Cardinale Vesco: la forza evangelica della fraternità
A trent’anni dall’uccisione dei 19 martiri d’Algeria, tra cui i monaci di Tibhirine e il vescovo di Ora Pierre Claverie, l’arcivescovo di Algeri, cardinale Jean-Paul Vesco, ha portato una toccante testimonianza nel Duomo di Milano: «La fraternità è più forte delle differenze religiose, più forte della stessa morte»
Rievocando i 19 martiri d’Algeria, uccisi durante il decennio nero del terrorismo che ha scosso il Paese nordafricano, il cardinale Jean-Paul Vesco è intervenuto ieri, 20 marzo, nel Duomo di Milano, nell’ambito del Festival Soul, della Quaresima Pime e della mostra “Chiamati due volte”, esposta sino al 29 marzo nella basilica di Santa Maria della Passione. Un momento toccante di memoria, ma anche di grande ispirazione: «Se ho scelto di parlarvi di loro, assassinati trent’anni fa, non è per parlarvi di ieri e di altrove, ma per provare a mostrarvi perché la loro testimonianza è d’attualità, qui e ora». La loro testimonianza, insieme a quella di Sant’Agostino, ispireranno anche i passi di Papa Leone, primo Pontefice a recarsi in Algeria, il cui viaggio apostolico è previsto il prossimo 13 aprile.
Ecco la testimonianda del cardinale Jean-Paul Vesco:
Fratelli e sorelle carissimi,
Come potete immaginare, sono molto commosso di prendere la parola stasera davanti a voi, qui a Milano, terra di Sant’Ambrogio, padre nella fede di Sant’Agostino. Sfortunatamente non sono ancora in grado di esprimermi perfettamente in italiano e chiedo la vostra indulgenza… ancor più, la vostra misericordia!
Ho scelto di parlarvi della nostra esperienza di Chiesa in Algeria attraverso naturalmente la mia esperienza personale, ma soprattutto attraverso la testimonianza dei 19 beati martiri d’Algeria, assassinati tra il ‘94 e il ‘96. Per un decennio, tra il ‘90 e il 2000, l’Algeria è stata in preda alla violenza islamista che è costata la vita a quasi 200 mila persone. La Chiesa cattolica ha attraversato questa prova insieme al popolo al quale si sapeva inviata, e l’ha pagato al prezzo del sangue dei 19. Ma ognuno dei suoi membri ha rischiato la vita quotidianamente. All’ultimo Meeting di Rimini, la mostra “Chiamati due volte”, consacrata appunto ai 19 beati martiri d’Algeria, ha attirato più di 15 mila persone: se non l’avete ancora fatto, vi invito a vederla qui a Milano nella basilica di Santa Maria della Passione dove è esposta. Ma se ho scelto di parlarvi di loro, assassinati trent’anni fa, non è per parlarvi di ieri e di altrove, ma per provare a mostrarvi perché la loro testimonianza è d’attualità, qui e ora.
Una Chiesa di beati
Fin da bambino, ebbi la certezza di avere una vocazione, e la mia vocazione era d’essere avvocato. Più che un mestiere, era per me un ideale di vita. Durante gli anni del liceo, ho passato ore e ore al palazzo di giustizia di Lione, la mia città, e poi ho scelto la facoltà di giurisprudenza. All’università ho scoperto un altro mondo e mi sono impegnato nel sindacalismo studentesco e in politica. A vent’anni sono stato eletto consigliere comunale della mia città; sono stato anche responsabile nazionale di un sindacato di studenti di diritto e scienze economiche. Devo confessare di non aver studiato troppo in quegli anni, ma abbastanza per diventare avvocato e creare rapidamente uno studio legale d’impresa.
In un certo senso, avevo realizzato tutti i miei sogni di giovinezza, avevo anche una vita affettiva… eppure non ero felice. La vita non poteva essere “solo” questo, che era già tanto. Ho vissuto così diversi anni con un malessere profondo che l’apparente successo nascondeva. Era il weekend di ferragosto del 1994 quando, assistendo per caso a un’ordinazione presbiterale nella basilica di Santa Teresa di Lisieux, ho sentito che il Signore mi chiamava a seguirlo. Ed è stato così che a 33 anni ho bussato alla porta del noviziato dominicano. Lì ho capito che il Signore mi aspettava da tempo, ma le mie altre vocazioni mi avevano impedito di prestare ascolto alla sua chiamata.
