Il tempo del “per sempre”

Il tempo del “per sempre”

Con un abbraccio grande che ha incluso Italia e Bangladesh, suor Lorenza Radini ha condiviso la promessa definitiva nella sua parrocchia e on line

«Adesso era il tempo di dire “per sempre”». Un “per sempre” grande e gioioso che suor Lorenza Radini, 39 anni, missionaria dell’Immacolata di Milano, ha voluto condividere, lo scorso 25 settembre, nella sua parrocchia dei Santi Patroni d’Italia, con la famiglia e le consorelle, con i missionari del Pime e tanti altri sacerdoti e amici, abbracciando, però, in presenza e virtualmente, due continenti e due Paesi, l’Italia dove è nata e il Bangladesh dove ha vissuto negli ultimi anni, grazie alla diretta sul Canale YouTube. Perché ormai la missione corre pure sui nuovi media, creando o consolidando relazioni anche a distanza.
«Il primo pensiero è stato per loro!», dice con il suo solito entusiasmo suor Lorenza, che si sente parte di una comunità senza frontiere, quella di origine, ma anche quella a cui ha scelto di donare la sua vita di missionaria. In particolare, il pensiero e il ricordo sono andati alle consorelle e alle ragazze di Mymensingh, una città a un paio d’ore a nord di auto della capitale Dacca, dove le suore gestiscono un ostello con una cinquantina di giovani dai 17 ai 20 anni.

«Sono partita a fine ottobre 2019, dopo aver ricevuto il crocifisso al Congressino missionario del Pime e dopo aver detto di sì a Papa Francesco. Pochi giorni dopo è arrivata anche la notizia del visto».
All’Asia, a dire il vero, non ci aveva molto pensato nei suoi anni di giovinezza e di formazione. Anzi, all’università aveva conseguito la laurea in Economia per l’arte e la cultura alla Bocconi, immaginando di lavorare soprattutto nell’ambito della raccolta fondi. La missione, però, era già in qualche modo nel suo cuore. «Ho due fratelli che sono grandi viaggiatori. Conoscevo anche tanti missionari. Ho sempre pensato di andare in missione, ma non come suora».
Mentre studia, però, conosce il cammino di Giovani e Missione del Pime e pensa: «Adesso o mai più!», immaginando che, finita l’università, avrebbe dovuto cominciare a lavorare. Viene destinata in India, dove trascorre un mese al Vimala Centre, il lebbrosario delle Missionarie dell’Immacolata a Mumbai. «Lì ho conosciuto suor Bertilla e suor Lucia, due veterane di quel posto, ma anche suor Ida Moiana, una delle prime che era partita. Vedevo la loro vita e mi chiedevo che cosa ne sarebbe stata della mia. Lì, questa domanda è diventata vera. E per la prima volta, in quel lebbrosario, ho pensato che avrei potuto essere suora missionaria». Certo, si era resa conto che non tutto era così facile.

La realtà di un lebbrosario è fatta di tante fatiche, con persone che spesso tornavano con piaghe più grandi ed era sempre un ricominciare da capo. «Ma quello che vedevo era anche un amore sempre rinnovato, unico, e mi chiedevo dove trovassero quella capacità di amare che non avevo mai conosciuto prima».
Tornata in Italia, non ci pensa due volte e si presenta alla casa delle Missionarie dell’Immacolata di Milano, con alcune domande ben precise in testa: «Dove e quando comincio?». Suor Antonia che le ha aperto, tuttavia, ha subito raffreddato i suoi entusiasmi. «Mi ha detto di pazientare e che non dovevo fare proprio niente. Se era una cosa voluta dal Signore non sarebbe scomparsa. Ci sono rimasta un po’ male!», sorride adesso suor Lorenza, che ha deciso così di riprendere il cammino di Giovani e Missione e nel frattempo aveva iniziato a lavorare in un teatro. «Mi piaceva molto, ma sentivo che non mi bastava. Quell’esperienza lavorativa, tuttavia, è stata determinante per capire la mia vocazione».

Se n’è accorta anche suor Antonia, che l’anno successivo l’ha indirizzata verso il noviziato. La prima professione, il 6 settembre del 2014. Poi quattro anni nella comunità di Pozzuoli e quindi la destinazione per il Bangladesh. «Da piccola sognavo di andare in Africa – ricorda -, mentre il mio “sogno” da suora era l’Amazzonia. Avevo letto i libri dei missionari del Pime. Mi sembrava una presenza bellissima.
Mi affascinava molto anche il fatto di vivere nella potenza e nella grandezza della natura». La telefonata dell’allora Madre generale, suor Rosilla, la spiazza solo per qualche secondo: «“So che ti piacerebbe andare in Amazzonia, ma…”. Quel “ma” l’ho interpretato come un segno del Signore. E non ho avuto nessun dubbio».

È così che suor Lorenza è partita per il Bangladesh, dove ha fatto appena in tempo a visitare le varie comunità prima che scoppiasse la pandemia. Ne ha approfittato per studiare il bangladese. «Fortunatamente mi so adattare, prendo il positivo di ogni situazione. E poi ho dovuto imparare anche a gestire un po’ la mia emotività, perché lì manifestare le proprie emozioni o la propria esuberanza è assolutamente fuori luogo!», scherza suor Lorenza prima di tornare seria: «La missione ti interroga e ti spinge anche a lavorare su te stesso».
L’entusiasmo, però, non riesce pro­prio a frenarlo quando parla delle ospiti dell’ostello: «Abbiamo dovuto ricominciare tutto da capo; è stato faticoso, ma anche una bella avventura che ho condiviso con le mie consorelle suor Elena, italiana, Shiuli e Rita, bangladesi. Nell’ostello quasi tutte le ragazze sono di etnia mandi e quasi tutte sono cattoliche, in un contesto in cui i cristiani sono lo 0,2%. Sono piene di energia e vitalità, ma anche molto indipendenti e responsabili».
L’attenzione per i giovani è qualcosa che la sollecita molto: «La loro formazione è una necessità che si impone con forza in tutte le nostre missioni. E anche nella Chiesa locale. Ho trovato una bella realtà di preti piuttosto giovani e ben formati, con cui collaboro nella commissione giovanile diocesana». Il tutto in un clima di amicizia, che spesso, più di ogni altra cosa – persino dei social! -, aiuta ad abbattere qualsiasi frontiera.

 

Suor Lorenza con le ragazze e le consorelle dell’ostello di Mymensingh, in Bangladesh