La suora delle carceri

La suora delle carceri

Prima in Camerun e ora in Italia, suor Paola Vizzotto porta avanti la missione di tutta una vita tra i detenuti, in particolare donne e bambini, accogliendo molte lacrime e cercando di donare anche un sorriso

 

In Camerun, la chiamavano la soeur des bandits, la suora dei delinquenti. In Italia è la suora delle carceri. Da una parte all’altra del mondo, in contesti e situazioni molto diversi, tra tanti impegni, progetti e attività, Paola Vizzotto, 81 anni di Milano, missionaria dell’Immacolata, ha mantenuto un punto fermo: l’attenzione per le prigioni e per le tante miserie che vi sono nascoste. Un impegno e una testimonianza che l’accompagnano da oltre 45 anni, da quando cioè, inviata ad Ambam, nella foresta del Sud del Camerun, è stata portata per la prima volta in carcere da un fidei donum di Treviso, don Mario Beltrame. «È stato un incontro-scontro – ricorda oggi la religiosa -. La prigione di Ambam era estremamente rudimentale, un muro e una tettoia di paglia, e molti prigionieri erano abbandonati a loro stessi. Mai mi sarei immaginata di sentirlo come un luogo mio. Invece, ho continuato ad andarci, a far visita ai detenuti, a seguirli quando avevano bisogno di cure. È quello che faccio ancora oggi qui in Italia».

Suor Paola evoca Gandhi, secondo il quale per avere il polso di una società occorre dare uno sguardo là dove nasconde le sue miserie. «Il carcere è una di queste miserie – riflette -: ci indica dove non si è saputo promuovere e proteggere l’umanità della persona, la sua dignità; ci mostra ferite e ingiustizie». Questo vale ovviamente non solo per le prigioni del Camerun, ma anche per quelle italiane, che si fondano su un sistema quasi esclusivamente punitivo: luoghi che chiudono, nascondono, interpongono muri tra il dentro e il fuori. Mondi che non si toccano e che camminano paralleli, rendendo difficili anche i processi di riconciliazione e di reinserimento sociale dei detenuti.

Tutto questo suor Paola lo ha vissuto in maniera drammatica e talvolta estrema quando – dopo una parentesi al Centro Pime di Milano dove si è occupata della rivista per ragazzi Italia Missionaria – è tornata in Camerun, nella capitale Yaoundé. «Sentivo il bisogno della missione e ho chiesto di ripartire. A Yaoundé, lavoravo con il vescovo al Centro diocesano e ho voluto conoscere le varie realtà in cui la Chiesa era presente». A quel tempo – erano gli anni Novanta – la situazione del penitenziario di Nkondengui era drammatica: uomini, donne, bambini tutti mischiati; condannati a morte con pesanti catene; torture e punizioni corporali; condizioni igienico-sanitarie pessime. E poi moltissima corruzione e un sistema giudiziario disastrato. Ma già allora c’era un’équipe internazionale di missionari che lavorava dentro e fuori dal carcere, tra cui padre Maurizio Bezzi del Pime. «Quando sono entrata per la prima volta – ricorda la missionaria – è stato un colpo al cuore. Ma anche un colpo di fulmine! Ho sentito che qualcosa mi chiamava proprio lì dentro. E così, un po’ alla volta, ho finito per passare gran parte del mio tempo in prigione».

Sono stati anni difficili e intensi, di grandi battaglie. Una, importantissima, è stata quella per dividere donne e minori dagli uomini, perché non subissero violenze e abusi. «Con padre Maurizio ci occupavamo soprattutto dei ragazzi. Abbiamo creato una scuola di alfabetizzazione, laboratori artigianali, attività sportive e abbiamo accompagnato l’iter giudiziario di alcuni di loro che non avevano nessuna assistenza. In alcuni casi c’erano innocenti che scontavano pene ingiuste solo perché non potevano difendersi». L’altro grande fronte di impegno è stato quello per le donne. «Grazie al direttore del carcere, siamo riusciti a creare un ambiente più degno e rispettoso, con una corte riservata solo a donne e bambini».

Nel giro di pochi anni il carcere di Yaoundé ha cambiato volto: sono stati pavimentati i cortili, sistemati i bagni, ristrutturate alcune aree… Anche le condizioni igienico-sanitarie sono migliorate sensibilmente. Donne e minori hanno avuto spazi più protetti. Il carcere però restava un luogo di degrado, abbandono e sofferenza. «Ricordo alcuni ragazzini che non avevano nessuno che si occupasse di loro. Era come se non esistessero. Su indicazione del vescovo, li seguivo come madre putativa. Non chiedevo mai perché fossero lì. Non lo faccio neppure qui in Italia. A volte me lo dicevano loro, a volte lo si sapeva per altre vie. Spesso scontavano lunghi mesi di detenzione preventiva senza nessuna accusa e magari senza nessuna colpa. C’erano tanta ingiustizia, ma anche biasimo e pregiudizio nei confronti dei prigionieri. Come se fossero degli scarti».

Una delle lotte che suor Paola non potrà mai dimenticare è stata quella per far togliere le catene ai condannati a morte, le cui condizioni in carcere erano particolarmente dure e umilianti. Si è trattato di una sfida di umanità e di fede. «I condannati a morte erano costretti a portare pesanti catene saldate alle caviglie. Una cosa penosissima, contro cui ci siamo battuti a lungo, ottenendo che venissero liberati. Poi, però, per legge, hanno dovuto rimettergliele. Quel giorno, i prigionieri sono usciti nel cortile centrale, cantando “Alleluja. Voi ci mettete le catene, ma Dio ci ha liberato”. È stata un’esperienza fortissima, indimenticabile». Un’esperienza in cui la fede è sempre stata centrale anche se non necessariamente esplicita. Nel carcere di Yaoundé, infatti, c’erano anche molti musulmani, cristiani di altre confessioni o animisti. I missionari non facevano annuncio o catechesi, ma qualcosa del senso profondo del loro essere lì passava comunque.