Alla fine dell’anno di noviziato è arrivata, come un fulmine a ciel sereno, la notizia dell’assassinio di monsignor Pierre Claverie, dominicano, vescovo di Orano, ucciso da una bomba davanti alla porta del suo vescovado la notte del primo agosto 1996 insieme al giovane Mohamed Bouchikhi, amico musulmano di 22 anni che era andato a prenderlo all’aeroporto. Ci sono cose che non si possono spiegare, e non so perché, ma intimamente ho avuto il sentimento che la vita di quell’uomo che non avevo mai incontrato aveva qualcosa a che fare con la mia.
E infatti, qualche anno più tardi, sono stato inviato con un altro fratello in Algeria per rifondare una comunità dominicana a Tlemcen, nella diocesi di Orano. Diventato vicario generale, ho vissuto nel vescovado dove Pierre Claverie aveva trovato la morte, per poi, diventare suo successore come vescovo di Orano. Infine, ho partecipato all’organizzazione delle celebrazioni per la beatificazione di Pierre Claverie e dei suoi 18 compagni e compagne martiri, l’8 dicembre 2018. Ognuno di noi può farne l’esperienza: le nostre vite sono così, tessute di fili misteriosi che tracciano un cammino pur rispettando la nostra libertà profonda.
È arrivando in Algeria nel 2002, ossia sei anni dopo la sua morte, che ho potuto meglio conoscere Pierre Claverie. L’ho scoperto innanzitutto attraverso il vuoto che la sua morte aveva lasciato. Abbiamo dovuto attendere la celebrazione del decimo anniversario della sua morte per l’elaborazione del lutto. L’ho scoperto anche attraverso le persone che l’avevano conosciuto e amato. Pierre era un pastore, un pensatore e un fratello. Senza alcun dubbio, il fratello è quello che mancava di più. Era nato ad Algeri e faceva parte di quegli europei, detti “pieds-noirs”, installati in Algeria da diverse generazioni. Da giovane, partito in Francia per gli studi, aveva conosciuto una vera conversione, prendendo coscienza di aver vissuto nella «bolla coloniale» – per usare la sua espressione – «bolla» dalla quale gli arabi, pur costituendo il 90% della popolazione, erano assolutamente assenti.
Ascoltiamolo:
«Ho vissuto la mia infanzia ad Algeri, in un quartiere popolare di questa città mediterranea cosmopolita. A differenza di altri europei nati nelle campagne o nei paesini, non ho mai avuto amici arabi; né nella scuola del mio quartiere, da dove erano assenti, né al liceo, dove erano poco numerosi né quando la guerra d’Algeria cominciava a creare un clima esplosivo. Non eravamo razzisti, semplicemente indifferenti, ignorando la maggioranza degli abitanti del paese. Facevano parte del paesaggio delle nostre passeggiate, del decoro dei nostri incontri e delle nostre vite. Non sono mai stati dei compagni. (…) Devo aver sentito molti sermoni sull’amore del prossimo, perché per di più ero cristiano e addirittura scout, senza mai realizzare che anche gli arabi erano il mio prossimo. Non sono uscito da quella bolla, come altri hanno fatto, per andare alla scoperta di quel mondo diverso, che sfioravo costantemente senza conoscerlo. Ci è voluta una guerra perché la bolla scoppi.»
Questa presa di coscienza sarà – lo dice lui stesso – all’origine della sua vocazione dominicana e segnerà tutta la sua vita di prete e di vescovo. Alla sua ordinazione episcopale nella cattedrale d’Algeri il 2 ottobre 1981, l’allora “pied-noir” chiuso nella sua «bolla coloniale» rivolgerà ai suoi amici algerini queste parole:
«Fratelli e amici algerini, devo anche a voi di essere ciò che sono. Anche voi, voi mi avete accolto e accompagnato con la vostra amicizia. Vi devo di aver scoperto l’Algeria, ch’eppur era il mio paese, ma in cui avevo vissuto da straniero tutta la mia giovinezza. Con voi, imparando l’arabo, ho imparato soprattutto a parlare e a capire il linguaggio del cuore, quello dell’amicizia fraterna dove le razze e le religioni sono in comunione. Ancora una volta, ho la debolezza di credere che quest’amicizia è più forte delle nostre differenze, ch’essa resiste al tempo, alla distanza, alla separazione. Perché credo che questa amicizia viene da Dio e conduce a Dio.»
Alla sua morte, i suoi fratelli e le sue sorelle algerini hanno pianto soprattutto l’amico. Che cammino percorso!
