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Una presenza amica per chi passa da qui

Il Pime a Gaeta ha riportato in questi mesi al suo splendore il santuario guardando al futuro. Il rettore padre Belussi: «Aiutiamo a far sì che questo luogo parli a tutti»

Un gruppo di croceristi incrocia i seminaristi del Collegio Francese, giunti al santuario per celebrare la Messa. Marco va invece dritto alla Grotta del Turco: lo portarono qui da bambino, ora ci è tornato con Patrizia e il piccolo Lorenzo. Nel frattempo sono arrivati anche i pellegrini polacchi, una coppia di fidanzati, i camminatori scesi dalla montagna…

Trascorrere una domenica qualsiasi alla Montagna Spaccata vuol dire imbattersi in una catena ininterrotta di incontri come questi. «L’anno scorso sono passate 80 mila persone – racconta il rettore del santuario, padre Daniele Belussi -. In estate o in alcuni weekend festivi sono anche 5 o 6 mila. Persone tra loro molto diverse: dalle comitive di gente semplice agli ambasciatori coi loro staff. Perché questo è un luogo che parla davvero a tutti».

Bergamasco di Sarnico, padre Daniele a Gaeta ci è arrivato nel 2022 dal Brasile, dopo anni trascorsi tra il Paraná, lo Stato di Santa Catarina e infine San Paolo. Lì ha vissuto anche l’esperienza del Covid-19, che nelle favelas ha colpito duro. Ma il “mestiere” del missionario è lo stesso anche sul litorale di Gaeta: stare tra le persone, scambiare una parola di amicizia con tutti. E provare a far vedere che dietro a tanta bellezza che attrae c’è un messaggio. «Oggi la chiamano Grotta del Turco – puntualizza -. Ma per i benedettini era il segno che parlava di Dio Padre, che dal cielo si china sulla terra e incontra il mare».

Si giunge davvero nei modi più diversi davanti a questo spettacolo. Chiediamo i nomi a due giovani dai tratti visibilmente asiatici; scopriamo che Akmal e Rustam arrivano addirittura dall’Asia centrale. Uzbeko l’uno e kirghizo l’altro, hanno chiesto a Gemini quali erano i posti più belli da vedere nella zona. E la risposta in cirillico dell’intelligenza artificiale di Google li ha condotti fino a qui, senza però spiegare realmente dove si trovino. Gli diciamo che è dal tetto della chiesa del Crocifisso che stanno osservando quel panorama bellissimo; e loro musulmani sono curiosissimi di sapere come mai sia stata costruita proprio in mezzo alle rocce.

Salutare, ascoltare, raccontare: l’incontro con le persone che passano dal santuario è il pane quotidiano dei cinque missionari del Pime che vivono a Gaeta. «Si può fare tanto bene qui», ci dice con gli occhi che brillano padre Giovanni Musi, 86 anni, il “decano” del gruppo, mentre si attarda con gli ultimi pellegrini che escono dalla Messa. L’accoglienza ha il volto anche di una comunità locale, fortemente legata a questo posto. Due cori curano il canto nelle Messe al santuario; due gruppi di preghiera si ritrovano nel nome di san Giuseppe e della Madonna che scioglie i nodi, la devozione che Papa Francesco ha fatto conoscere in questi ultimi anni. Si promuovono anche iniziative solidali a sostegno di opere in missione, in collaborazione con l’arcidiocesi di Gaeta.

«È un luogo dove nascono tanti incontri belli – racconta padre Rogerio Santana, missionario brasiliano del Pime che da un anno affianca padre Belussi come vice-rettore -. Anche grazie a questo, l’anno prossimo all’Università di Cassino che accoglie migliaia di studenti faremo partire il cammino del Mex, la proposta di animazione del Pime per gli studenti. Un nostro amico benedettino, poi, vorrebbe iniziare un corso di iconografia al santuario».

Il rilancio della presenza del Pime a Gaeta, però, sta avvenendo anche in un modo molto visibile: attraverso il restauro e la valorizzazione delle strutture. «C’era bisogno di rimettere in sesto anche i muri – racconta padre Daniele – e lo abbiamo fatto guardando al futuro».

I lavori sono ormai in fase avanzata: con il nuovo intonaco giallo il complesso della Santissima Trinità è tornato a essere ben distinguibile anche dal mare nella macchia verde del Monte Orlando. Le rocce della falesia sono state messe in sicurezza con le reti che adesso prevengono il rischio di una possibile caduta di materiali su chi scende alla scalinata della grotta. Si stanno poi approntando sistemi di illuminazione perché anche nelle sere d’estate questa bellezza risplenda. Il Pime, inoltre, ha acquisito un’ampia area prospicente che era di proprietà del demanio militare: la ripulitura ha fatto riemergere dalla boscaglia alcune strutture di età borbonica che potrebbero presto diventare sale e punti di appoggio per gruppi di pellegrini o spazi espositivi.

Nei locali del santuario, intanto, si sta lavorando a una sala multimediale dove alcuni video racconteranno presto il Pime e la sua storia, insieme a quella della Montagna Spaccata. E a lavori ultimati ci sarà anche una seconda sala, pensata apposta per chi – a causa di una qualsiasi forma di disabilità – non può salire e scendere i gradini di questo posto. Perché il messaggio della Montagna Spaccata deve poter essere accessibile a tutti. C’è dentro tutto questo nella festa del centenario del Pime che la comunità di Gaeta sta preparando per domenica 18 ottobre: nella Giornata missionaria – alla presenza del cardinal Angelo De Donatis, penitenziere maggiore in Vaticano – verranno benedetti i locali rinnovati. Ma, soprattutto, verrà aperto simbolicamente un nuovo tratto di cammino per questa presenza.

«Vogliamo rendere il santuario sempre di più un luogo che attrae, mantenendo però la sua specificità – conclude padre Belussi -. Non ci interessa riempirlo in stile bed and breakfast. Che cosa vorrei che la gente portasse via da qui? Se crede, quello sguardo sulla Trinità che i benedettini ci hanno tramandato. Ma anche chi non crede, vorrei  che perlomeno potesse cogliere che questo non è un posto da “consumare” come qualsiasi altro». Missionari al tempo dei selfie. Per far gustare di nuovo una bellezza che non mostra noi stessi, ma il volto di chi ci ha creato. 

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