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Piccoli migranti e nonni soli

Dalla Thailandia al Camerun al Myanmar, un viaggio tra i primi progetti “UnoXtutti”, molti dei quali incrociano le sfide più urgenti del presente. A cominciare dai bambini obbligati a lasciare le loro case per guerre e miseria

Chiang Rai, la “capitale” del Nord della Thailandia, è una meta suggestiva, tra la pura bellezza dei suoi templi buddhisti e i terrazzamenti smeraldo delle piantagioni di tè. E basta allontanarsi una manciata di chilometri dal centro di questa città dalla lunga storia per ritrovarsi nel cuore del Triangolo d’Oro, il punto in cui il confine locale incontra quelli di Laos e Myanmar, lungo le acque del Mekong. Un luogo di frontiera iconico, che da sempre, però, è un crocevia del traffico globale di droga e che oggi è testimone della tragedia di moltissime famiglie spinte ad attraversarlo per sfuggire al conflitto che sta martoriando il popolo birmano. Tra queste persone – decine di migliaia secondo le stime, costrette spesso nel limbo dell’illegalità -, a soffrire di più lo sradicamento e la condizione di emarginazione in quanto stranieri e “diversi” sono i bambini e i ragazzi. «Loro sono il futuro della società multietnica di questo Paese, ma senza l’accesso all’istruzione sono destinati a restarne ai margini», commenta il missionario del Pime padre Raffaele Pavesi. Che spiega: «I figli di chi non ha i documenti in regola non possono iscriversi a scuola, ma c’è anche il problema di chi arriva a dieci o undici anni e piuttosto che essere inserito in prima elementare o addirittura alla scuola materna rifiuta di andare in classe. Ma riuscire a comunicare con le persone che ti circondano e conoscere la cultura del Paese in cui vivi è fondamentale». Per questo uno dei primi progetti con la nuova modalità “UnoXtutti” sarà dedicato proprio a sostenere le iniziative di padre Raffaele per l’inclusione delle famiglie migranti nella società thai: corsi di lingua, borse di studio, materiale scolastico, doposcuola. Ma anche lezioni della lingua di origine, affinché i piccoli non dimentichino le proprie radici.

Al di là della frontiera, le sfide quotidiane sono numerose anche per i ragazzi rimasti nel Myanmar in conflitto. In particolare quelli che già vivevano in situazioni di marginalità, come i figli delle famiglie insediatesi, in seguito alle devastazioni del ciclone Nargis, nello slum di Insein, alla periferia nord di Yangon. Molti di loro non sono mai stati registrati all’anagrafe e dunque non hanno accesso all’istruzione, né all’assistenza sanitaria. Per questi bambini, in particolare quelli che sopravvivono in condizioni precarie all’interno di una discarica illegale e trascorrono le loro giornate per la strada, esiste uno spazio speciale tra le baracche: è il Golden Beehive, l'”Alveare d’Oro”, l’unico centro per la prima infanzia dell’intero slum. Grazie alla collaborazione con la ong New Humanity International, legata al Pime, il progetto SaD “UnoXtutti” permetterà di garantire a cento piccoli un pasto al giorno, assistenza medica regolare e un percorso educativo in un contesto protetto. Ma i benefici si riverseranno sull’intera comunità, sia attraverso la formazione di insegnanti e famiglie, sia grazie al rafforzamento della coesione sociale e della cultura della protezione dei minori.

Anche in Africa, l’emergenza dei giovanissimi che in seguito alla crescente urbanizzazione si trovano di fatto esclusi dagli sperati benefici dello sviluppo è comune a tanti Paesi. Emblematica è la situazione della capitale camerunese Yaoundé, dove sono migliaia gli adolescenti che, spesso approdati alla città in fuga da situazioni famigliari difficili, non riescono a trovare un’occupazione a causa della loro scarsa istruzione e finiscono a vivere in povertà, su un marciapiede. Qui il Centro sociale Edimar, fondato dal missionario del Pime padre Maurizio Bezzi, è oggi in grado di accogliere e affiancare i ragazzi di strada ma anche i bambini nati dalle famiglie che sulla strada si sono formate. Ora sarà possibile sostenerli insieme, garantendo ai giovani la possibilità di riavvicinarsi al contesto familiare di provenienza e di acquisire la formazione necessaria per inserirsi nel mondo del lavoro, mentre ai piccoli saranno garantite istruzione, assistenza sanitaria e supporto educativo, così da poter vivere un’infanzia serena.