Quando sono arrivato in Algeria, ci si interrogava sull’opportunità di avviare un processo di beatificazione. Le opinioni erano discordi perché la nostra Chiesa brillava per la sua discrezione. E soprattutto, come portare a esempio 19 membri della Chiesa cattolica quando circa 200 mila algerini avevano perso la vita? Alla fine la scelta è stata di aprire la causa di beatificazione per i 19 tutti insieme o per nessuno. In quel momento, pensavamo che ci sarebbe voluto molto tempo. Ma non avevamo fatto i conti con Papa Francesco che l’ha annunciata non appena concluso il processo di beatificazione, una ventina d’anni appena dopo i fatti!
Come spiegare e vivere una celebrazione di beatificazione in Algeria, in mezzo a un popolo musulmano per il quale non ha alcun significato, senza riaccendere la grande sofferenza di tante famiglie che piangono ancora i loro morti, mentre una legge sulla concordia civile vieta di parlare di quell’epoca? Siamo stati obbligati a scavare più nel profondo per trovare il senso di quella beatificazione. E il senso è quello della fraternità, la fraternità di una Chiesa che ha voluto rimanere al fianco di un popolo nella prova a rischio della vita. Papa Francesco nel suo messaggio aveva augurato che la beatificazione disegnasse «un grande segno di fraternità nel cielo d’Algeria a destinazione del mondo intero». E così è stato. La celebrazione sulla spianata del santuario Notre-Dame de Santa Cruz che domina dall’alto la città di Orano – la cui rettrice, Anna Medeossi, è qui presente stasera – rimarrà come uno straordinario momento di fraternità, più forte delle differenze religiose, più forte della stessa morte. Il sorriso che illuminava i volti di tutti i presenti rimarrà per sempre impresso nella mia memoria.
Sì, fratelli e sorelle, quel giorno ho avuto l’impressione di essere trasportato in paradiso! Non un luogo, ma una gioia profonda e indicibile del cuore che splendeva in quel sorriso irresistibile sul volto di tutti, musulmani e cristiani. Istanti così non durano a lungo e la vita quotidiana riprende il suo corso, ma lasciano una traccia indelebile nell’anima. Credo che la fraternità sia stata allo stesso tempo la sorgente e il frutto di quella gioia profonda. Come non vederci il cuore pulsante del Vangelo?
E oggi?
Oggi, trent’anni dopo la loro morte, che senso può avere la beatificazione dei 19 martiri d’Algeria?
Innanzitutto, attraverso la beatificazione dei 19 insieme, viene messa in luce la testimonianza di tutta una Chiesa locale, in un momento preciso della storia. I diciannove hanno donato la loro vita, ma tutti l’hanno rischiata. In un certo senso, la Chiesa che mi ha accolto al mio arrivo in Algeria era una Chiesa di beati vivi e vegeti su questa terra! Fa una strana impressione vivere con dei beati. I beati non hanno solo delle qualità. La nostra Chiesa era una Chiesa normale, con le sue piccolezze, le sue gelosie, i suoi conflitti tra persone… Ed era lo stesso per i beati che hanno dato la loro vita. Tra di loro c’erano dei giganti della spiritualità, ma anche delle religiose molto semplici. C’erano dei “santi in terra” e anche delle persone dal carattere più difficile. Ciò che avevano in comune, è di aver saputo rimanere fedeli alla loro propria missione. Questa è la loro testimonianza, il loro martirio nel senso etimologico del termine.
La Buona Novella è che il Signore chiama ciascuno e ciascuna di noi alla santità, ma non ci chiede di essere perfetti! Ci vuole così come siamo. Aspetta semplicemente una risposta fedele alla sua chiamata, e ci sono così tante maniere di essere fedeli a un comandamento di vita evangelica! Non c’è bisogno di spuntare tutte le caselle! Il Signore vuole toccarci attraverso un solo briciolo di santità nella nostra via, quello gli basta!
Un altro insegnamento è che il Signore ci vuole santi tutti insieme, vuole un popolo di santi. Una testimonianza comunitaria di santità ha un valore immenso. La santità non è un concorso d’eroismo individuale, ma siamo tutti chiamati alla santità qualunque sia il nostro stato di vita, le nostre qualità e i nostri limiti. Questa chiamata fonda la Chiesa. La Chiesa non è una Chiesa di perfetti, ma di uomini e donne chiamati alla santità. I martiri d’Algeria sono dei “beati della porta accanto”, come diceva Papa Francesco. La loro è una santità a portata di mano. La santità di «uomini e donne ordinari posti in una situazione straordinaria».
