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Icona decorativaIcona decorativa3 Marzo 2026 Anna Pozzi

Con le donne del Tigray

Premiata per il suo impegno a favore di centinaia di vittime, Kahsa Hagos ha fatto emergere il dramma dello stupro usato come arma di guerra nel Nord dell’Etiopia

«Prima del conflitto, occasionalmente ci prendevamo cura di donne sopravvissute alla violenza di genere, ma era poco frequente: forse un caso al mese, al massimo dieci all’anno. Avevamo una formazione limitata e i casi ci venivano segnalati principalmente dagli agenti di polizia». Kahsa Hagos ha un ricordo vivido dei giorni in cui, dopo lo scoppio della crisi del Tigray, nel Nord dell’Etiopia, le cose cambiarono repentinamente e drammaticamente. Anche e soprattutto per le donne. Era il novembre del 2020 e per i due anni successivi gli stupri di massa sono diventati – anche qui purtroppo – un’arma di guerra. Tutte le parti in conflitto – l’esercito etiope, il Fronte popolare di liberazione del Tigray e i militari eritrei – si sono accaniti sui corpi delle donne con ferocia e brutalità, oltre a uccidere indiscriminatamente migliaia di persone. Si stima che questo “conflitto dimenticato” che si è trascinato sino al novembre 2022 – lasciando strascichi di instabilità e violenze che continuano ancora oggi – abbia provocato circa 600 mila morti, 4 milioni di sfollati e più di 100 mila vittime di violenza sessuale, oltre che la distruzione di molte infrastrutture in una delle regioni più povere al mondo. Un rapporto pubblicato lo scorso settembre dalla Commissione d’inchiesta sul genocidio del Tigray evidenzia come, ancora oggi, si riscontri «una sistematica privazione dei bisogni primari, fallimenti nei meccanismi di protezione e una mancanza di responsabilità, che lasciano i sopravvissuti in uno stato di abbandono e disperazione».

All’inizio del conflitto, sister Kahsa – come la chiamano tutti – era una giovane donna di 29 anni, coordinatrice dell’Unità di maternità e assistenza all’infanzia dell’ospedale di Adigrat. Dopo un periodo di tensioni, la regione precipita nel baratro del conflitto armato. Non c’è rispetto per nessuno. I casi di violenza sessuale si moltiplicano e l’ospedale non è più in grado di farsene carico, anche perché lo stesso personale viene continuamente minacciato. «Lo stupro e altre forme di violenza sessuale – ha denunciato Amnesty International – sono stati usati come armi di guerra per infliggere danni fisici e psicologici alle donne e alle ragazze del Tigray. Centinaia di loro sono state sottoposte a trattamenti brutali allo scopo di degradarle e privarle della loro umanità. La gravità e la dimensione di questi reati sessuali sono spaventose, al punto da costituire crimini di guerra e forse anche crimini contro l’umanità».

«Nella città di Adigrat – ricorda Kahsa – l’occupazione eritrea ha sottoposto la popolazione a orrori inimmaginabili. Le donne hanno subito una brutale ondata di violenze sessuali, arrivando in ospedale gravemente ferite e sanguinanti. Prive di accesso a cure mediche adeguate e senza fissa dimora, queste donne, in particolare quelle con figli o incinte, si sono trovate in una situazione disperata».

Kahsa decide che non può restare a guardare. Già nel 2021, frequenta un corso di formazione sulla violenza sessuale e di genere promosso dall’Associazione delle donne del Tigray con il supporto del Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (Unfpa) nel 2021. È tra le prime operatrici sanitarie della sua regione a ricevere questo tipo di preparazione. Si rende presto conto che l’ospedale non è più un posto sicuro per accogliere e curare queste donne. «Le incursioni e le molestie contro gli
operatori sanitari erano diventate più frequenti», ricorda Kahsa, che inizia a riflettere sulla possibilità di offrire alle vittime un luogo più protetto. Così, con il suo stipendio e con i doni che raccoglie nella sua comunità, crea una waiting home, una casa d’attesa per le sopravvissute. «Le storie raccontate erano terrificanti – si legge in un report di Unfpa -: includevano stupri di gruppo, mutilazioni genitali, schiavitù sessuale e tortura. A causa di un sistema giudiziario al collasso la maggior parte delle sopravvissute non provava neppure a cercare giustizia, ma sperava di accedere almeno ai servizi medici di urgenza».

Kahsa si attiva personalmente per dare un riparo, cure di base e servizi minimi alle vittime. Nel giro di due anni si occupa di più di 400 casi di donne e ragazze sopravvissute a orribili torture, cercando sostegno presso ong, istituzioni religiose, privati e partner accademici. «A volte – ricorda – non riuscivamo a pagare l’affitto per mesi, ma continuavamo ad andare avanti. Io stessa, dopo giugno 2021, non ricevevo più lo stipendio per il mio lavoro in ospedale, e la situazione è rimasta così sino al 2023».

Oltre all’Associazione delle donne di Adigrat, che ha sovvenzionato l’alloggio per sei mesi, e alla Croce Rossa Internazionale, anche la Chiesa cattolica si è impegnata a fornire cibo e altri beni di prima necessità. Successivamente, attorno al suo lavoro si sono coagulate altre iniziative e nuove forme di sostegno. Nel 2023, l’Associazione donne del Tigray, in collaborazione con Unfpa, ha creato una casa-rifugio ad Adigrat per dare continuità al lavoro di Kahsa: «Senza il suo instancabile impegno la casa-rifugio non sarebbe stata possibile – ha dichiarato Letay Tesfay, coordinatrice del progetto dell’Associazione sulla violenza di genere -. Il suo coraggio e la sua dedizione le hanno permesso di salvare la vita di numerose sopravvissute a questa brutalità».

Da lì sono nati altri sei One-Stop Centre in varie zone della regione, con personale specializzato e un sistema che favorisce l’accesso tempestivo alle strutture e alle cure specialistiche. Non solo: in contemporanea si è fatto un grande lavoro di sensibilizzazione delle comunità per evitare anche le forme di stigmatizzazione e di colpevolizzazione delle stesse vittime.

Kahsa Hagos – che nel 2023 è stata insignita del Women, Peace and Security Civil Society Award del Global Affairs Canada – ha continuato il suo lavoro come coordinatrice del One-Stop Centre di Adigrat, con lo stesso impegno e con la speranza di vedere queste donne «ottenere finalmente anche giustizia».

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