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Il bene si moltiplica

Il Sostegno a Distanza del Pime si rinnova: il programma “UnoXtutti” allarga lo sguardo dai singoli alle comunità «per amplificare l’impatto dell’aiuto e rivelare la ricchezza di contesti lontani», spiega la coordinatrice

I primi furono i bambini birmani della missione di padre Mario Meda, a Kengtung, che negli anni Cinquanta del secolo scorso poterono andare a scuola grazie all’idea del sacerdote del Pime di affidarli – virtualmente – a famiglie di Paesi lontani. Un decennio dopo, quando in un ufficio del neonato Centro Pime di Milano le schede dei ragazzi di diverse missioni cominciarono a essere abbinate ad altrettanti donatori desiderosi di sostenerne gli studi e la crescita, l’intuizione di padre Meda si trasformò nelle “Adozioni d’amore a distanza”. Nasceva così la prima forma di un modello di solidarietà imitato poi da innumerevoli altre associazioni, e che in questi quasi sessant’anni ha cambiato la vita di decine di migliaia di ragazzi. E, insieme, quella delle loro comunità: «Fin dall’inizio ai missionari fu chiaro che lo sviluppo dei popoli parte dall’istruzione», racconta Monica Guglielmi, coordinatrice dei progetti di Sostegno a Distanza (SaD) del Pime. A dimostrarlo, d’altra parte, sono le storie di tanti di quei bambini che sorridevano nelle fototessere inviate ai loro “adottanti”, insieme a pagelle o letterine, e che oggi sono diventati medici e ingegneri, infermieri e insegnanti. A riprova dell’efficacia di una formula che ha superato la prova degli anni. Perché – dunque – cambiarla?

«In realtà – sottolinea Monica Guglielmi – il Sostegno a Distanza non ha mai smesso di evolversi, adeguandosi alle nuove esigenze dei contesti e alle mutate sensibilità dei tempi, pur senza snaturarsi. Tanta acqua è passata sotto i ponti da quando, decenni fa, capitava che in missione un neonato fosse battezzato con il nome del benefattore europeo… Oggi alcuni nostri missionari gestiscono scuole in cui gli studenti cristiani siedono al banco con compagni musulmani o buddhisti». A cambiare, in questi decenni, è stato anche il linguaggio, a cominciare dal nome: «Ci si è resi conto che la parola “adozione” era in un certo senso fuorviante perché poteva dare al donatore l’impressione di avere un bambino “proprio”, senza l’adeguata consapevolezza del suo contesto di vita. Era importante fare capire che i piccoli vivevano in un villaggio, con la loro famiglia, e che i sostenitori avevano l’opportunità di mettersi al loro fianco, seppure da lontano: da qui la scelta di passare, nei primi anni Duemila, alla denominazione ufficiale di “Sostegno a Distanza”».

È nel solco di questa continua evoluzione che si è pronti, oggi, a fare un altro passo in avanti con il nuovo programma SaD “UnoXtutti”: l’obiettivo è allargare lo sguardo dal singolo “adottato” alla sua comunità, tutta intera, secondo un modello in grado tra l’altro di moltiplicare l’impatto dell’aiuto e di renderlo più duraturo. Un’innovazione che arriva da diversi input. Il primo è venuto, ancora una volta, dalla riflessione sul tempo in cui viviamo: «Oggi – spiega Guglielmi – il tema dell’utilizzo delle immagini, in particolare quelle dei minori, è caldissimo ed è reso ancora più urgente dalla loro esposizione sui social media. Alle nostre latitudini abbiamo maturato, per fortuna, una forte sensibilità e un’attenzione notevole: chi di noi non ha mai dovuto firmare una liberatoria anche per una semplice fotografia di classe? Ci siamo chiesti, quindi, per quale ragione dovremmo sentirci in diritto di non riservare lo stesso tipo di rispetto ai bambini dei Paesi di missione, a maggior ragione quelli più vulnerabili perché in situazione di fragilità. È giusto, in questo senso, inviare ai sostenitori le fotografie dei piccoli in primo piano, corredate da tutti i dati personali loro e delle loro famiglie? Per i nostri figli non lo faremmo mai».