In secondo luogo, la forza della testimonianza dei martiri d’Algeria è di non essere stati uccisi da dei musulmani, ma con dei musulmani. Hanno condiviso un rischio, al quale erano di certo particolarmente esposti in quanto cristiani e stranieri. C’è un grosso controsenso da evitare. Se si rimane legati all’immagine tradizionale del martirio dei cristiani uccisi in odio alla fede da musulmani, si perde il senso della testimonianza dei martiri d’Algeria. Non sono stati uccisi in odio alla loro fede, ma per aver scelto di rimanere, in nome della loro fede in Cristo, accanto a un popolo musulmano travolto dalla spirale della violenza.
In terzo luogo, questa testimonianza di fraternità dal sapore dell’amicizia non è stata data solo dai membri della Chiesa, ma dagli amici, dai vicini, da fratelli e sorelle musulmani. La decisione di restare è una risposta alla fraternità incondizionata, tanto più che essa ha oltrepassato la barriera della differenza culturale e religiosa. Mai sapremo quanti sono stati protetti dai loro vicini durante tutti quegli anni, sicuramente molti. Il martirio dei diciannove è una risposta d’amore ai gesti d’amore fraterno da parte di musulmani.
Per alcuni, la loro stessa scelta di venire in Algeria era stata motivata da un’esperienza di fraternità vissuta fino al dono della vita. È il caso di Christian de Chergé, il priore dei monaci di Tibhirine. Ufficiale durante la guerra d’indipendenza, ebbe la vita salva grazie a un padre di famiglia musulmano che lo protesse da un’imboscata mortale. E che fu ucciso per rappresaglia.
C’è anche la bella testimonianza di monsignor Pierre Claverie e del suo giovane amico Mohamed Bouchikhi. Qualche mese prima della morte, il vescovo di Orano vedendo passare il giovane Mohamed disse a un prete: «Per un solo giovane come Mohamed vale la pena di restare». Dopo che il loro sangue si è mescolato nell’esplosione della bomba, è stato ritrovato il magnifico testamento spirituale di Mohamed, prova che lui pure sapeva di essere minacciato. Difficile dire chi dei due, il vescovo o il giovane musulmano, avesse deciso di restare presso l’altro. Così scrive Mohamed:
Nel nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso.
Prima di prendere in mano la penna vi dico: la pace sia su di voi.
Ringrazio chi leggerà il mio diario e dico a tutti quelli che ho conosciuto in vita che li ringrazio.
È Dio che li ricompenserà nell’ultimo giorno.
Chiedo perdono a tutti quelli a cui posso aver fatto del male, che mi scusino.
Che chiunque mi perdonerà riceva l’assoluzione nel giorno del giudizio.
E che mi perdoni chiunque abbia sentito dalla mia bocca una parola cattiva.
Chiedo scusa a tutti i miei amici per quello che può essermi scappato per via della giovane età.
Ma in questo giorno in cui vi scrivo voglio ricordare il bene compiuto nella mia vita.
Che Dio onnipotente mi renda a lui sottomesso e mi doni il suo tenero amore.
Vivere nella Chiesa d’Algeria non fa altro che rinforzare in me l’evidenza della forza evangelica della fraternità. E la mia convinzione profonda è che la fraternità culmina nell’amicizia, che è il punto più alto dell’amore umano. Durante l’ultima cena con gli apostoli, suoi fratelli, Gesù dirà: «Non vi chiamo più servi ma amici perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi». Ed anche: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici». Spingere l’amore fino a rifiutarsi di vedere in qualsiasi fratello in umanità un nemico, cercarvi sempre l’amico, è il culmine della fraternità. Fin lì è giunto Christian de Chergé di fronte ai terroristi venuti la notte di Natale al monastero. E per questo potrà chiamare il suo assassino, «l’amico dell’ultimo istante». Lo racconta così:
«Per un quarto d’ora, mi sono ritrovato faccia a faccia con l’assassino dei dodici croati, Sayah Attiah, il grande capo del Gruppo Islamico Armato nella nostra zona… Era venuto per chiedere cose precise. Era armato, con un coltello e una mitragliatrice. Erano in sei in tutto, ed era notte. Aveva accettato di uscire dalla casa perché non volevo parlare con qualcuno armato in una casa che è un luogo di pace. Ci siamo quindi ritrovati fuori… ai miei occhi era disarmato. Ci siamo trovati faccia a faccia. Ha presentato le sue tre richieste e per tre volte ho potuto dire “no” o “non in questo modo”. Lui ha detto chiaramente: “Non hai scelta”; e io ho risposto: “Sì, ho una scelta.” Non solo perché ero il custode dei miei fratelli, ma anche perché di fatto ero anche il custode di quel fratello che era lì di fronte a me e che doveva poter scoprire in sé qualcosa di diverso da ciò che era diventato. Ed è un po’ quello che è successo, nel senso che lui ha ceduto, ha fatto lo sforzo di capire…»
Qui il racconto di Christian mette in luce due aspetti fondamentali della fraternità. Innanzitutto, egli è assolutamente libero rispetto al fratello che lo minaccia. Quando quest’ultimo gli dice «Non hai scelta», risponde «Sì, ho una scelta». Il rischio corso non ha presa sulla sua libertà. Il desiderio di fraternità può pregiudicare la nostra libertà, per esempio per un gesto di solidarietà mal risposto, per paura del conflitto, per timore di ferire. Possiamo facilmente essere tentati di “acquistare” la pace nelle relazioni con i nostri cari. Ma la libertà ha una contropartita, ed è la responsabilità. Christian si sente custode, responsabile, non solo dei suoi fratelli, ma anche di quel fratello lì, che gli sta di fronte e lo minaccia. Libertà e responsabilità camminano mano nella mano per vivere una sana e giusta fraternità.
