La fede che viene dal mare
Nell’estremo Sud dell’India, il cristianesimo portato da san Francesco Saverio si intreccia con le tradizioni locali. Come testimonia una missionaria del posto
Il contributo che segue è tratto dall’intervento che suor Susila Anthony Pillai, missionaria dell’Immacolata, ha tenuto durante l’incontro intitolato “Cristiani, l’altro volto dell’India di oggi” del 3 dicembre 2025, giorno dedicato a san Francesco Saverio, al Centro Pime di Milano. Una testimonianza che racconta una presenza cristiana antica, vitale e che ancora oggi continua a tessere relazioni, educare, servire e costruire ponti in un contesto segnato da rapide trasformazioni e crescenti tensioni settarie.
Sono originaria della zona di Kanyakumari, nel Tamil Nadu, ancora oggi un’area nota per la fede salda dei pescatori cattolici. Manakudy, il mio villaggio, è situato all’estremo Sud dell’India, nel punto in cui si incontrano il Golfo del Bengala, il Mar Arabico e l’Oceano Indiano. È una regione dove la profondità della fede incontra la vastità del mare, e dove cinque secoli fa camminò san Francesco Saverio. Il nome e le opere del santo sono incisi nel cuore della gente.
San Francesco Saverio arrivò qui nel 1544, non con ricchezze o armi, ma con il Vangelo d’amore. Visitò i villaggi dei pescatori Nadar e Mukkuvar, allora poveri ed emarginati, annunciando la storia di Cristo, battezzando migliaia di persone ma soprattutto restituendo loro dignità. La fede da lui seminata ha messo radici profonde: le comunità locali hanno abbracciato il cristianesimo senza perdere la loro identità legata al mare. Da allora la Chiesa è diventata casa, guida e sostegno in ogni momento della vita.
Per i pescatori la fede non è un rito domenicale, ma il ritmo stesso delle loro giornate. Prima dell’alba, mentre preparano barche e reti, pregano davanti alle immagini di Gesù e di Maria, benedicono le reti con l’acqua santa e si fanno il segno della croce prima di salpare. Ogni viaggio comincia con una supplica e termina con un “Devanuku nandri”: grazie a Dio. Anche i rosari e le medaglie che portano con sé sono segni di protezione.
Al centro della loro spiritualità c’è la Vergine Maria, “Annai Mary”, chiamata anche “Kadalamma”, Madre del mare. Per loro non è una figura lontana: è la compagna di viaggio, la presenza che sostiene durante le tempeste e conforta nelle tragedie. Ogni barca porta una sua immagine; ogni villaggio ha un santuario dedicato a lei. Quando una vita è perduta in mare, è a Maria che il popolo si rivolge per chiedere forza e consolazione.
La festa patronale è il momento più atteso dell’anno perché si celebra con dieci giorni di preghiere, processioni e incontri tra famiglie. L’alzabandiera segna l’inizio dei festeggiamenti e i pescatori credono che l’onore reso al patrono porterà benedizioni alla pesca in mare. Ogni anno, la Messa di benedizione del mare riunisce tutta la comunità sulla riva e la celebrazione si trasforma in un segno di rispetto per il mare come dono di Dio.
La vita di fede si esprime anche in piccole comunità chiamate anbiam in cui alcune famiglie si ritrovano per pregare, leggere le Scritture, sostenersi nelle difficoltà e organizzare opere di carità. Sono il cuore della parrocchia: rendono la Chiesa meno istituzionale e più familiare, aiutano a individuare i bisogni dei poveri, dei giovani, degli ammalati. Durante calamità come gli tsunami, per esempio, gli anbiam sono una vera e propria ancora di salvezza.
La cultura della costa riflette continuamente la fede. Molte barche portano nomi come “Ave Maria” o “San Francesco Saverio”, perché ogni viaggio è affidato a Dio. La sera le famiglie recitano il rosario insieme. Anche nei discorsi quotidiani si sente la fiducia semplice della gente: “Devan thaan ariyum”, “Dio sa ciò che è meglio”.
La vita in mare è segnata da rischi: tempeste, cicloni, incidenti. Molte famiglie hanno perso i loro cari, eppure la fede non vacilla. «Non possiamo controllare le onde, ma possiamo aggrapparci a Dio», dicono i pescatori. Il mare, per loro, non è un nemico, ma uno spazio sacro, temuto e amato. La comunità si sostiene unita nella preghiera e nella solidarietà.
Negli ultimi anni c’è un nuovo fervore spirituale: gruppi di preghiera carismatica, movimenti giovanili, studi mariani. I pescatori di Kanyakumari mostrano una fede concreta e operante: per loro Gesù è il capitano del viaggio, Maria la stella che guida, la Chiesa il porto sicuro. Io sono nata in una famiglia semplice ma ricca di fede. I miei genitori pregavano insieme, si perdonavano, aiutavano i poveri: così ho imparato che la fede non è solo parole ma opere. Da bambina osservavo i missionari e le suore della parrocchia: la loro gioia e dedizione hanno acceso il desiderio di donare totalmente la mia vita a Dio. Così è nata la mia vocazione.
La missione mi ha portata in Italia. Qui tutto è diverso dalla mia terra ma lo spirito che mi muove è lo stesso. In India la fede nasce spesso dentro la povertà; in Italia percepisco un bisogno diverso: tante persone cercano speranza, qualcuno che le ascolti.
La missione qui è essere una presenza di amore, costruire ponti, condividere la gioia delle mie radici cristiane indiane e scoprire la fede profonda della gente che incontro.
Per me essere missionaria non è un dovere: è un modo di amare. È dire “sì” a Dio ogni giorno, come hanno fatto Maria e san Francesco Saverio. Tutti siamo chiamati a essere missionari: nelle famiglie, nel lavoro, nelle parrocchie. Anche lontani da casa possiamo portare luce e pace.
Ringrazio Dio per la fede ricevuta a Kanyakumari, nata dallo zelo di san Francesco Saverio, alimentata dalle preghiere della mia famiglia e rafforzata dall’amore per la Chiesa. Ringrazio Dio per avermi condotta qui, a Milano, dove posso continuare la sua missione nel mio piccolo.
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