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Siria, ripartire dalla verità

Nella difficile transizione dopo la caduta del regime, le famiglie delle vittime di sparizioni forzate si sono unite per cercare giustizia e sanare la memoria: «Nelle Tende della Verità condividiamo il dolore per andare oltre», dicono due attivisti

«Ricordo che nel dicembre del 2024, quando la conquista di Damasco da parte dell’Esercito libero siriano sembrava ormai alle porte, quello che aspettavo con più ansia era avere accesso alla prigione di Sednaya. In quel momento non mi importava tanto della caduta della città in sé, volevo solo che quel “buco nero” si aprisse e che i prigionieri ne uscissero». Wasel Hamideh sperava che da quel “buco nero”, luogo simbolo delle orribili violenze perpetrate dal regime di Bashar al-Assad contro decine di migliaia di cittadini siriani, potesse riemergere suo fratello Ayham, scomparso nel nulla il 25 settembre del 2013, a 28 anni, mentre aspettava un amico che gli aveva dato appuntamento nel quartiere di Zahera. «Un parente lo notò in un parco, in attesa, ma il suo amico non arrivò mai. È stata l’ultima volta che qualcuno l’ha visto».

Prima delle rivolte del 2011 e della successiva guerra civile, la famiglia di Wasel e Ayham viveva nel campo profughi palestinese di Yarmouk, che finì poi sotto il controllo dell’Esercito libero siriano. «Per questo il regime mise nel mirino i palestinesi». Anche Ayham potrebbe essere stato portato via solo per le sue origini, o forse i servizi di sicurezza avevano scoperto che in passato il giovane aveva partecipato a delle proteste contro il governo, e in una di queste aveva strappato una foto del presidente. Sta di fatto che, da quel giorno, le sue tracce si sono perse completamente. «Abbiamo cercato ovunque», racconta Wasel, che oggi è giornalista e consulente dell’Istituto indipendente per le persone scomparse in Siria, creato dall’Onu. «Abbiamo chiesto a chiunque potessimo, ma non abbiamo ottenuto risposte. A un certo punto, mio padre fu avvertito di non domandare più informazioni su Ayham: un’implicita minaccia». Nel gennaio del 2014 furono resi pubblici i “Caesar files”, decine di migliaia di fotografie fornite da un disertore della polizia militare che provavano torture e  uccisioni di massa perpetrate dal regime. «Passai una settimana a esaminarle, le guardai tutte. Alla fine, dissi ai miei famigliari che non avevo riconosciuto Ayham, o che forse l’avevo visto ma non ne ero sicuro. Ci aggrappammo alla speranza».

Dopo il 2018, il governo iniziò a consentire ai parenti delle persone scomparse di effettuare indagini tramite i tribunali e la polizia militare. «Abbiamo presentato richieste ripetutamente. Ogni volta, la risposta era la stessa: “Non trovato”. Siamo andati avanti così fino alla caduta del regime». Wasel e i suoi sono stati tra le migliaia di siriani che, nelle ore convulse della fuga di Assad, si precipitarono alla famigerata prigione di Sednaya, alla ricerca dei propri congiunti. «Fu uno shock», racconta. Nei luridi sotterranei dell’edificio, i segni delle torture erano ancora visibili. Ma di Ayham non c’era traccia. «Abbiamo visitato tutti gli ospedali, i centri per i sopravvissuti e l’obitorio dell’ospedale al-Mujtahid, che aveva esposto le foto dei cadaveri. C’erano famiglie che scorrevano le immagini dei corpi, cercando di riconoscere i propri cari. È stata una delle esperienze più sconvolgenti della mia vita. E oggi viviamo ancora in questa incertezza, sospesi tra speranza, ricerca e un’assenza insopportabile».

Una sensazione che, nell’ultimo anno e mezzo, Wasel ha avuto modo di condividere con tanti altri siriani passati attraverso lo stesso calvario. In particolare, quelli che hanno scelto di partecipare agli incontri delle Tende della Verità, un’iniziativa che lui stesso ha contribuito a creare per mettere in rete i parenti delle persone scomparse o detenute con la forza.

«Dopo la caduta del regime, le famiglie hanno iniziato a scendere in piazza, sventolando le foto dei loro cari e chiedendo risposte: “Che fine hanno fatto?” “Chi è il responsabile?”. Presto questa mobilitazione spontanea si è evoluta in un’iniziativa più strutturata per far sentire le nostre voci: chiediamo verità, giustizia, responsabilità, risarcimenti. E la garanzia che questi crimini non si ripetano». Stime prudenti suggeriscono che tra il 2011 e il 2024 oltre 500.000 persone siano state uccise e circa 150.000 siano state vittime di sparizioni forzate.