Christian continua:
«Poi mi sono detto: queste persone, questo tipo con cui ho avuto un dialogo così teso, quale preghiera posso fare per lui? Non posso chiedere a Dio: uccidilo. Ma posso chiedere: disarmalo. Poi mi sono detto: ho il diritto di chiedere: disarmalo, se non comincio prima a chiedere: disarma me e disarmaci in comunità? È la mia preghiera quotidiana, ve la confido semplicemente».
«Disarmalo, disarmami, disarmaci»: quale preghiera più urgente potremmo rivolgere al Signore in questi tempi di nuovi conflitti e guerre, per diventare anche noi dei testimoni credibili di fraternità?
*
Conclusione
Vorrei confidarvi che da tempo il Santo Padre è stato colpito dalla testimonianza dei 19 beati martiri d’Algeria. Li conosce bene perché è già stato due volte in Algeria e perché tra di loro ci sono due suore agostiniane, Esther e Caridad. «Disarmalo, disarmami, disarmaci» sono peraltro le parole che ha ripreso nel messaggio per la Giornata Mondiale della Pace il 1° gennaio di quest’anno. Si dà il caso poi che sia stato eletto proprio l’8 maggio, giorno della memoria liturgica dei 19 beati martiri.
Per questa ragione l’ho invitato a venire in Algeria il giorno stesso della sua elezione pontificale. Mi ha risposto che sarebbe stato molto contento, se fosse stato invitato. Molto presto gli è stato fatto pervenire l’invito dalle più alte autorità del paese. La sua visita apostolica, tra meno di un mese, è certamente legata alla figura di Sant’Agostino, che venne battezzato qui a Milano. I resti del battistero si trovano proprio sotto il duomo in cui ci troviamo ora. Dunque è una figura che ci lega moltissimo anche a voi ambrosiani. Ma la visita del Papa in Algeria si lega anche alla memoria dei beati martiri. È per questo che ci tenevo a parlarvi di loro questa sera, a complemento dalla mostra a loro dedicata.
A diverse riprese il Santo Padre ha parlato di pace «disarmata e disarmante». Se l’è presa molte volte con «i cristiani che benedicono le guerre», rammaricandosi che «la guerra sia ritornata di moda» in un mondo in cui, secondo l’espressione del cardinale Pietro Parolin, «la forza della legge è stata rimpiazzata dalla legge della forza». Oggi il Santo Padre è la sola figura di pace tra i grandi leader del mondo. Credo di poterlo dire senza tradire un segreto: il mio sentimento è che nella cappella sistina, lo Spirito Santo ci ha misteriosamente condotti a scegliere tra di noi un artigiano di pace. Tale reputazione lo precedeva e la mia emozione è stata grande sentendolo proclamare le sue prime parole da successore di Pietro: «La pace sia con voi!». In arabo: «Essalem aaleikoum!», il saluto più comune tra i musulmani. Questo saluto reciproco è stato scelto come motto della sua visita in Algeria.
Ci apprestiamo quindi ad accogliere un apostolo della pace. Ma un apostolo della pace non può nulla da solo, ha bisogno di ciascuno e di ciascuna di noi. Che l’avvicinarsi della Pasqua ci incoraggi, ovunque siamo, nelle nostre famiglie, nei nostri luoghi di lavoro, nelle nostre parrocchie, a essere anche noi degli artigiani di questa pace disarmata e disarmante!
Grazie per la vostra attenzione!
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