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Restare umani in un mondo impazzito

Ha da poco concluso il mandato da Alto commissario Onu per i rifugiati: parla Filippo Grandi, che per quasi 40 anni ha operato con le Nazioni Unite nelle aree più calde del pianeta, dal Sudan al Congo, dall’Afghanistan alla Palestina. «Chi paga le guerre sono i civili, ecco perché bisogna tornare a dialogare»

«In tutta la mia vita professionale sono stato un operatore umanitario e per esperienza so che l’impatto delle guerre a cui assistiamo è e sarà sui civili, soprattutto sui più vulnerabili: parlo delle vittime dei bombardamenti ma anche di chi pagherà la crisi economica, cioè chi ha meno risorse».

Davanti allo scenario globale, fatto di caos e conflittualità crescenti, Filippo Grandi non nasconde la sua preoccupazione. Lui, che a fine 2025 ha concluso un decennio come Alto commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha ben chiari negli occhi i volti di donne, uomini e tantissimi bambini che un ordine mondiale impazzito, le diseguaglianze, la crisi climatica hanno forzato a lasciare le proprie terre senza alcuna garanzia di una vita migliore. Ma Grandi, milanese, classe 1957, conosce bene anche le storie di chi ha subito i fallimenti dei tentativi di “esportare la democrazia” o disinnescare le tensioni in Medio Oriente: per l’Onu ha avuto ruoli di responsabilità dall’Afghanistan alla Palestina, dove è stato, tra il 2005 e il 2014, vice e poi Commissario generale dell’Unrwa. Prima ancora c’erano stati il Sudan, l’Iraq, il Congo…

Dopo quattro decenni al suo interno, che ne pensa della crisi dell’Onu?

«Ho dedicato la mia vita alle Nazioni Unite: ci sono entrato nel 1988 e l’ho fatto perché ho sempre creduto profondamente nell’importanza del suo ruolo. Che ci siano Stati più deboli e altri più potenti, spesso anche più prepotenti, è inevitabile. Ma proprio per questo, per evitare di ricadere in devastanti guerre mondiali, è necessario uno spazio in cui i Paesi si confrontino e gestiscano i rapporti di forza attraverso il dialogo. Se questo sistema si smantella, non avremo più quello spazio. Quindi dobbiamo riformare l’Onu e renderlo più efficace, ma non possiamo perderlo, o ci perderemo anche noi».

Lei ha affermato che la cooperazione non può essere sostituita dalla competizione: che cosa ci vuole per fare la pace?

«Ci vuole il dialogo. Fare la guerra non porta alla pace, condurre attacchi militari con l’intento di arrivare a un nuovo ordine mondiale meno conflittuale è un’illusione. E poi ci vuole coraggio perché l’obiettivo è inevitabilmente il risultato di compromessi: bisogna accettare che la propria sovranità abbia un limite in quella degli altri».

Lei era vice commissario all’Unrwa quando nel 2005 Israele si ritirò da Gaza. Oggi la Striscia è un cumulo di macerie e in Cisgiordania la violenza è fuori controllo. Vede qualche spiraglio per il futuro dei palestinesi?

«Il 2005 fu un’opportunità. Io ricordo di essere arrivato proprio nei giorni dello smantellamento delle colonie israeliane da Gaza e si respirava una certa aspettativa che questo avrebbe portato a una pacificazione. Poi, però, al ritiro dei coloni sono seguiti due fenomeni che negli anni successivi si sono nutriti l’uno dell’altro: da una parte l’ascesa al potere di Hamas, dall’altra il giro di vite continuo da parte degli israeliani, che hanno progressivamente impedito ai gazawi di fare qualsiasi cosa, di avere un qualunque respiro. Questo ha portato a vari conflitti, fino a quello seguito agli orribili attentati del 7 ottobre. Ma, come ho già detto, l’intervento militare e una distruzione sproporzionata come quella perpetrata da Israele a Gaza non porteranno alla pace. È necessario tornare al tavolo dei negoziati».

Come giudica il Board of peace voluto da Trump?

«Come ha detto forte e chiaro il cardinale Pizzaballa, questo or­ganismo non rappresenta i palestinesi. Come si fa a fare la pace fra due parti se una delle due non è rappresentata? E poi mi pare troppo ancorato a interessi economici e di parte: anche sorvolando sulla sua legittimità internazionale, non credo che abbia gli strumenti per raggiungere una pace duratura».

Ci sono anche molti scenari di guerra lontani dai riflettori. Il suo ultimo viaggio da Alto commissario è stato in Sudan, dove si vive l’emergenza umanitaria più grave del pianeta: che cosa ha visto?

«Il Sudan è il Paese in cui cominciai a lavorare per l’Onu e mi è sempre rimasto nel cuore. Oggi conta più di 10 milioni tra sfollati e rifugiati perché è straziato da un conflitto tra l’esercito e un gruppo paramilitare, entrambi appoggiati da differenti Stati regionali. Nel mio ultimo viaggio ho visitato alcuni campi profughi dove ho parlato con donne sfuggite a un’aggressione dei miliziani: mi hanno raccontato di abusi, razzie subite ai posti di blocco, dove spesso i bambini maschi vengono portati via per farne guerriglieri. Alcune di loro hanno salvato i figli travestendoli da bambine. Orrori che non possiamo neanche immaginare e che purtroppo, nonostante gli allarmi degli operatori, capitano tutti i giorni nella quasi totale indifferenza internazionale, mentre i finanziamenti per le operazioni umanitarie sono assolutamente insufficienti».

