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Lampedusa: aspettando Leone XIV

C’è molto fermento sull’isola più meridionale d’Italia e punto di approdo per migliaia di migranti, per la visita del Pontefice il 4 luglio, che intitolerà a Papa Francesco il molo Favaloro. Dove campeggia la scritta: «Proteggere le persone non i confini». Ascolta anche la puntata di Taccuino del mondo

A prima vista, il molo Favaloro sembra essere un approdo come tanti. In queste giornate calde e luminose di inizio estate, quando anche i turisti cercano un po’ d’ombra e di frescura, tutto appare immobile. Come se non potesse essere che così. Invece questo è il luogo reale e simbolico di una delle più gravi tragedie degli ultimi decenni: quella dei migranti che sbarcano stremati dalla traversata del Mediterraneo centrale. Ma anche quella di migliaia di naufraghi che su questo molo non sono mai arrivati. O che vi arrivano dentro teli di plastica.

Siamo sull’isola di Lampedusa, il punto più meridionale dell’Italia, una manciata di terra arida e rocciosa più vicina all’Africa che all’Europa. Dall’aereo, sembra essa stessa galleggiare su questo mare così bello quand’è bello, ma anche così crudele. Non più di chi, sulla pelle dei migranti, continua a gestire traffici criminali e business milionari. O di chi, in nome di una sedicente sicurezza, chiude le frontiere e, con esse, qualsiasi via legale per raggiungere la “fortezza Europa”. Una fortezza che sarà ancora più inavvicinabile con l’entrata in vigore il 12 giugno del nuovo Patto europeo sull’immigrazione e l’asilo.

Oggi più che mai, Lampedusa e il suo molo – dove campeggia la scritta: «Proteggere le persone non i confini» – sono un segno e un monito potenti, che parlano del fenomeno globale delle migrazioni, delle discutibili politiche italiane ed europee, ma anche di solidarietà. Qui Papa Leone ha scelto di venire in una data che già parla da sé: il 4 luglio 2026. Per gli Stati Uniti significa il 250° anniversario dell’indipendenza. Ma il Papa americano, che pure era stato invitato a Washington, ha deciso di fare visita a quest’isoletta che accoglie e non deporta, che fatica, ma non respinge. È un gesto forte quello di Papa Leone, che segue quello compiuto l’11 e il 12 giugno sulle Isole Canarie, meta anch’esse di migliaia di migranti. Un gesto per molti versi dirompente, di preghiera, di memoria, di solidarietà e di incontro: con gli isolani, con i migranti, con chi li accoglie. Dopo Papa Francesco, che fece il suo primo viaggio proprio a Lampedusa e a cui sarà intitolato ufficialmente il molo Favaloro, anche Leone XIV non si sottrae dal collocarsi sulle linee di frattura di un mondo che – come tanti barconi nel Mediterraneo – pare avviato verso una pericolosa e tragica deriva.

Deng non sa nulla del Papa di Roma in arrivo sull’isola. Sa però di essere arrivato sin qui sano e salvo con la sua famiglia: «Al Hamdullilah! Grazie a Dio!», sorride. È scappato alcuni anni fa dal Sud Sudan lacerato da una guerra intestina per rifugiarsi in Sudan. Lì ha imparato l’arabo per ricominciare una nuova vita. Nell’aprile del 2023, però, è scoppiata la guerra pure a Khartoum, peggio di quella che si era lasciato alle spalle. Si è rimesso in viaggio, questa volta con la moglie e i tre bambini, verso Egitto e Libia: «Bad Countries», dice, tornando all’inglese. Ma non vuole aggiungere altro. Ricorda solo che in mare sono rimasti per tre giorni. Erano in quaranta, tutti sudanesi.

«È stata dura. Siamo stanchi», ripete, ma continua a sorridere. I suoi bambini giocano con le bolle di sapone che hanno regalato loro gli operatori della Croce Rossa, che dal primo giugno 2023 gestisce l’hotspot, dove sono presenti altre organizzazioni come Unhcr, Oim e Save The Children e l’European Union Agency for Asylum (Euaa). Se il mare lo permette, quasi ogni giorno ci sono sbarchi. A volte più d’uno. Suor Cristina Tibaldo, Carmelitana Minore della Carità, è sempre lì ogni volta che arriva un barcone o una nave di salvataggio. Con lei ci sono altre due religiose, suor Colette, belga, delle Piccole sorelle di Charles de Foucauld, e suor Maria, romena, delle Suore della Provvidenza. Fanno parte del progetto promosso dall’Unione italiana superiori generali (Uisg) che ha portato un primo gruppo di religiose a Lampedusa nel 2015, al servizio non solo dei migranti, ma anche della comunità locale. Un’espe­rienza intercongregazionale e internazionale, che è un segno profetico di accoglienza e di apertura, oltre che di solidarietà, anche per una Chiesa che si vorrebbe sinodale.

