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Pizzaballa: «C’è un sogno di Dio anche per la Gerusalemme in conflitto»

Dal patriarca latino una lunga lettera pastorale su come vivere da cristiani alla luce del “nuovo paradigma” plasmato dal 7 ottobre 2023 e dalla guerra a Gaza. Un modo di stare insieme che supera gli esclusivismi di oggi e guarda a come risanare le ferite e a come raccontare la verità senza trasmettere odio

AsiaNews – Una sintesi scritta con «fatica e sofferenza», ma anche ricolma della «fiducia che Dio non abbandona la sua storia». Rivolta a una comunità ben precisa – quella del patriarcato latino di Gerusalemme in un momento così difficile della sua storia. Ma con la consapevolezza che la Città Santa, anche nelle sue ferite di oggi, resta il sogno di Dio per l’umanità intera e dunque ha un messaggio per i credenti di tutto il mondo. È il profilo della lettera pastorale “Tornarono a Gerusalemme con grande gioia”, un lungo testo diffuso oggi dal patriarca latino, il cardinale Pierbattista Pizzaballa. Una «proposta per vivere la vocazione della Chiesa in Terra Santa», offerta alla sua comunità e ai fedeli di tutto il mondo su come vivere la fede cristiana nel cuore di un conflitto. Un testo lungo e articolato, proposto come punto di partenza iniziale per una riflessione da sviluppare insieme in un contesto ecclesiale, senza fermarsi a letture «rapide e parziali».

Aprire orizzonti di fiducia

Parole che si pongono dichiaratamente su un piano diverso rispetto a quello delle questioni politiche, non certo per un desiderio di estraniarsi dalla realtà. «Analisi e denunce rimangono necessarie, non possiamo esimerci dall’esprimerle – scrive il cardinale Pizzaballa -. Ma non saranno esse ad aprirci orizzonti di fiducia. Troveranno forse condivisione anche al di fuori della nostra comunità in chiunque si ritrovi nelle nostre valutazioni. Esse devono tuttavia essere accompagnate dalla domanda su cosa il Signore ci chieda in questo momento, e interrogarci su come dare espressione vissuta alla nostra fede in questo contesto difficile. È la domanda che da diverso tempo accompagna il mio ministero di pastore: come stare da cristiani, in quanto assemblea ecclesiale, dentro questa situazione di conflitto – politico, militare, spirituale – che sappiamo durerà ancora molti anni?».

In questa prospettiva la lettera si articola in tre parti: nella prima il patriarca prova a leggere senza sconti la realtà del conflitto, soffermandosi su che cosa è cambiato davvero in questi ultimi anni in Terra Santa e più in generale nel mondo in cui tutti viviamo. Se si vuole, però, riflettere su come starci dentro da cristiani, non ci si può fermare qui: occorre ripartire dal sogno di Dio che Gerusalemme è chiamata a incarnare. Ed è quanto Pizzaballa propone nella seconda parte della lettera, quella centrale, in cui prendendo come icona biblica di riferimento la Gerusalemme celeste descritta negli ultimi due capitoli del libro dell’Apocalisse, presenta alcuni tratti specifici della vocazione della comunità cristiana chiamata a vivere nella Gerusalemme terrena. Per soffermarsi poi, nella terza parte, su una serie di implicazioni pastorali molto concrete di questo sguardo.

Leggere la realtà

Il punto di partenza è il «cambiamento di paradigma» che il 7 ottobre 2023 e la guerra a Gaza hanno segnato non solo per la Terra Santa, ma per il mondo intero. Il «ritorno dell’uso della forza come strumento ritenuto decisivo per la risoluzione delle contese», la guerra che diventa «oggetto di un culto idolatra» che si alimenta anche di parole e immagini. E poi le nuove domande sollevate dall’uso dell’intelligenza artificiale nelle operazioni belliche: «Quante persone – si chiede il patriarca – in queste ultime guerre del nostro territorio sono morte per “decisione di un algoritmo”?».

Tutto questo per il cardinale Pizzaballa ha innescato un grande caos che produce conseguenze sulla vita di ciascuno in cinque nuclei fondamentali: innanzitutto la dissoluzione delle relazioni, avvelenate da odio e sfiducia. «La percezione del proprio dolore diventa unica, assoluta. Assistiamo a una dolorosa deumanizzazione dell’altro: quando egli è solo il nemico, tutto è lecito». E poi la frammentazione in enclave e bolle identitarie, amplificate dagli algoritmi dei social network: una appartenenza vissuta per opposizione, dove il “noi” si riduce a identità contrapposte. Nel grande caos anche parole chiave come convivenza, dialogo, giustizia, si logorano: «Il bene comune – scrive Pizzaballa – viene sacrificato da tutti, seppure in modi diversi, sull’altare degli interessi particolari. Sembra che ciascuno pensi solo a sé stesso, alla propria sopravvivenza, alla propria sicurezza, in perenne guerra esistenziale, su fronti sempre più distanti». E questo nonostante «la realtà, ben al di là di ciò che pensiamo, sentiamo o crediamo, ci ricorda che siamo destinati a trovare forme possibili di convivenza. Non esiste alternativa».

