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Montagna spaccata: dove il mare parla di Dio

Da cento anni i missionari del Pime a Gaeta animano l’accoglienza al santuario della Trinità, frequentato da turisti e pellegrini. Custodi di una storia iniziata dai benedettini e che oggi continua con nuove forme di incontro 

Il tratto di mare su cui si affaccia è uno dei più suggestivi d’Italia. Ma ad attirare ogni fine settimana migliaia di persone fin qui è qualcosa di più grande. Salgono dalla spiaggia alla Montagna Spaccata, come i benedettini mille anni fa. Per contemplare nella bellezza delle sue fenditure che si aprono sulle acque profonde il mistero di un incontro unico tra cielo, terra e mare.

È il segreto custodito dal santuario della Santissima Trinità a Gaeta, il luogo dove da un secolo a questa parte il Pime parla la lingua della bellezza. Generazioni di missionari il mare lo hanno solcato sulle navi che li portavano in terre lontane. Alla Montagna Spaccata, invece, è diventato esso stesso un luogo di evangelizzazione, nell’incontro con tanti pellegrini e turisti che giungono a visitare queste grotte. I primi padri ci arrivarono nel 1919 quando – dopo gli anni difficili della Prima guerra mondiale – il santuario fu affidato ai missionari del Pontificio Seminario dei Santi Pietro e Paolo per le Missioni Estere, la radice romana dell’Istituto fondata a Roma da don Pietro Avanzini nel 1871. Fu però nel 1926 – con l’unificazione con il Seminario lombardo per le Missioni Estere voluta da Pio XI esattamente cent’anni fa – che il Vaticano cedette al Pime la proprietà della Montagna Spaccata, che nel frattempo era stata riscattata dalle autorità militari che ne avevano fatto un sanatorio.

Si aprì così un nuovo capitolo di una storia iniziata molto prima. Furono infatti i monaci di san Benedetto, arrivati a Gaeta dalla vicina Cassino nel X secolo,
i primi a vedere un messaggio nelle tre grandi spaccature del Monte Orlando, la collina che con le sue falesie si affaccia a picco sul mare. I loro occhi allenati dalla preghiera e dalla meditazione in quello scenario incantevole avevano visto il riflesso delle tre persone della Trinità. La cavità più grande e maestosa – alta quasi 100 metri e conosciuta come la Grotta del Turco – l’avevano associata al Padre; la seconda, che spacca letteralmente il colle in due parti, scendendo fino sotto il livello del mare, l’avevano associata al Figlio; la terza (la più nascosta, che si riesce a distinguere solo dal largo) allo Spirito Santo. Così, là dove sorgevano i ruderi della grande villa di Lucio Munazio Planco, uno dei generali dell’imperatore Ottaviano, avevano costruito il loro monastero in una data che non conosciamo con precisione, ma che come ricostruito dagli studi di padre Donato Vaglio – missionario pugliese del Pime che negli anni Cinquanta andò a fondo nella storia e nelle leggende della Montagna Spaccata – deve per forza collocarsi in un arco di tempo tra l’anno 930 e il 1071.

Il santuario che vediamo oggi in realtà è molto più recente e, oltre che della lunga e travagliata storia di Gaeta, risente di un altro fatto che ha plasmato la spiritualità della Montagna Spaccata: nella prima metà del XV secolo nella fenditura centrale – quella identificata dai benedettini con la figura del Figlio – franò un grosso macigno andando a crea­re una piattaforma naturale incastrata a 40 metri sul mare. Un evento che fece nascere nel cuore dei fedeli di Gaeta un pensiero: «Non parlano forse i Vangeli di un terremoto che spaccò in due la terra alla morte di Gesù?». Su quel masso edificarono così la cappella del Crocifisso, inizialmente molto semplice e poi resa più maestosa nel 1721. Consolidando la tradizione secondo cui a spaccare la montagna di Gaeta sarebbe stato proprio il terremoto alla morte di Gesù. Un culto che Papa Pio IX, esule in città nel 1848 dopo essere stato costretto a fuggire da Roma per i moti risorgimentali, confermò poi venendo  a pregare in questo luogo, davanti al suo Crocifisso, nel giorno del Venerdì Santo.

