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Thérèse, la mia Pasqua

Originaria del Senegal e in Italia da vent’anni, quando finalmente era pronta per servire i malati in ospedale, si è trovata lei stessa malata. «L’incontro con Thérèse – racconta padre Alberto Caccaro – mi ha permesso di vivere il triduo pasquale non da abituato, ma da innamorato».

«Poiché qui tutto muore, tutto (…)
T’imploro
vieni in punta di luce (…),
Tu vieni
e inventa l’altra faccia del destino» (Giuseppe Centore)

Lo scorso martedì, all’inizio della settimana santa, ho incontrato Thérèse per la prima e purtroppo per l’ultima volta. Ricoverata ormai da alcune settimane presso l’Hospice e Cure palliative di Busto Arsizio, attendeva che il male incurabile che l’affliggeva facesse il suo corso. E così è stato. Si trattava di un tumore allo stomaco molto aggressivo che gli avrebbe lasciato sei mesi esatti di vita. Se ne è andata, silenziosamente, la notte tra mercoledì e giovedì, in piena Settimana Santa. Ma, averla incontrata anche solo per una volta, non è stato un caso, bensì una Grazia anzi, una Pasqua! È per questo che ne scrivo. Perché Thérèse mi ha permesso di vivere il triduo pasquale non da abituato, ma da innamorato. Come lei!

Mesi fa, mentre ero ancora in Cambogia, alcuni amici comuni mi avevano chiesto di pregare. Thérèse aveva frequentato la scuola per Operatori Socio-sanitari (OSS) fino a sostenere e superare, lei ormai cinquantenne, gli esami finali, il 18-19 dicembre scorsi. Era finalmente pronta per scendere o salire in corsia! Originaria del Senegal, si trovava in Italia da più di vent’anni. Parlava perfettamente l’italiano ed era contagiosa per la carica di vita e di fede. Nell’incontrarla ha voluto raccontarmi qualche tratto della sua esperienza, lei che, finalmente pronta per i malati, si era trovata improvvisamente malata.

La diagnosi le fu comunicata lo scorso primo ottobre 2025, giorno in cui la Chiesa celebra la memoria di Santa Teresa di Gesù Bambino, conosciuta come Teresina, per distinguerla dalla più grande Teresa d’Avila. Il fatto che la diagnosi le fosse arrivata proprio quel giorno, nella memoria di quella piccola santa, gli aveva dato forza e speranza. Da quel momento, infatti, sarà la piccola Teresa a dare a Thérèse l’atteggiamento giusto per vivere la malattia. Al punto che le due Thérèse, con quella malattia nel mezzo, diventeranno un tutt’uno.

In particolare sono due gli atteggiamenti che la santa carmelitana le suggerirà per andare incontro ad un simile destino. Il primo: la purezza, la verginità, proprie di chi si consegna e vive la malattia come una chiamata cioè un destino – anche quello – da viversi con Gesù. Lei, che aveva già una figlia e un compagno, non ha esitato a disporsi in quel modo. Me lo ha suggerito il suo corpo su quel letto d’ospedale, ormai pelle e ossa, con il ventre gonfio del male che la vita non le aveva risparmiato. Eppure sentivo in Thérèse una prontezza, una disponibilità all’offerta ultima e definitiva, non diversa dalla consacrazione con la quale anche la santa di Lisieux si era offerta al Cristo, senza residui. Anzi, nelle parole di Thérèse, mentre mi trovavo al suo capezzale, percepivo il pudore, la purezza, la verginità di chi, prima di chiedere il dono della guarigione, chiede il dono della fede.

In quel frangente, infatti, una delle infermiere affacciatasi sulla soglia della camera porgeva a Thérèse tre piccole capsule da ingerire. Il suo corpo ormai non poteva più assumere che liquidi e qualsiasi elemento solido, anche piccolissimo, le avrebbe causato conati di vomito e rigetto. Thérèse, da principio, esitava ad ingerire i farmaci. Aveva paura del vomito e voleva aspettare la giusta concentrazione. Io, lì accanto, la sentivo pregare con tale naturalezza e spontaneità, in un modo del tutto curioso. Ripeteva queste parole: «Gesù, questi farmaci che prendi anche tu, aiutami a tenerli giù!».

L’ho sentita ripetere parole simili due o tre volte e, all’inizio, non capivo che senso avessero. Solo qualche istante dopo e nella ripetizione delle stesse parole ho capito. Si trattava di pura e vicendevole immedesimazione. Ecco la verginità. Thérèse come Cristo. Se la prima è malata, anche il secondo le va dietro. Se Thérèse prende le medicine, anche Cristo è lì ad ingerirle, per questo ripeteva: «Gesù, questi farmaci che prendi anche tu, aiutami a tenerli giù!».

Non mi era mai capitato di assistere ad una simile trasfigurazione, come di una resurrezione già iniziata, il giorno della diagnosi, e che si compiva nel pronunciare quelle parole così semplici, così pure, così divine. A fior di labbra non solo le medicine, ma anche Gesù! L’apostolo Paolo, nella sua lettera ai Galati, racconta qualcosa di simile quando precisa «… non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me! La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e…» (Gal 2,20). Ecco, dunque, il secondo atteggiamento, quello di chi si immedesima al Cristo e sente il Figlio di Dio così intimo a sé da essere con Lui un tutt’uno in una comunione di destini che, senza fede, non riusciremmo altrimenti a intendere.

Così Thérèse mi ha aiutato a vivere bene la Pasqua. Eppure l’ho incontrata una volta sola. Oh, se l’avessi conosciuta per tutt’una vita! Quali doni di Grazia mi avrebbe procurato? Quale purezza, quale verginità, quale immedesimazione avrebbe incoraggiato, tra le mie membra e quelle di Cristo?

La sera della sua morte, durante la veglia in Cena Domini, ho parlato di lei. Il giorno di Pasqua, complice il vangelo della Maddalena (Gv 20,11-18) che riconosce Gesù solo quando è chiamata per nome, ho ancora parlato di lei, pur chiosando sulla complessità del testo giovanneo. Perché, infatti, la Maddalena ha impiegato così tanto tempo a capire che quell’uomo era Gesù? Perché non le è bastato vederne le sembianze per riconoscerlo e perché non le è bastata la voce mentre conversavano? Ci è voluta piuttosto quella voce mentre pronunciava il suo nome, Maria! Solo quando Gesù ha pronunciato il suo nome, allora Maria ha sentito “dentro” di essere lei, l’unica, la conosciuta, la chiamata, la desiderata. Il Creatore, il Signore della storia, in Gesù, pronuncia il nostro nome, ci conosce e ci riconosce, questo e niente meno di questo, vale. Qualcuno che, divinamente, pronunci il nostro nome, il nostro destino.

Mi hanno detto in seguito che Thérèse, il mercoledì santo, non parlava più. Era entrata nel grande silenzio. Ma sono sicuro, deve aver sentito quella voce chiamarla ancora … e per nome: Thérèse!

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