Skip to main content

Bangladesh, speranze e incertezze

La vittoria del Partito nazionalista chiude una stagione politica segnata da proteste e repressione. «Si respira desiderio di cambiamento», dice Padre Franco Cagnasso

Dopo anni di governo autoritario, il Bangladesh guarda al futuro con una cauta speranza. È questo forse il risultato più rilevante emerso dalle ultime elezioni parlamentari, che il 12 febbraio hanno segnato una netta vittoria del Partito nazionalista del Bangladesh (Bnp), guidato da Tarique Rahman, figlio dell’ex prima ministra Khaleda Zia.

«La notizia principale riguardo a queste elezioni non è che ci siano stati brogli, che ci sono sempre stati – commenta padre Franco Cagnasso, missionario del Pime presente nel Paese da decenni – ma che ce ne siano stati così pochi. C’era anche una paura diffusa che tornassero le violenze. Ma se facciamo un confronto con il passato, possiamo dire che queste elezioni si sono svolte in un clima molto pacifico», racconta il sacerdote, arrivato per la prima volta in Bangladesh nel 1978.

Il voto, con cui il Bnp ha ottenuto 212 seggi su 300, si è svolto dopo una fase politica turbolenta. Per circa due anni il Paese è stato amministrato da un governo tecnico guidato dal premio Nobel per la Pace Muhammad Yunus, chiamato a gestire la transizione dopo le proteste del luglio 2024. In quell’occasione grandi manifestazioni guidate dagli studenti universitari avevano portato alla caduta dell’allora premier Sheikh Hasina, leader della Lega Awami, il partito che aveva guidato il Bangladesh all’indipendenza dal Pakistan nel 1971 e che aveva governato quasi ininterrottamente negli ultimi 15 anni.

«Dopo la messa al bando della Lega Awami, ci si chiedeva a quale partito si sarebbero rivolti gli elettori – spiega padre Cagnasso -. Molti erano persuasi che la popolazione si sarebbe orientata sui partiti islamisti, in particolare la Jamaat-e-Islami, che invece è arrivata seconda con un grande divario di voti. Anche per questo è difficile parlare di brogli: un risultato così netto significa che la popolazione voleva una vittoria del Bnp».

Le consultazioni hanno coinvolto più di 127 milioni di elettori su una popolazione di oltre 170 milioni di abitanti, chiamati non solo a rinnovare il Parlamento, ma anche ad approvare riforme costituzionali tramite referendum. L’affluenza del 59% è stata superiore alle attese, con una partecipazione significativa di giovani e donne.

Tuttavia non mancano le incognite. «Il Bnp è sempre stato abbastanza rissoso al suo interno. In passato ci sono state violenze tra fazioni diverse, quindi ora che sono arrivati al potere c’è il rischio di nuove tensioni», osserva il missionario. E anche la figura di Tarique Rahman resta controversa. In passato era stato condannato per corruzione e riciclaggio di denaro, ma ha trascorso solo 18 mesi in carcere prima di imporsi l’auto esilio a Londra. Per 15 anni non ha rimesso piede nel Paese, fino al suo ritorno nel dicembre 2025. «Ha adottato un atteggiamento da uomo politico maturo. Da quando Hasina è stata cacciata insiste sul fatto di non volere vendette, ma il bene del Paese, e sta cercando il dialogo con gli altri partiti». Nei giorni scorsi ha visitato anche gli esponenti della Jamaat-e-Islami. «Dopo le elezioni ha chiesto di non fare manifestazioni di vittoria, ma di riunirsi a pregare e ringraziare Dio. È un gesto notevole: anche se fosse propaganda, è comunque un messaggio contrario alla violenza e ai soprusi», aggiunge il missionario.

