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R.D. Congo, pace di carta

Nonostante gli accordi firmati a Washington e Doha, nell’Est della R.D. Congo continuano scontri e violenze. Parla la presidente del Coordinamento della società civile del Sud Kivu Néné Bintu: «La nostra missione è resistere e denunciare»

«Non potevo più tornare a Bukavu. Ma la mia famiglia era rimasta lì. I miei figli avevano trovato rifugio presso un convento. Pensavo che così potessero essere al sicuro mentre cercavamo una soluzione». Ma la soluzione non si è trovata. La famiglia di Néné Bintu – avvocata e presidente del Coordinamento della società civile del Sud Kivu, una delle più antiche e attive organizzazioni di difesa dei diritti umani che raduna circa 200 associazioni, ong e Chiese – si è dovuta ricomporre fuori dal suo Paese. Perché nell’Est della Repubblica Democratica del Congo non c’è ancora una pace vera. E questo nonostante la firma di due accordi: il primo “facilitato” dagli Stati Uniti, il 27 giugno e poi il 4 dicembre 2025, tra R.D. Congo e Ruanda; il secondo, sotto l’egida del Qatar, il 15 novembre, tra R.D. Congo e i miliziani dell’Alleanza Fiume Congo/Movimento M23 (Afc/M23). Accordi che, in entrambi i casi, prevedono il cessate il fuoco, il rispetto dell’integrità territoriale, il disarmo dei gruppi armati e il ritorno degli sfollati. Per il momento, solo sulla carta.
Esattamente un anno fa, il 28 gennaio 2025, il Movimento M23, supportato dal Ruanda, entrava nel Nord Kivu e occupava il capoluogo Goma, una delle città più popolose del Paese con circa un milione di abitanti. Successivamente si spingeva verso Sud, invadendo anche un vasto territorio del Sud Kivu. A un anno di distanza e nonostante due accordi di pace, l’M23 continua a rimanere lì e a controllare importanti siti minerari. Chi invece non è ancora potuta rientrare nella propria terra è Néné Bintu e come lei milioni di persone sfollate o profughe, che vivono in condizioni di assoluta precarietà in una regione che da trent’anni è funestata da conflitti, violenze e atrocità. Intanto, però, nel mezzo di tutta questa instabilità e nella più totale impunità – o forse proprio grazie a esse – continua lo sfruttamento massiccio e indiscriminato delle sue ingenti risorse minerarie. Néné Bintu e la sua organizzazione lo hanno denunciato a più riprese attraverso rapporti e documenti estremamente dettagliati. E che danno molto fastidio.
Madame Bintu, dopo la firma della dichiarazione di principi di novembre e dell’accordo di pace di dicembre è cambiato qualcosa nell’Est della R.D. Congo?
«Purtroppo non è cambiato niente o quasi. Continuiamo a ricevere segnalazioni di violenze, scontri e gravi violazioni dei diritti umani sia nelle zone occupate dai ribelli e, talvolta, pure in quelle controllate dal governo. Anche le milizie di autodifesa chiamate wazalendo a volte si accaniscono contro la popolazione e uccidono i civili, accusandoli di collaborare con l’M23. Poi ci sono vari gruppi armati (circa 120, ndr) che commettono esazioni contro la gente. Lungo le strade, inoltre, vengono eretti posti di blocco abusivi per riscuotere illegalmente una sorta di pedaggio: chi non paga viene frustato e alcune persone sono morte. Quindi per la gente non è cambiato molto. Continua a essere massacrata e perseguitata. Riceviamo continuamente denunce di abusi. Per questo, non possiamo rimanere in silenzio».
Il portavoce dell’Movimento M23, Lawrence Kanyuka, ha dichiarato che uno dei temi centrali dell’accordo è la gestione congiunta delle aree attualmente occupate dai ribelli, molto ricche di materie prime. Non c’è il rischio che l’Est della R.D. Congo si ritrovi in una situazione di “sovranità limitata”?
«In effetti, i vari accordi firmati in questi mesi mettono seriamente in questione il rispetto dell’indipendenza, dell’unità e dell’integrità territoriale del Paese. Per questo siamo estremamente preoccupati e temiamo che ciò possa ipotecare, sul lungo periodo, la pace nella regione. Inoltre, ci sono interpretazioni diverse sul punto riguardante “il ripristino dell’autorità dello Stato sull’insieme del territorio nazionale”. Dal nostro punto di vista, l’integrità territoriale deve essere garantita dalle Forze armate congolesi e da nessun altro. Diversamente si sancirebbe la “balcanizzazione” del Paese, che respingiamo con tutte le nostre forze».
Quali sono gli abusi e le violazioni più gravi che riscontrate?