I ragazzi non rappresentano l’unica categoria vulnerabile dei Paesi di missione. Neanche l’Africa, dove il modello sociale tradizionale riserva alla terza età l’onore legato alla saggezza, è oggi immune da situazioni di disagio che interessano gli anziani. «In contesti di povertà diffusa e di debolezza dei servizi sanitari e sociali il rischio di abbandono e morte prematura è molto elevato», spiegano gli operatori dell’Area Programmi Internazionali del Pime presentando il progetto SaD “Dignità e cura nei villaggi di Mouda”, che partirà nell’Estremo Nord dello stesso Camerun a favore dei «custodi di una memoria collettiva importante, ma trascurata». Uno scenario che ha diversi parallelismi con alcuni contesti asiatici, come le aree rurali della Thailandia settentrionale dove l’esodo dei giovani verso le città e verso l’estero in cerca di opportunità lavorative ha lasciato molte persone anziane sole e prive del supporto familiare, tradizionalmente garantito sia nella cultura thai sia in quella tribale. Questa, infatti, è la terra delle cosiddette “tribù dei monti”, minoranze etniche – dai karen agli akha, dai lahu ai thaiyai – molte delle quali vivono in condizioni di fragilità economica, sociale e culturale.

A Ngao, nella provincia di Lampang, la popolazione sta rapidamente invecchiando e molti anziani si ritrovano oggi in grande difficoltà anche perché nelle zone montuose e più remote l’accesso ai servizi è difficile e l’assistenza statale del tutto insufficiente. Questi “nonni” soli, quindi, non possono curarsi in caso di malattie, ma faticano anche a nutrirsi adeguatamente, per non parlare dell’isolamento sociale e del rischio di cadere in depressione. A fronte di questa nuova – e trascurata – emergenza è nato il progetto “UnoXtutti”, coordinato da padre Valerio Sala, che punta a creare un sistema comunitario di assistenza domiciliare e di supporto umano e psicologico. Grazie alla collaborazione con le suore Camilliane gli anziani saranno anche aiutati nell’igiene e nella cura personale: attenzioni che non hanno solo un impatto positivo sulla salute fisica ma contribuiscono all’autostima, alla dignità e al benessere psicologico delle persone assistite.

Secondo un principio cardine del nuovo modello di Sostegno a Distanza, tutti gli interventi saranno svolti in stretta connessione con le comunità locali, con l’obiettivo di promuovere una cultura della cura e della solidarietà che possa proseguire anche oltre la durata formale dei progetti.

E guarda avanti anche un impegno promosso nella capitale cambogiana Phnom Penh a favore dei figli piccoli delle detenute del carcere Correctional Center 2, che nascono e crescono dietro le sbarre, malnutriti, isolati, senza possibilità di gioco o educazione. «Questi bambini spesso presentano rachitismo, problemi motori e ritardi nello sviluppo cognitivo, che a volte sfociano in devianze sociali», spiegano gli operatori della ong locale Il Nodo, che hanno fatto partire una serie di attività all’interno del carcere, dal fronte sanitario a quello educativo, per migliorare le condizioni di vita dei piccoli e delle loro madri. Grazie al SaD, le donne saranno sostenute durante la gravidanza e i neonati registrati all’anagrafe, i bimbi dai 18 mesi potranno uscire dalla cella e passare tutta la giornata in un asilo con personale dedicato mentre al raggiungimento dei tre anni di età si cercherà per loro una soluzione alternativa alla prigione, dove crescere in un ambiente familiare in attesa del ricongiungimento con la mamma. Da un capo all’altro del mondo, dai primi passi all’ultima fase della vita, il Sostegno a Distanza non smette di costruire il futuro.

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