Unirsi è anche un modo per condividere finalmente il proprio dolore: «Molte famiglie non avevano mai parlato prima, perché anche solo menzionare un figlio o un marito scomparsi poteva essere pericoloso. Dopo la caduta di Assad, molti di noi sono rimasti scioccati nello scoprire quante persone condividessero storie simili: il silenzio era una forma di protezione». Non sorprende che il movimento si stia allargando: dalla prima Tenda della Verità a Jaramana, a sud-est di Damasco, altre ne sono nate, da Yarmouk alla Ghouta orientale, da Darayya fino a Salamiyah, nel distretto di Hama. Qui tra le fondatrici del gruppo c’è Mais Wanous, 35enne che lavora come responsabile delle risorse umane in un’azienda. «Allo scoppio della rivoluzione – racconta -, la mia famiglia prese posizione contro il regime. Il 9 agosto 2012, mio padre Adnan e mio fratello Salim furono arrestati in pieno giorno. Questo segnò l’inizio di un lungo percorso costellato di sofferenza, ricerche e umiliazione. Dopo quattro anni, mio fratello è stato rilasciato, ma di mio padre ancora oggi non sappiamo nulla. La speranza di un suo ritorno si è ormai affievolita, ma questo non toglie il mio diritto di cercare i suoi resti e di impedire che qualcuno faccia sparire documenti con informazioni sul destino suo e di tanti protagonisti della rivoluzione».

A fianco della giustizia, infatti, l’altra priorità è la memoria: «A Salamiyah abbiamo creato un “Giardino della Voce degli scomparsi” in cui abbiamo piantato degli ulivi: alcuni di noi li considerano “tombe simboliche” in attesa di ritrovare i resti dei nostri cari, per altri si tratta di un luogo per affrontare l’assenza di chi non c’è più». Simile è l’esperienza dei “Giardini di fichi”, uno dei quali sorge sulle terre del monastero di Deir Mar Mousa fondato dal gesuita padre Paolo Dall’Oglio, anche lui inghiottito nel gorgo del conflitto siriano.

Per Mais, tra i bisogni primari delle famiglie c’è «un supporto psicologico per accettare e affrontare la propria perdita. Ma anche assistenza legale, sostegno istituzionale, trasparenza e partecipazione ai percorsi giudiziari».

Su questo fronte, le Tende della Verità stanno svolgendo un importante ruolo di intermediazione: «Ci hanno permesso di sviluppare una voce unitaria, sia verso i media sia nel dialogo con gli enti governativi e non governativi come la Commissione per la giustizia di transizione e l’Autorità nazionale per le persone scomparse, istituite dall’esecutivo guidato da Ahmed al-Sharaa, e l’organismo creato dalle Nazioni Unite che si occupa dello stesso tema».

In Siria, la giustizia sta provando a fare il suo corso. Il 26 aprile è iniziato a Damasco il primo, storico processo contro ex funzionari del regime accusati di crimini di guerra, tra cui Atef Najib, il macellaio di Daraa. Questi tentativi, tuttavia, si scontrano con ostacoli legali e pratici, in un Paese instabile e intento a ricostruire tutte le sue istituzioni, compreso il sistema giudiziario (i famigerati tribunali antiterrorismo, noti per la mancanza di equo processo, sono stati sciolti).

Spiega Wasel Hamideh: «Uno dei problemi è l’assenza di un organo legislativo in grado di approvare una legge sulla giustizia di transizione. Le famiglie possiedono documentazione e prove, ma senza un quadro giuridico adeguato è difficile procedere legalmente». Non solo: «La giustizia di transizione non riguarda soltanto i tribunali: è una filosofia e un processo globale per le società che emergono da un conflitto. Deve essere indipendente e non selettiva: se è vero che il regime di Assad ha la maggiore responsabilità per i crimini dobbiamo anche riconoscere le violazioni perpetrate da altri attori. E se oggi, nonostante restino abusi e restrizioni, possiamo finalmente parlare, abbiamo il dovere di non rimanere intrappolati nel passato ma guardare avanti e costruire una nuova Siria basata sulla riconciliazione». Mais Wanous concorda: «Noi siriani siamo forti. Sarà un processo lungo, ma ci risolleveremo e realizzeremo il sogno per il quale mio padre, e tanti altri, hanno sacrificato le loro vite».

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