Le valutazioni maturate negli uffici italiani del Pime sono state incentivate dai feedback provenienti dai missionari, che restituiscono l’immagine dei contesti in cui si trovano a operare oggi. Per esempio, i campi profughi in Ciad che ospitano i rifugiati sudanesi, dove è impegnato fratel Fabio Mussi. E in cui registrare le informazioni relative ai bambini – seppure con l’obiettivo di aiutarli – è un’operazione delicata e a rischio di essere controproducente: «Ci siamo accorti che l’equilibrio della convivenza tra diverse etnie, culture e religioni diventa sempre più precario, a volte basta un piccolo screzio per causare scontri violenti – racconta fratel Fabio -. In questa situazione, sta diventando sempre più difficile la raccolta dei dati personali e delle foto individuali delle bambine e dei bambini che frequentano le nostre scuole, perché può essere interpretata come uno strumento di “classificazione” per discriminare alcune etnie. Ovviamente non è così, ma dobbiamo evitare di fornire occasioni per creare divisioni e, al contrario, favorire l’integrazione. L’unica via è puntare sul gruppo, formato da bimbi di provenienza differente, che insieme cercano di costruire qualcosa attraverso l’istruzione».

Sfide diverse, ma altrettanto concrete, si riscontrano in zone segnate dalla guerra o dalla guerriglia, come il Myanmar o Haiti, dalle quali è spesso impossibile garantire continuità di informazioni personalizzate vista la realtà fluida e insicura. Significativa la testimonianza di Maurizio Barcaro da Port-au-Prince, dove a dettare legge, nella totale assenza di un controllo statale, sono bande contrapposte tra loro: «In questo momento organizzo le attività della missione “dietro le quinte”, per garantire, per quanto possibile, la mia incolumità e quella dei giovani che mi aiutano. Nelle nostre scuole, dove ormai studiano circa 4.000 bambini, non faccio foto o visite alle classi, o incontri con parenti o insegnanti: per ora è meglio così».

Anche in questi contesti di frontiera, come in tutti i 19 Paesi in cui il Pime ha progetti di Sostegno a Distanza, dall’India alle Filippine, dal Camerun alla Costa d’Avorio, dal Messico fino alla Papua Nuova Guinea, il nuovo programma “UnoXtutti” permetterà di sostenere i singoli allargando l’orizzonte sull’intera comunità e su nazioni spesso fuori dai radar mediatici. «Come capita con amici all’estero – è l’esempio scelto da Monica Guglielmi -, vorremmo che chi dona potesse scoprire qualcosa della quotidianità e della cultura dei Paesi in cui vivono le persone aiutate, così che ci sia più consapevolezza che il rapporto non è “a senso unico” – io europeo che faccio un’offerta e il “povero” che riceve passivamente – ma si tratta di un reciproco scambio, umano e culturale».

Ma sarà possibile tessere questi legami anche se la foto attaccata al frigorifero, o sistemata su uno scaffale del salotto, non sarà più quella di un singolo bimbo ma ritrarrà momenti della vita di un intero villaggio? «Lo sarà grazie alla mediazione dei missionari, che manderanno con frequenza aggiornamenti sulle comunità di cui i nostri donatori regolari diventeranno “Ambasciatori”». Arriveranno lettere e e-mail, ma si organizzeranno anche video-call e poi incontri personali quando i missionari saranno in Italia. E per permettere anche ai più giovani di fare parte di questo incontro tra mondi – nonostante la precarietà in cui si trovano intrappolate le nuove generazioni di italiani -, sono state pensate anche modalità di supporto più flessibili.

Ciò che varrà per tutti è la nuova prospettiva da cui nasce la più recente rivisitazione delle “Adozioni d’amore a distanza”, che Guglielmi sintetizza in uno slogan: «Non uno, ma ognuno». A essere sostenuto, d’ora in avanti, sarà ogni studente, ma pure ogni persona con disabilità, ogni anziano, ogni giovane bisognoso di un’opportunità. Anche le categorie coinvolte nei Sostegni a Distanza del Pime, infatti, da tempo si sono moltiplicate e questa tendenza si consoliderà: «All’inizio ci si rivolgeva solo ai bambini e si è proseguito così fino ai primi anni Duemila. Poi, diversi missionari hanno cominciato a farci notare che allievi con ottime potenzialità faticavano a proseguire la formazione fino ai gradi superiori, sia perché le condizioni ambientali imponevano che i giovani contribuissero alla vita della famiglia, sia per l’assenza di un’adeguata cultura dello studio». Sono partiti così i progetti che hanno permesso a tanti ragazzi e ragazze di frequentare le scuole superiori e a qualcuno di ambire all’università.