«Negli scorsi mesi, buona parte dei due Kivu era ancora sotto il controllo delle milizie dell’M23 e in varie zone si sono registrati scontri con l’esercito. La popolazione civile è continuamente costretta a fuggire e a vivere in situazioni di grande precarietà, anche perché non è stato possibile aprire corridoi umanitari per far transitare almeno le medicine e i beni di prima necessità. E così la gente continua a morire di stenti e di malattie, oltre che per le violenze».
La situazione umanitaria è catastrofica.
«Da quando sono iniziati i conflitti, ormai trent’anni fa, si stima che ci siano stati oltre 10 milioni di morti, e di recente, con l’occupazione dell’M23 e le violenze di altri gruppi armati, siamo arrivati a più di 7 milioni di sfollati interni e circa 5 milioni di bambini che vivono in situazione di grave malnutrizione. Gli aiuti umanitari faticano ad arrivare anche perché gli aeroporti di Bukavu e Goma sono stati parzialmente distrutti e chiusi e farli transitare attraverso il Ruanda è estremamente difficile. Anche la distribuzione è un problema per la mancanza di infrastrutture e per l’insicurezza. Molte comunità vivono in zone isolate e irraggiungibili».
Anche le violenze sessuali continuano su vasta scala?
«Sì, purtroppo. E non c’è più nessuno che cura le vittime. Prima le donne venivano assistite dall’ospedale Panzi del dottor Denis Mukwege, insignito del Nobel per la pace. Adesso anche lui ha dovuto lasciare Bukavu perché minacciato e le donne, a causa dell’insicurezza, non riescono a raggiungere i centri sanitari o a ricevere qualche forma di assistenza. E poi c’è carenza di tutto: medicinali, kit igienico-sanitari, materiali per le sale operatorie… Ci ritroviamo con tante persone traumatizzate e con malattie sessualmente trasmissibili che non hanno nessuna possibilità di curarsi».
L’occupazione dell’M23 ha avuto un impatto pesante anche sull’agricoltura e reso più difficile l’accesso al cibo…
«È un aspetto che non viene abbastanza considerato, ma è fondamentale. Il conflitto in Sud Kivu si è intensificato nel marzo 2025 nella stagione della semina. Quindi molti non hanno potuto coltivare i loro campi. E lo stesso è avvenuto in settembre. E così oggi quella della sicurezza alimentare è una questione cruciale. Temo che la situazione umanitaria peggiorerà ulteriormente».
Le banche sono ancora chiuse?
«Sì, da circa un anno, e questo ha reso tutto estremamente difficile, ad esempio, pagare gli stipendi al personale della pubblica amministrazione. Insegnanti, medici, infermieri sono rimasti per più di tre mesi senza salario. Poi sono stati creati delle applicazioni e dei prodotti digitali che permettono il trasferimento di fondi, ma con commissioni piuttosto alte».
Tutto questo sta avendo ripercussioni anche sul sistema educativo?
«Ci sono scuole che non hanno mai riaperto per mancanza di insegnanti o perché sono state distrutte o danneggiate. Altre sono occupate dagli sfollati. Molti bambini e ragazzi non sono potuti rientrare in classe. E questo rappresenta una grande minaccia per il loro futuro e per quello di tutta la regione. Se i bambini non possono ricevere un’istruzione, le cose saranno davvero difficili per tutti. Molti, purtroppo, sono stati arruolati da gruppi armati o criminali e contribuiscono a rendere insicure sia le città che le zone rurali».
E lo sfruttamento minerario?
«Molti congolesi vivono di attività minerarie artigianali, ma nelle aree occupate dai ribelli sono stati cacciati tutti. L’M23 collabora con aziende cinesi che a volte portano il loro personale e impongono restrizioni all’accesso ai siti. Inoltre, alcune miniere sono state bombardate dalle forze governative per impedire che venissero sfruttate dalle milizie. Quindi, anche su questo fronte, è davvero un disastro. Tutto ciò ha contribuito a indebolire l’economia della regione e a rendere le persone ancora più povere».
Voi rappresentanti della società civile, che vivete tutti i giorni queste situazioni e le denunciate, siete riusciti a far arrivare la vostra voce ai tavoli dei negoziati di pace?
«Abbiamo chiesto la partecipazione nostra e quella dell’Assemblea nazionale e del Senato, che sono i legittimi rappresentanti del popolo. Purtroppo non abbiamo ricevuto alcuna risposta, né per i negoziati favoriti dagli Stati Uniti né dal Qatar. Però siamo qui e vediamo ogni giorno persone massacrate o sfollate senza alcuna assistenza. E vediamo che il Ruanda continua ad avere grandi responsabilità in tutto ciò che accade nel Congo orientale. Noi siamo figli di questa terra. La nostra missione è di resistere e di far sì che le decisioni che riguardano il nostro destino non vengano prese senza la nostra partecipazione, senza il nostro accordo e senza tener conto delle nostre aspirazioni».

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