«Non possiamo fare molto – dice -, ma possiamo cercare di “umanizzare” lo sbarco, con piccoli gesti e attenzioni, un saluto, un abbraccio, un tè caldo, qualche vestito specialmente per i bambini quando arrivano tutti bagnati, ciabatte per camminare sul molo rovente d’estato o freddo e scivoloso d’inverno». Non è facile stare sul quel molo, specialmente quando, con i sopravvissuti, ci sono anche i cadaveri di chi non ce l’ha fatta. «Recentemente ci avevano avvisato che erano 7, poi sono diventati 19. Non c’erano neppure abbastanza sacchi per portarli via. Ci sentivamo tutti avvolti da un profondo dolore».

Suor Cristina che, come le altre due religiose, è arrivata circa un anno fa, ha vissuto esperienze drammatiche, ma anche tanti momenti di resurrezione. Come la vigilia di Pasqua di quest’anno, quando sono state invitate dal cappellano militare nell’hotspot per un momento di preghiera con alcune persone rimaste per giorni in balìa del mare perché nessuno andava a salvarle. «La preghiera l’ha fatta un pastore che aveva viaggiato con loro. È stato commovente».

E aggiunge: «Sono arrivata a Lampedusa pensando di venire ad aiutare. Oggi so che sono venuta per imparare a non distogliere lo sguardo. Il mare qui non è solo mare: restituisce storie. Alcune arrivano ancora calde di vita, altre arrivano già trasformate nel silenzio. E io sono rimasta tra queste due rive: quella che respira e quella che non risponde più».

Non molto distante c’è il cimitero, anche questo un luogo molto caro alle religiose, dove Papa Leone farà la sua prima tappa. Racconta dei tanti che non ce l’hanno fatta. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), da inizio anno a fine aprile, nel Mediterraneo centrale hanno perso la vita circa 765 persone, 460 in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con un incremento superiore al 150%. È il dato più alto per questo periodo dell’anno dal 2014. «Simili tragedie dimostrano ancora una volta quanto siano pericolose queste rotte – ha dichiarato la direttrice generale dell’Oim, Amy Pope -. Salvare vite deve restare una priorità. Servono più sforzi, più coordinamento e alternative concrete, per evitare che le persone siano costrette a rischiare la vita in mare».

Il numero dei morti però continua ad aumentare, nonostante la diminuzione degli arrivi. Secondo i dati del Ministero dell’Interno, da gennaio a metà giugno 2026 sono sbarcati 12.737 persone (tra cui 2.325 minori non accompagnati) contro le 27.059 dello stesso periodo dello scorso anno. Circa il 16% sono state salvate dalle navi delle ong. La Libia è il primo Paese di partenza (85%), seguita dalla Tunisia (10%). Mentre Lampedusa si conferma il primo luogo di sbarco con il 63% di tutti gli arrivi via mare. Per quanto riguarda i Paesi di origine, il Bangladesh si conferma di gran lunga al primo posto (3.899), seguito da Somalia (1.432) e Pakistan (1.150). Continuano ad aumentare le persone provenienti dal Sudan in guerra (1.114), mentre si confermano ai primi posti Egitto (847), Algeria (872) e Tunisia (532).

Poco lontano dal molo Favaloro, si intravvede sul promontorio di fronte la Porta d’Europa, il monumento realizzato dall’artista Mimmo Paladino su iniziativa dell’ong Amani e di Arnoldo Mosca Mondadori. Pure questo è un luogo della memoria dei migranti morti in mare, ma anche un simbolo di speranza, di apertura e di accoglienza. Qui Papa Leone si soffermerà per un momento di riflessione prima di celebrare la Messa e di salutare le autorità, la comunità cristiana, i volontari e i bambini ammalati. E i lampedusani tutti, che attendono con ansia e con gioia il secondo Pontefice che li benedice con la sua visita. Anche a lui rivolgeranno il tipico saluto dell’isola: «O’Scià!», che significa «mio respiro, mia vita». Un saluto effettuoso e ben augurante per tutti .

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