La sfida successiva sono state le persone con disabilità. «In molte delle realtà in cui siamo presenti la disabilità era considerata una vergogna, perfino una maledizione, oltre a rappresentare un oggettivo scoglio economico. Ci è sembrato quindi naturale allargare le opportunità offerte dal SaD anche alle persone che vivevano questa difficoltà, cominciando dai contesti in cui il Pime già gestiva progetti specifici, come in Camerun, in Thailandia o in Cina, per arrivare poi rapidamente a quasi tutte le nostre missioni». E proprio da queste ultime – ancora una volta – è arrivato un importante spunto in più, che la coordinatrice racconta partendo da un’esperienza personale: «Durante un recente sopralluogo ai progetti in Guinea-Bissau ho visitato una scuola in cui alcuni allievi con disabilità frequentavano, con gli adeguati strumenti compensativi, le stesse classi di tutti gli altri studenti. L’ultimo giorno di lezione prima delle vacanze, proprio uno di questi bambini è stato incoraggiato dai suoi compagni a fare l’alzabandiera, un momento molto solenne, in rappresentanza di tutti: mi è sembrata l’immagine perfetta dell’inclusione a cui i nostri progetti mirano. Ci siamo chiesti, quindi: perché promuovere interventi di Sostegno a Distanza rivolti unicamente a persone con disabilità in quei contesti dove già l’integrazione è diventata vita quotidiana?». La risposta è stata chiara: nel nuovo “UnoXtutti” si punterà a programmi inclusivi, investendo le risorse dei SaD in strumenti ad hoc per permettere la crescita insieme e in formazione per insegnanti a famiglie.

La “scoperta” più recente, infine, sono stati i nonni. «A farci aprire gli occhi su questo nuovo bisogno è stata un’esperienza concreta», racconta ancora Monica Guglielmi. «Dalla missione di Haiti, dove fin dall’inizio c’è stata un’attenzione privilegiata agli anziani che venivano abbandonati dai familiari all’ospedale di Port-au-Prince, ci è arrivata la proposta di affidare ai nostri benefattori venti “nonni” a cui garantire un accompagnamento dignitoso e umano per l’ultimo tratto della loro vita. La risposta dei donatori è stata sorprendente». Tanto che oggi sono in partenza progetti simili dal Camerun alla Thailandia. Per Guglielmi «anche questo è un segno dei tempi: da una parte, nella nostra società la sensibilità legata alle esigenze della terza età è molto presente, dall’altra pure nei Paesi di missione, dove gli anziani rappresentavano tradizionalmente una risorsa preziosa per le comunità ed erano curati e onorati, cominciano purtroppo a emergere situazioni di solitudine».

Nuovi bisogni che saranno al centro di “UnoXtutti”, così come altri che stanno emergendo, per esempio quelli legati alle migrazioni, visto che «il mondo si sta spostando dappertutto»: oltre che ai rifugiati sudanesi in Ciad, neonati progetti SaD sono dedicati alle famiglie che dal Myanmar in guerra fuggono in Thailandia, o ai migranti africani in Tunisia. Ciò che accomunerà tutti gli interventi sarà il fatto di essere “a termine”: «Vorremmo accompagnare le comunità finché ciascuna non sarà in grado di camminare sulle proprie gambe, per poi fare spazio ad altri». E, per sintetizzare lo spirito dei Sostegni a Distanza, la coordinatrice sceglie ancora un aneddoto dalla Guinea-Bissau: «La maestra aveva assegnato ai bimbi della scuola materna il compito di fare un disegno sulla propria famiglia, ma tre allievi si erano presentati senza il lavoro. Forse a casa non avevano i pastelli, o i fogli… Allora una piccolina, che aveva in mano il suo bellissimo disegno, inaspettatamente l’ha strappato in quattro parti: una l’ha tenuta e le altre le ha distribuite ai compagni. Nessuno va avanti da solo, progrediamo solo insieme». Tutti per uno, “UnoXtutti”.

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