La voglia di cambiamento nasce soprattutto dalla stanchezza verso gli abusi della Lega Awami. «Le malefatte di Hasina erano diventate intollerabili, così come la strumentalizzazione dell’ala giovanile del partito, la Chhatro League, spesso coinvolta in violenze giustificate dal governo. E poi c’era il Rab», spiega padre Cagnasso riferendosi al Rapid Action Battalion, una forza speciale composta da membri scelti da vari gruppi militari o paramilitari, accusata per anni di esecuzioni extragiudiziali e sparizioni forzate.

Dopo la fuga di Hasina, una commissione governativa ha individuato 16 centri di detenzione segreti legati al Rab. Anche un’inchiesta Onu del 2025 ha parlato di uso della forza «indiscriminato e su larga scala» durante le proteste del 2024 durante le quali sono state uccise almeno 1.400 persone. «Hasina poteva anche avere ottime capacità politiche, ma si è fatta prendere dall’ebrezza del potere, e proprio per questo è crollata. Forse il suo errore più grande è stato non aver dialogato con gli studenti, ma averli definiti nemici del Bangladesh».

Il National Citizen Party, il partito studentesco nato da quel movimento popolare, in vista delle elezioni si è alleato con la Jamaat. «Tra i giovani c’è un risveglio religioso – commenta padre Cagnasso -. Molti ragazzi hanno ricevuto la loro formazione nelle madrasse finanziate dall’Arabia Saudita» per promuovere un Islam più radicale, in contrasto con la tradizione sufi del Bangladesh, che ammette anche il culto dei santi e la devozione nei santuari. Questo però non significa automaticamente radicalizzazione violenta: «Non incitano alla guerriglia, ma propongono un Islam più rigido», precisa il missionario. «È stato abbastanza spontaneo per gli studenti, quindi, che hanno questa tendenza filoislamica, a allearsi con la Jamaat, anche se alcuni in disaccordo poi si sono separati».

Alle elezioni gli islamisti hanno totalizzato 77 seggi, grazie a un’alleanza con 11 partiti. Dalla fondazione della Jamaat-e-Islami nel 1941, il partito non aveva mai superato il 12% dei voti ed era stato più volte messo al bando. Quest’anno ha raggiunto quasi il 32% delle preferenze con i partner di coalizione, passando da formazione marginale a principale partito di opposizione, ricoprendo il ruolo che era stato della Lega Awami.

Le minoranze religiose si erano a lungo sentite protette dal governo di Hasina. «Oggi tra i cristiani c’è una certa curiosa indifferenza. Buona parte ha probabilmente votato per il Bnp, che comunque ha una lunga esperienza al governo e non spaventa quanto la Jamaat». E anche gli islamisti hanno fatto dei passi falsi: «Shafiqur Rahman, il leader del partito, poco prima delle elezioni ha detto che le donne per natura non sono adatte a governare, alzando un gran polverone». Ma dagli anni Novanta il Bangladesh è stato governato quasi sempre da donne, Sheikh Hasina e Khaleda Zia, storiche rivali della politica nazionale. Dopo la morte di Zia, avvenuta nel dicembre 2025, oggi tocca al figlio Tarique dimostrare di poter guidare il Paese senza scivolare negli errori del passato.

Articoli correlati

Festival Biblico 2026

Festival Biblico oltre i limiti

Icona decorativa24 Aprile 2026
Icona decorativaRedazione
La 22esima edizione della rassegna promossa dalla diocesi di Vicenza e dalla Società San Paolo approderà in molte cit…
Corriere di Pechino

Diario di un corriere a Pechino

Icona decorativa23 Aprile 2026
Icona decorativaAlessandra De Poli
Il memoir dello scrittore Hu Anyan racconta la vita dei lavoratori che reggono l’economia cinese, tra impieghi precar…
Diocesi di Bafatá

Bafatá, 25 anni guardando avanti

Icona decorativa22 Aprile 2026
Icona decorativaAnna Pozzi
Dal 24 al 26 aprile, la diocesi guineana, guidata per vent’anni dal missionario del Pime Pedro Carlos Zilli, celebra …