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La fantasia del Vangelo

La “galassia” missionaria che si ispira alla regola e alla spiritualità di Francesco, composta da uomini e donne, consacrati e laici, condivide un tratto comune: davanti ai problemi o alle emergenze si immaginano risposte nuove e creative

C’è una parola che forse più di altre racconta la storia delle missioni francescane: fantasia. Non la fantasia dell’improvvisazione o dell’avventura fine a se stessa, ma quella che nasce dal Vangelo quando incontra i bisogni concreti delle persone. È la fantasia della carità di cui parlava san Giovanni Paolo II al n. 50 della Novo millennio ineunte: la capacità di inventare strade nuove per «farsi vicini, solidali con chi soffre» e perché nessuno resti escluso dall’incontro con Dio.

Guardando alla lunga storia dei missionari e delle missionarie che si ispirano alla regola e alla spiritualità di Francesco (una vera e propria “galassia”: Frati minori, Conventuali, Cappuccini, Terz’ordine regolare, Ordine francescano secolare, solo per citare le famiglie maggiori… per non parlare delle infinite congregazioni maschili e femminili nate nel corso dei secoli in vari contesti) emerge un tratto comune: davanti ai problemi non ci si limita a constatarli, ma si immaginano risposte nuove. I figli e le figlie di Francesco hanno trasformato il Vangelo in opere, percorsi educativi, luoghi di accoglienza. Hanno saputo vedere possibilità là dove altri vedevano soltanto ostacoli.

Le storie sono innumerevoli. In Brasile, ad esempio, la fantasia evangelica ha assunto il volto del Centro Karina Sampaio di Igarapé Grande. In una regione segnata dalla povertà rurale, alcuni cittadini, insieme ai missionari cappuccini e ai benefattori, hanno immaginato un luogo dove ragazzi con disabilità potessero ricevere assistenza, attività educative e sostegno alimentare. Non semplicemente un servizio sociale, ma una risposta capace di restituire dignità e speranza alle famiglie che spesso si trovano sole davanti alla fragilità.

Anche l’Amazzonia offre esempi straordinari di questa creatività missionaria. Per raggiungere comunità disperse lungo migliaia di chilometri di fiumi, i missionari hanno imparato a fare della canoa una parrocchia itinerante. Fra Paolo Maria Braghini, cappuccino di origine lombarda, per oltre vent’anni ha lavorato tra la gente dei villaggi lungo l’Alto Solimões, a servizio delle popolazioni indigene. Qui la missione non consiste soltanto nel celebrare i sacramenti, ma nell’accompagnare comunità isolate, difendere i diritti dei popoli originari e custodire il creato.

La fantasia evangelica diventa ancora più sorprendente quando incontra la sofferenza. In Camerun, ad esempio, è nata una delle esperienze più significative della presenza missionaria francescana: il Cardiac Center di Shisong. In un’area dell’Africa centrale dove migliaia di bambini cardiopatici non avevano accesso alle cure, missionari, medici, volontari e benefattori hanno contribuito alla realizzazione di un centro cardiochirurgico d’eccellenza. Quando la guerra civile e le difficoltà politiche hanno reso impossibile continuare l’attività nella sede originaria, non ci si è arresi: macchinari e competenze sono stati trasferiti a Yaoundé per garantire la continuità delle cure. La missione ha cambiato forma per restare fedele al proprio scopo.

Ancora più eloquente è la vicenda del Centro Emmaus, sempre in Camerun. Qui la fantasia evangelica ha deciso di fermarsi accanto a una delle periferie più dimenticate: quella della malattia mentale. Persone rifiutate dalle famiglie, emarginate dalla società e spesso considerate senza speranza trovano accoglienza, assistenza sanitaria, percorsi di riabilitazione e persino occasioni di lavoro agricolo. In un contesto culturale dove il disagio psichico viene talvolta interpretato come maledizione o stregoneria, il Vangelo si traduce nella scelta di riconoscere in ogni malato un fratello da amare. Racconta fra Kenneth Ayeni, superiore della Custodia cappuccina in Camerun: «Per molte persone l’incontro con un missionario è stato come una visita del cielo, perché insieme all’annuncio della fede arrivavano risposte concrete ai bisogni di istruzione, salute, acqua e promozione umana».

La stessa logica emerge in Costa d’Avorio, dove i missionari sostengono la lotta contro la piaga di Burulì, una malattia devastante che colpisce pelle e ossa. Accanto alle cure mediche, si è sviluppata anche una rete di sostegno per persone con disturbi psichici, spesso abbandonate e persino incatenate nei villaggi. Qui la creatività del Vangelo non consiste nell’inventare qualcosa di straordinario, ma nel compiere il gesto più rivoluzionario: restituire umanità a chi l’ha perduta agli occhi degli altri.

Tra le moltissime congregazioni femminili dedicate alla missione ad gentes, ricordiamo le Francescane missionarie di Maria, presenti in ogni angolo del mondo con opere sociali e conventi (oltre 800, dalle Isole Fær Øer a Taiwan); o ancora le Francescane missionarie del Cuore Immacolato di Maria (dette popolarmente Missionarie d’Egitto), presenti nelle periferie del Cairo e di Alessandria, in Guinea-Bissau, Ghana e Marocco, in Medio Oriente (Israele, Libano, Siria) e in Brasile, con opere di assistenza e di accoglienza ai più fragili.

Ma la fantasia evangelica non si esprime soltanto nelle opere sociali. Talvolta sceglie strade inattese, come quella della musica. È il caso di Alberto Pari, frate minore, francescano della Custodia di Terra Santa e direttore dell’Istituto Magnificat di Gerusalemme. In una città segnata da conflitti e divisioni, la scuola accoglie giovani cristiani, ebrei e musulmani che studiano e suonano insieme. Nata per offrire ai ragazzi un’alternativa alla povertà e alla strada, è diventata negli anni un vero conservatorio capace di creare relazioni laddove la politica spesso costruisce muri. La musica diventa così linguaggio di fraternità e laboratorio di pace.

Accanto ai frati operano anche numerosi laici francescani. In Camerun, nonostante la crisi e la dispersione provocata dalla guerra, le fraternità dell’Ordine francescano secolare continuano a sostenere la vita delle parrocchie e la formazione dei fedeli. La missione francescana, infatti, non è mai stata monopolio dei religiosi. È una vocazione condivisa che coinvolge uomini e donne, consacrati e laici, tutti chiamati a tradurre il Vangelo nei luoghi della vita quotidiana.

Forse è proprio questo il segreto del carisma missionario francescano. Non nasce da strategie né da grandi mezzi economici. Nasce dall’incontro con le persone. San Francesco d’Assisi non elaborò programmi pastorali: incontrò il lebbroso e cambiò vita. Da allora, generazioni di francescani hanno continuato a fare lo stesso. Hanno guardato le ferite del loro tempo e si sono lasciati interrogare. Per questo la missione continua a generare opere sempre nuove. Un ospedale in Africa, una mensa in Brasile, un centro per malati mentali, una scuola di musica a Gerusalemme, una canoa che percorre i fiumi dell’Amazzonia. Forme diverse, un’unica sorgente. La convinzione che il Vangelo non sia un’idea da conservare, ma una forza creativa capace di trasformare la realtà.

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