Generale disorientamento

Il caos ha mandato in crisi anche il dialogo interreligioso investito da memorie contrapposte e strumentalizzazioni identitarie. Ma la stessa comunità ecclesiale del patriarcato vive dentro questo generale disorientamento, a volte faticando a tenere insieme l’esperienza di chi vive in realtà diverse come Israele, Palestina, Giordania, Cipro – ciascuno con la propria storia e le proprie dinamiche. «La nostra Chiesa – commenta il cardinale – ha fatto sentire la sua voce provando a pronunciare una parola di verità – onesta, chiara, con parresia – anche all’interno di questo disordine, spesso a costo di incomprensioni. Ma, mi chiedo, è stato sufficiente? Oppure, in questo periodo così duro, abbiamo a tratti privilegiato la prudenza e ricercato la sopravvivenza istituzionale, sacrificando la nostra testimonianza profetica? Come dire una parola di verità senza creare nuove barriere e nuove vittime? È una domanda che mi accompagna ogni giorno, a cui non è mai facile rispondere. Occorre porsi questo interrogativo con sincerità, innanzitutto davanti al Signore, sapendo che il discernimento è ascoltare la voce di Dio, convertendoci alla verità, cercando la giustizia, scegliendo il bene dei nostri fratelli».

Il sogno di Dio chiamato Gerusalemme

Ed è proprio qui che “il sogno di Dio chiamato Gerusalemme” – a cui è dedicata la seconda parte della lettera – diventa l’orizzonte di riferimento per cercare la strada. Perché alla città-rifugio costruita da Caino mosso dalla paura, Dio risponde con la nuova Gerusalemme, suo dono d’amore. Che ha come primo compito attestare la presenza di Dio: «Gerusalemme – scrive Pizzaballa – non è solo una questione di confini politici o accordi tecnici: la sua identità principale è essere il ruolo della rivelazione di Dio». Sfatando un luogo comune diffusissimo, il patriarca spiega che proprio la pretesa di ignorarne questa dimensione verticale «ha portato e porterà al fallimento di ogni convivenza».

Ma l’Apocalisse ne rivela anche un aspetto quanto mai cruciale oggi: «In essa non vidi alcun tempio: il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio (Ap 21,22)», vi si legge. A Gerusalemme «Dio non abita in un edificio separato da confini esclusivi – commenta Pizzaballa – ma nella relazione»; i Luoghi Santi vanno custoditi «per preservare, non per soffocare la libertà». Gli stessi “status quo” (le regole che salvaguardano i diritti di ciascuna comunità, ndr) restano necessari, «ma occorre il coraggio di costruire nuovi modelli di relazioni dove la comune fede in Dio diventi occasione di incontro e non di esclusione».

Per andare oltre le letture selettive della storia, il cardinale invoca una «città con le porte aperte e una memoria purificata». Perché «Dio non cancella la storia, ma la ricrea con fondamenta nuove». «Occorre ripensare – annota – le categorie di colpa, giustizia e perdono per generare un futuro diverso», «in un processo che non è diplomatico, ma spirituale». Ed è ciò che rende universale la vocazione di Gerusalemme: «Ciò che vi accade coinvolge miliardi di credenti. Non appartiene a nessuno in modo esclusivo, ma è patrimonio dell’umanità». Per questo la sua missione è guarire il mondo intero dalle sue ferite.

Le implicazioni pastorali

Essere espressione visibile di questa “nuova Gerusalemme” anche nella situazione dolorosa di oggi diventa allora il compito della Chiesa che vive in questa città terrena. «Non si tratta di applicare un progetto astratto – spiega il patriarca – ma di lasciarci illuminare nel nostro quotidiano, in parrocchia, in famiglia, nelle istituzioni. È un cammino lungo e faticoso, ma l’unico che può darci fiducia». E allora tra le implicazioni pastorali ecco il primato della liturgia e della preghiera («Non solo le preghiere per la pace – che pure vanno promosse – ma la preghiera come atmosfera stabile della nostra vita, come ciò che dà forma alle nostre giornate, alle nostre settimane, alle nostre comunità. Penso in particolare alla Liturgia delle Ore comunitaria, alla lectio divina, all’adorazione eucaristica»).

Ma anche il cammino delle famiglie come chiese domestiche che educano alla fede e alla riconciliazione («dove il passato può essere raccontato ai figli con dolore e verità, ma senza trasmettere sentimenti di odio e vendetta»). E poi le scuole – «uno dei doni più grandi delle Chiese a questa Terra» – gli ospedali e le opere sociali – «luoghi in cui accoglienza, dialogo e guarigione sono già realtà vissute». Insieme al dialogo interreligioso, oggi in difficoltà ma che «per i cristiani non è solo una necessità vitale, ma la forma stessa dell’essere Chiesa. Deve uscire dalle élite – chiede Pizzaballa alla sua comunità – e radicarsi nella vita quotidiana». Perché «bisogna osare il perdono non per giustificare il male, ma per rompere la catena dell’odio». Con il rifiuto della violenza che anche nel linguaggio «deve diventare totale e visibile, perché non è mai una via evangelica».

Come fare tutto questo? Il cardinale su questo è drastico: «Da soli non possiamo. Ma non siamo soli. Gesù ci aspetta nelle nostre parrocchie, nelle nostre comunità di fede, nei nostri gruppi e movimenti ecclesiali». Cita l’immagine conclusiva del Vangelo di Luca, con i discepoli che dopo l’ascensione di Gesù, «tornarono a Gerusalemme con grande gioia»(Lc 24,52). «Erano stati sconvolti, avevano avuto paura, avevano dubitato – commenta il patriarca latino di Gerusalemme -. Eppure, alla fine, tornano pieni di gioia. Anche noi desideriamo tornare alla nostra Gerusalemme quotidiana – le nostre case, le nostre parrocchie, le nostre comunità, il nostro impegno quotidiano – con quella stessa gioia. Non una gioia ingenua, che ignora le fatiche. Ma una gioia pasquale, che sa che la luce vince le tenebre, che la vita sconfigge la morte, che l’amore disarma l’odio».

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