazioni radicate in quel territorio e una vita per molti aspetti molto libera e “nomade”. Ma anche perché le viene affidata la pastorale carceraria, un’esperienza che la trasporta in un contesto segnato dalle “chiusure”. A contatto con circa duecento persone detenute, per lo più giovani, scopre realtà particolarmente drammatiche. Ben presto, però, diventa per molte di loro, e in particolare per le donne, una presenza materna, un punto di riferimento umano prima ancora che religioso.

«Non davo soldi, davo me stessa», racconta. E anche nelle situazioni più dure – condanne, torture, solitudine – la sua presenza rappresenta consolazione e dignità. Le detenute condividono con lei storie e sofferenze, trovando uno spazio di ascolto e di umanità. È una missione diversa, meno visibile ma altrettanto essenziale.
«È stata un’esperienza umana molto forte – dice -, anche perché ho dovuto confrontarmi con situazioni che non conoscevo e che mi hanno profondamente turbata». Suor Pina racconta di una famiglia che era stata interamente condannata per traffico di persone: avevano venduto una nipotina nella vicina Guinea Equatoriale. Un’altra donna era stata accusata per la morte di tre bambini a cui erano stati asportati gli organi. «A volte non riuscivo a dormire a causa di queste storie, o quando alcuni venivano condannati magari ingiustamente o per piccoli reati, o perché venivano legati e torturati… Quanta sofferenza!».

Un po’ alla volta si conquista la fiducia non solo delle persone detenute, ma anche del personale. Viene ribattezzata affettuosamente la maman des bandits, la “mamma dei banditi”. La rispettano e le vogliono bene. «Facevamo molte attività, incontri e momenti legati alla vita religiosa, ma soprattutto davo tempo per l’ascolto e il confronto».

Anche quella di Ambam però non sarà la sua meta definitiva. Negli ultimi anni viene trasferita di nuovo al Nord, nella missione di Djalingo. «Il Signore ti sorprende sempre!», commenta. Qui si dedica alle persone con disabilità di un Centro gestito dalle Missionarie dell’Immacolata e soprattutto alla pastorale comunitaria, lavorando in
é­quipe con sacerdoti e laici. Con­tinua a sostenere famiglie e gruppi di donne, valorizzando quanto già costruito negli anni precedenti e rimettendosi nuovamente in gioco: «Questi quarant’anni sono un sogno realizzato!».

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