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Mindanao, un giardino per tre popoli

Nel piccolo villaggio di New Israel, in una regione che ha vissuto tante tensioni, indigeni animisti, cristiani e musulmani parlano al Cielo, ognuno nella propria lingua e secondo la propria tradizione

È il giorno di Santo Stefano, ma nel piccolo villaggio di New Israel celebrano la festa patronale della Santa Famiglia. Solo una ventina di persone a Messa. I cattolici sono pochi e da tempo diverse famiglie si sono trasferite. La strada è brutta e non sempre percorribile. Tensioni in passato non sono mancate. Guerre tra poveri, vittime di giochi più grandi, umili contadini indigeni, musulmani e cristiani immigrati. Ora però al centro del villaggio c’è il “giardino della preghiera”. Un piccolo pezzo di terra recintato da cui i “tre popoli” elevano a Dio preghiere ognuno nella propria lingua e secondo la propria tradizione. Lo fanno anche in occasione della festa patronale dei cattolici subito dopo la Messa. Ne segue che il resto della giornata è condiviso: canti, danze, discorsi di religiosi, consiglieri municipali, ospiti…

Tocca anche a me, colto completamente di sorpresa, improvvisare due parole. Sono naturalmente colpito da questo esercizio piccolo e pratico di dialogo e pacifica convivenza. In una precedente esperienza missionaria a Mindanao avevo visto le possibilità e gli sforzi di collaborazione tra cristiani e indigeni animisti, ma i musulmani non c’erano. Non avevano mai abitato la zona. Colpisce soprattutto che ciò che accade a New Israel sia frutto della buona volontà di gente comune, con un modesto livello di istruzione. Niente specialisti o studiosi. Solo contadini buoni e credenti che hanno deciso di accogliere la diversità. Mi viene spontaneo quindi qualche commento sull’opinione diffusa su Mindanao.

A Manila quando dici che lavori al sud sai già quale commento aspettarti. La situazione è data per confuse (magulo) e pericolosa (delikado). Certo a volte lo è e in alcune aree l’allerta è costante. Non è mai colpa solo di un gruppo, perché un margine di ostilità alla collaborazione e al dialogo se lo riservano tutti. La convivenza invece – aggiungo – è una catena. Le singole persone sono gli anelli. Se ogni anello, voglio dire ogni residente di una certa area, entra a far parte della catena, non c’è alcuna possibilità di conflitto, nonostante la grande diversità di sensibilità culturali, religiose e sociali. Tutto viene risolto con la parola, non distrutto con le armi. Negli ultimi anni, in effetti, Mindanao sembra aver imboccato un cammino di pace. Il conflitto principale tra musulmani autoctoni e cristiani immigrati si è molto attutito. Non mancano incidenti sporadici. Le armi continuano a circolare, ma non ci sono più appelli alla guerra totale.

La regione musulmana autonoma è stata allargata. Le formazioni politiche e militari islamiche sono di fatto riconosciute e generalmente si coordinano con gli organi statali. Con la pace, anzi, il potere e il peso della componente musulmana della popolazione cresce: istruzione, infrastrutture, commercio, acquisizione di terre e quindi di spazio fisico che il conflitto, per altro con una forza militare governativa decisamente superiore, piuttosto comprime. Il cammino di integrazione dei “tre popoli” a Mindanao è ora in una fase più promettente. Tra l’altro il dialogo e la collaborazione della maggioranza della popolazione e delle rispettive leadership toglie spazio e possibilità all’estremismo, introdotto dall’esterno o sempre pronto a svilupparsi dall’interno a causa di risentimento e frustrazione. Vedo avverarsi ciò che già pensavo in passato. È più facile vincere con la pace che con la guerra. Il conflitto blocca ogni crescita. La pace la promuove. E le condizioni di vita migliorano per tutti.

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