Davvero tutto questo non ci riguarda?

«Al contrario, ci riguarda da vicino. Non solo perché credo che la sofferenza umana riguardi tutti noi e abbiamo un dovere morale di provare ad alleviarla. Ma è anche una questione di interesse: il Sudan è un Paese enorme in una zona strategicamente importantissima dell’Africa: confina con Stati molto delicati, dalla Libia all’Etiopia al Sud Sudan, ed è pericoloso mantenere un conflitto in quest’area. Poi c’è la questione migratoria: una guerra così vicina al Mediterraneo rappresenta il rischio di un esodo di rifugiati. Già abbiamo visto crescere il numero dei sudanesi in arrivo sui barconi, perfino in quelli che attraversano la Manica verso l’Inghilterra. E a queste condizioni la situazione potrà solo peggiorare».

Un altro conflitto dimenticato è quello del Myanmar, dove lei seguì l’esodo dei rohingya: che ne è oggi di quel popolo?

«Sono tornato in Myanmar di recente. Lì, dopo il golpe del 2021, le tensioni tra la maggioranza birmana e le varie minoranze sono aumentate e sfociate in un conflitto durissimo, con bombardamenti sui civili e sfollamenti di massa. In questo contesto la condizione dei rohingya, popolo musulmano tradizionalmente discriminato dalla maggioranza buddhista, non ha fatto che aggravarsi. Nel 2017 noi ci occupammo della fuga di un milione di persone verso il Bangladesh: quella gente purtroppo non è tornata e, anzi, altri se ne sono andati».

Quanti sono oggi i rifugiati a livello globale e dove vanno?

«L’Unhcr li stima in circa 120 milioni, tra chi fugge all’estero e chi si sposta all’interno del proprio Paese: è un numero enorme, il doppio della popolazione italiana. Ma non è vero, come sostiene certa politica, che “vengono tutti da noi”: al contrario, oltre il 70% si trova in Paesi poveri e lì dovrebbe essere indirizzato il grosso degli aiuti, non solo per sostenere le persone in fuga e le comunità che le ospitano, ma anche per stabilizzare i flussi. Noi chiudiamo le frontiere, respingiamo, ma bisogna intervenire lungo le rotte, con risorse e opportunità».

In mancanza di questi interventi, oggi in molti bussano alle porte dell’Europa o concludono tragicamente il loro viaggio nel Mediterraneo. Come giudica le politiche migratorie europee?

«Dobbiamo migliorare la gestione dei flussi e l’accoglienza. In questo senso il patto europeo su migrazione e asilo, pur con diversi limiti, è un tentativo di guardare il fenomeno nel suo insieme, un compromesso che secondo me vale la pena mettere in atto. Poi, come dicevo, è molto importante fare di più a monte, ma questo è complicato nello scenario terribile in cui ci troviamo. Per non parlare dei tagli alla coo­perazione: gli Stati Uniti hanno ridotto moltissimo i contributi, ma lo hanno fatto anche Paesi europei come Francia e Germania. Una scelta miope, che rende ancora più complicata la gestione alle nostre frontiere».

Che ne pensa degli accordi siglati dall’Italia con Paesi di tran­sito che non garantiscono standard democratici, come la Libia, ma anche la Tunisia?

«Gli accordi bilaterali devono essere giudicati uno per uno, senza la convinzione che siano per forza illegittimi e contrari ai diritti. Detto questo, la Libia pone grossi problemi e anche in Tunisia abbiamo visto violazioni gravi, ma è un Paese con cui bisogna parlare. Anche l’Albania è un interlocutore importante. È necessario però che gli accordi siano conformi al diritto internazionale: proprio per questo esistono organizzazioni, come l’Unhcr, costituite da esperti tecnici che possono consigliare i governi su come escogitare approcci diversi da quelli tradizionali, che garantiscano la legittimità».

Tra i ricordi della sua lunga esperienza, ce n’è uno che vuole condividere con noi?

«Negli anni Ottanta ero volontario nei campi di rifugiati in Thailandia. Uno dei miei primissimi giorni, vidi un bambino morire tra le braccia di sua madre per colpa della malaria: una malattia che in qualsiasi altro contesto che io conoscevo, da giovane europeo, sarebbe stata curata. Quell’episodio, per me molto traumatico, mi diede il senso dell’ingiustizia e della sofferenza provocate dalla guerra sui civili innocenti, ma mi fece anche capire il significato dell’impegno umanitario, che può alleviare quella sofferenza mentre si persegue la pace come obiettivo a più lungo termine. Come un ponte dal dolore presente alla sperata pace futura. Quell’esperienza giovanile contribuì a formarmi e ha continuato a motivarmi nei decenni che sono seguiti».

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