Sulla plausibilità di quest’associazione tra la fenditura nella roccia di Gaeta e il periodo storico della morte di Gesù, padre Vaglio stesso invitava a essere prudenti. Ma il senso vero della tradizione della Montagna Spaccata non sta nell’esattezza scientifica, ma nel messaggio: rileggere il mistero dell’incarnazione e della redenzione di Gesù dentro lo spettacolo maestoso della natura. Proprio per questo quando a metà dell’Ottocento il santuario fu affidato dai Borboni (allora governanti di Gaeta) agli Alcantarini di Napoli, nella ricostruzione che ha portato alla fisionomia attuale del complesso venne realizzata anche una Via Crucis in maiolica che scende fino alla cappella del Crocifisso.

Da secoli, dunque, la Montagna Spaccata è un luogo importantissimo per la devozione cristiana. Tanto per dare un’idea di quanto ampia fosse la sua eco, basti pensare che è citata nel “Don Chisciotte della Mancia”, il capolavoro dello scrittore spagnolo Miguel de Cervantes (1547-1616). In un episodio tra i più enigmatici del libro, il protagonista si fa calare dal fido Sancio Panza in una grotta dove cade in una sorta di trance. Ed è allora che il preoccupato scudiero, cercando di tirare fuori Don Chisciotte, innalza questa preghiera: «Dio ti faccia la strada, e la Rocca di Francia e la Trinità di Gaeta, o fiore di latte, o schiuma degli erranti cavalieri».

Cervantes cita dunque il santuario della Montagna Spaccata come via per trovare la salvezza. Ma come faceva a conoscerlo? Nel 1569 dalla Spagna era dovuto fuggire in Italia arruolandosi infine come soldato nella flotta della Lega Santa che prese parte alla battaglia di Lepanto. Nella Napoli aragonese di allora, dunque, doveva essere venuto in contatto con qualche marinaio devoto della cappella del Crocifisso di Gaeta. E del resto – a testimonianza di quanto questo culto fosse radicato – le cronache dell’epoca raccontano che tutte le navi, quando passavano davanti al monastero, sparavano tre colpi di cannone a salve per invocare protezione.

I turisti del mare di oggi preferiscono ammirare le rocce della Grotta del Turco, chiamata così perché probabilmente prima della battaglia del Garigliano (anno 915) veniva utilizzata dai saraceni come nascondiglio per le navi con cui depredavano il litorale. Vi si accede dal piccolo piazzale davanti alla chiesa della Santissima Trinità scendendo i 275 scalini fatti costruire dal Pime nel 1957 per far entrare i visitatori in questo luogo dalla vista mozzafiato. Riposti i cannoni oggi si scatta piuttosto un selfie accompagnato da un hashtag, che porta spesso la Montagna Spaccata molto in alto tra le località postate sui social network. Persino il cinema non è rimasto insensibile al fascino di questo angolo di Gaeta: l’anno scorso la produzione della serie Game of Thrones ha girato in questo anfratto alcune scene con le barche, che tuttavia sono  poi state tagliate nel montaggio.

Anche nelle nuove forme del turismo di oggi, però, ce ne sono alcune che aiutano a far riaffiorare la storia e le grandi figure passate dal santuario. Francesco d’Assisi e Ignazio di Loyola, per esempio, furono certamente a Gaeta ed è plausibile che siano venuti alla Montagna Spaccata. Presenze storicamente certe alla cappella del Crocifisso sono invece quelle di san Leonardo da Porto Maurizio, a cui si deve la diffusione della pratica della Via Crucis, e sant’Alfonso Maria de Liguori.
Ma il santo che più probabilmente ha legato il suo nome alla Montagna Spaccata è san Filippo Neri, il grande sacerdote romano che nel Cinquecento fondò la Congregazione dell’Oratorio per l’assistenza ai poveri e l’istruzione dei giovani. Mandato diciottenne a Cassino  dallo zio che pensava di farne un mercante, nelle grotte del santuario di Gaeta era talmente assiduo che una roccia poco lontana dalla cappella del Crocifisso è chiamata “il letto di san Filippo Neri”.

Sulle sue orme oggi un Cammino scende per ben 123 chilometri dall’Abbazia benedettina di Montecassino fino al mare con punto d’arrivo proprio il santuario dove sono presenti i missionari del Pime. E anche grazie alla passione di un gruppo di volontari che l’hanno attrezzato e lo tengono in ordine nelle sue sette tappe attraverso il Basso Lazio, sta attraendo di anno in anno sempre più escursionisti e pellegrini.

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