Madagascar: nostalgia della bellezza
«È una meraviglia». Era la frase preferita di suor Sifa e anche noi ci siamo lasciate stupire: ora la sfida è vivere ogni giorno la naturalezza della condivisione. L’esperienza di Sara Maria Trainotti con il progetto Mission Exposure del Pime in collaborazione con l’Università Cattolica di Milano
Scegliere di partecipare a un percorso come quello del Mex è un privilegio di cui si inizia a capire la forza quando ti viene assegnato un Paese, ti viene affidata (e sei affidata a) una compagna di viaggio e vieni accolta da una comunità. Poi si parte: ci si riempie gli occhi e il cuore di paesaggi, volti e storie. E poi si ritorna a casa e ti trovi di fronte a una quotidianità che non riconosci più: lì per me è iniziata la vera sfida. Come custodire tutto quello che ho ricevuto e farlo fruttare nella mia vita, qui, in Italia?
Io sono ri-partita dal rileggere il mio mese a Soamahamanina, un villaggio nel cuore del Madagascar, la grande “isola rossa” africana. Io e Giulia abbiamo partecipato a un mese di attività estive (anche se, dall’altra parte del mondo, eravamo in inverno) organizzate dalla comunità di suore dorotee che ci ospitava. Non abbiamo fatto altro, o meglio non ci veniva chiesto nulla di più: dovevamo cambiare prospettiva, entrare nella concezione dello “stare”, esserci semplicemente, senza dover preparare attività aggiuntive ma giocare con i bambini e i ragazzi, farci conoscere e amare, farci travolgere dalle meraviglie che non avevamo mai visto o assaggiato o ascoltato.
«È una meraviglia» è infatti la frase preferita di suor Sifa: ce la ripeteva a tavola ogni giorno per promuovere le sue prelibatezze culinarie. È diventato il nostro mantra: viviamo con la voglia di stupirci del bello che ci circonda, anche quello più inaspettato – come la terra rossa che impregnava i vestiti dopo un pomeriggio passato a rincorrere i ragazzi – e quello più commovente, come l’accoglienza di ogni persona del villaggio che con il tipico saluto, “manao ahoana”, ci rendeva parte di una grande comunità. Una comunità che è la somma di tutti i volti che abbiamo conosciuto e che ora ricordiamo con grande felicità e un po’ di nostalgia, e se pensiamo che Soamahamanina in malgascio significa proprio “nostalgia del bello” tutto acquista un po’ più di senso nel nostro conoscere la semplice bellezza del vivere africano.
Tutte queste avventure si fondono nel mio cuore in un’unica esperienza di vera pace, non una quiete inerte, priva di conflitti interiori o di difficoltà, ma una pace vibrante di vita e di amore che non si impone, ma si fa spazio e lascia spazio per far fiorire noi e, con noi, i nostri vicini. Una fioritura che è frutto dell’accoglienza più pura: la nostra forza, le nostre ferite, i nostri successi, le nostre insicurezze unite in un mix culturale che non distanzia ma avvicina. Ecco, quindi, la mia sfida degli ultimi mesi nel cercare di vivere quotidianamente questa naturalezza umana: la bontà e l’amore che sono intrinseci nel gesto di donare e ricevere un po’ di tempo per gli altri, la fatica che viene condivisa e la gioia che diviene piena nel momento in cui è scambievolmente partecipata. Ed è una sfida che sicuramente vale la pena accettare.
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