Suor Paola è un fiume di ricordi, come se quelle persone, quelle esperienze le avesse vissute ieri. «Un giorno, un condannato a morte mi ha dato la piccola bara di ebano che portava al collo e che tuttora conservo: “Non avere vergogna di piangere: le lacrime sono il sangue del cuore, significa che è ancora vivo”. Un altro uomo, un musulmano, mentre lo stavano portando via mi ha detto: “Il tuo Dio dev’essere grande se ha mandato qui persone come voi”. Non solo loro, tuttavia, ma anche noi, spesso facevamo l’esperienza della presenza di Dio. Ogni tanto ce lo confidavamo. Tutti, prima o poi, avevamo sentito la sua mano che ci teneva quando stavamo per crollare, quando sembrava che umanamente fosse impossibile reggere».

Quando, nel 1999, suor Paola è stata richiamata in Italia per collaborare con l’agenzia missionaria Misna, sembrava che per lei le porte del carcere si fossero definitivamente chiuse. Nel Duemila, comincia una collaborazione con le iniziative del Giubileo, seguita da un’intensa attività di animazione in giro per l’Italia, ma anche da un’esperienza con il cardinale Paolo Lojudice, nei campi rom. Tutto ciò ha fatto riaffiorare i desideri radicati in fondo al suo cuore. «Mi mancava il carcere, lo ammetto! – sorride suor Paola -. Così ho chiesto di poter tornare in prigione. E subito ho ottenuto il permesso!».

Sono ormai 16 anni che visita regolarmente la sezione femminile del carcere di Rebibbia. Tre anni fa, aveva cominciato a frequentare anche quella maschile, dove spesso ci sono figli e mariti delle detenute. La pandemia di Coronavirus ha rimesso tutto in discussione. Il carcere maschile è stato chiuso alla visite esterne, mentre quello femminile è rimasto quasi sempre aperto, con modalità diverse e nuove precauzioni. Suor Paola ci andava due giorni a settimana, sobbarcandosi un viaggio di quasi due ore all’andata e lo stesso al ritorno. Adesso, può andarci una sola mattina a settimana e la domenica per la Messa che non si celebra più in cappella, ma nei reparti. «È una cosa molto toccante – ammette la missionaria -: le donne escono dalle celle e si affacciano lungo i ballatoi, su tre piani. Un’immagine che sempre mi commuove».

Quello di Rebibbia è il più grande carcere femminile d’Europa, con 380 posti. Attualmente, le detenute sono circa 360, perché alcune sono agli arresti domiciliari per decongestionare un po’ gli spazi in questo tempo di pandemia; il 40% circa sono straniere. «Mi colpiscono le situazioni di molte donne rom, che spesso sono trattate male sia dai loro mariti, sia in carcere e talvolta pure in tribunale. Molte sono analfabete e vengono costrette ad andare a rubare. Non sempre è facile relazionarsi con loro, ma se le rispetti, se gli vuoi bene, si creano davvero dei rapporti molto forti».

Tra le africane, molte sono nigeriane, vittime di tratta e costrette a prostituirsi, ma talvolta anche complici di traffico di droga. «Arrivano in prigione distrutte nel corpo, nell’anima, nello spirito. A volte non hanno più contatti con nessuno, non sanno più niente dei loro figli. Quando acquistano un po’ di fiducia e si sciolgono, ti raccontano storie sconvolgenti».

Suor Paola si occupa dei reparti dove ci sono più povertà, fragilità e bisogni. Ma anche della lunga detenzione e del nido. C’è un’altra religiosa, suor Mariapia, delle Francescane dei poveri, che è assistente sociale e si interessa principalmente dell’infermeria, a cui fanno riferimento tante donne che hanno problemi anche di malattia mentale, spesso a causa della droga. E poi ci sono i volontari di Sant’Egidio e di altre organizzazioni, il cappellano e così via… Insomma, una bella rete che si estende anche oltre Rebibbia. Suor Paola, infatti, è referente per le consacrate che lavorano nelle carceri del Lazio. Ma ci sono rapporti di collaborazione anche a livello nazionale, specialmente con i cappellani, in modo da poter tempestivamente segnalare eventuali trasferimenti o particolari bisogni.

E poi c’è un importante lavoro di informazione e di sensibilizzazione. «Andiamo nelle parrocchie, non solo per chiedere aiuti, ma soprattutto per creare legami e far capire la situazione delle carceri, stimolando ad aprire lo sguardo anche sul detenuto e sul concetto di pena. Cerchiamo di mettere al centro il tema del dolore che è delle vittime e delle loro famiglie, ma anche di chi ne è responsabile, per provare a intraprendere percorsi di giustizia riparativa, non solo punitiva. Su questo, però, non c’è ancora molta sensibilità nel sistema giudiziario italiano e tanto meno nella società».

«A volte – ammette suor Paola – abbiamo la sensazione di non poter fare molto, solo ascoltare queste donne, lasciarle piangere, ridere, sfogarsi. Anche questo però è importante. Sentono di essere accolte, di essere delle persone. Condividiamo e asciughiamo tante lacrime; spesso sono di vera liberazione. Ma non ci sono solo quelle. Dietro le sbarre, proviamo a portare anche un sorriso e un po’ di buon umore!».