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Il cuore grande di suor Aziza

Un libro ripercorre la missione di una religiosa comboniana eritrea a fianco degli ultimi, dall’Africa al Medio Oriente. Tra i conflitti, in difesa dei diritti e della pace

La piccola Azezet frequentava ancora le scuole elementari quando incontrò per la prima volta dei lebbrosi. Erano accolti nell’ospedale della sua città, Massawa, centro eritreo affacciato sul Mar Rosso, e lei andava a trovarli per portare loro del cibo o qualche vestito usato. Le piaghe e la sofferenza di quelle persone colpirono Azezet nel profondo e rappresentarono per lei la prima occasione per scoprire la predilezione per i più vulnerabili che avrebbe segnato tutta la sua vita.

Qualche anno dopo, mentre nelle scuole i secessionisti eritrei reclutavano giovani volontari per la causa della liberazione contro l’occupazione etiope, Azezet – che aveva accarezzato l’idea di unirsi alla resistenza – conobbe invece suor Tsedalemariam, una comboniana che le mostrò un documentario sulla missione delle sue consorelle tra i lebbrosi del Sud Sudan. «Mentre lo guardavo mi è nato dentro il desiderio di dare tutta la vita per alleviare la sofferenza dei più emarginati», racconta lei stessa nel libro Oltre i confini. In missione dall’Africa alla Terrasanta (scritto con la giornalista Alessandra Buzzetti per la Libreria Editrice Vaticana, pp. 128, euro 14). Perché, dopo aver capito la strada a cui era chiamata, Azezet Habtezghi Kidane rifiutò il matrimonio che la famiglia aveva già combinato per lei, prese i voti tra le suore comboniane e da allora non ha mai smesso di spendersi in prima persona nei contesti più complicati del pianeta.

A cominciare proprio dal Sudan del Sud, dove arrivò nel 1990, fresca di diploma da infermiera, mentre infuriava la guerra civile per l’indipendenza dal Nord. «Le scuole erano chiuse, i cadaveri ammassati in ospedale, gli orfani a ogni angolo – racconta la religiosa -. Raggiungere l’ambulatorio significava rischiare ogni volta la vita, ma i lebbrosi e i feriti che ci aspettavano avevano bisogno di noi». Fu un’esperienza missionaria intensa e dura, inframmezzata anche da una traumatica espulsione dal Paese e dalla necessità di guarire le ferite invisibili lasciate dento di lei della guerra.

Le conseguenze di un altro conflitto lacerante sono quelle che la comboniana, oggi 68enne, ha conosciuto nei suoi sedici anni in Terrasanta, vissuti sempre a fianco delle comunità più fragili: dai beduini minacciati dai coloni e dalle ruspe dell’esercito israeliano alle giovani donne africane vittime della tratta nel deserto del Sinai, per le quali ha fondato una cooperativa insieme a una psicoterapeuta ebrea. Con una peculiare capacità di «tessere le relazioni», sottolineata nella prefazione dal cardinale Pizzaballa. Il coraggio di suor “Aziza” – in arabo “carissima”, il nome scelto per lei dagli amici musulmani – le è valso tra l’altro il riconoscimento dell’allora segretario di Stato americano Hillary Clinton per la lotta al traffico di esseri umani.

Ma il tratto distintivo dell’intrepida religiosa, oggi impegnata nell’animazione missionaria in Italia, non è mai stato il puro attivismo. Nel libro racconta di quando i membri di clan beduini in conflitto si rivolgevano a lei: «“Perdonali tu per me, perché io non ce la faccio”. Scorgevano in me qualcosa di cui spesso io non ero neppure consapevole. Forse a volte dimentichiamo quanto la fede cristiana, se vissuta, ci cambi. La nostra fede s’incarna». E ci fa strumenti di riconciliazione.

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