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I bambini scrivono ai fabbricanti di morte

In un libro, le testimonianze di bambini e ragazzi che vivono in contesti di conflitto per dire basta alla produzione di armi che provocano migliaia di vittime civili

Comincia tutto con un incontro e con un messaggio di Arnoldo Mosca Mondadori, presidente della Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti, a Papa Francesco: «Santo Padre, caro fratello, mi permetto di condividere con te un’iniziativa. Ho pensato a un’idea per un libro: Lettere dei bambini ai fabbricanti di armi. Un libro composto di lettere di bambini di tutto il mondo, in particolare di quelli che vivono nei Paesi in guerra. Un libro da inviare alle maggiori aziende e ai Paesi che producono le armi per guadagnare, oltre che ai capi politici».

La risposta del Papa non tardò ad arrivare: «Mi piace l’idea del libro. Avanti!». Non solo, ricorda Mosca Mondadori. «Su un punto, su cui ci siamo confrontati molte volte, era di una lucidità cristallina. Me lo scrisse in un altro messaggio: “Mentre tanta gente muore nelle guerre, gli investimenti che danno più reddito sono quelli nelle fabbriche di armi. Si guadagna con il sangue”».

Da questo scambio di messaggi, ma soprattutto da una lunga e profonda frequentazione e amicizia tra Arnoldo e Papa Francesco, ha visto la luce questo libro. Libro che porta il titolo che aveva nella sua originale ispirazione e che è stato arricchito dal lavoro di Cristina Castelli, responsabile dell’Unità di Ricerca sulla Resilienza-RiRes Dipartimento di psicologia dell’Università Cattolica e vicepresidente dell’Associazione Francesco Realmonte, e della nostra collega Anna Pozzi.

Il volume, pubblicato da Piemme (pp. 160, euro 14,50), contiene lettere, racconti e testimonianze di bambini e ragazzi che chiedono di smettere di fare la guerra e di fabbricare le armi in cinque contesti segnati da conflitti e crisi umanitarie: Striscia di Gaza, Ucraina, Repubblica Democratica del Congo, Myanmar e Sud Sudan. Ma è anche molto di più: vorrebbe infatti essere un «movimento di resistenza apolitico, di opposizione tenace e ostinata alla guerra e a tutte le forme di violenza, sopruso, sopraffazione, violazione dei diritti umani, specialmente dei più piccoli».

Ecco alcune lettere scritte dai bambini.

«Il mio nome è Elie, ho undici anni, vivo a Bukavu e non vado a scuola a causa della guerra. Vorrei che finisse presto e che tutti quelli che fabbricano e vendono le armi mettessero fine a questo traffico. Tutto quello che vogliono è renderci orfani. Io lo sono. Mio padre e mia madre sono morti a causa del conflitto. Molti altri bambini come me si ritrovano in strada. Queste armi sono la causa di morte e distruzione, di attacchi e sofferenze, di persone sfollate e di famiglie e bambini in strada.

Cari leader, noi vogliamo la pace, vogliamo crescere in pace e costruire il nostro futuro. Cari amici, aiutateci a chiedere la pace per noi e per tutti quelli che soffrono a causa delle guerre e delle armi» (Elie, 11 annni, R.D. Congo).

«Non so se lo potete capire, ma questo è quello che voglio dirvi. Durante la guerra molte persone hanno perso la vita. Durante la guerra molti morivano perché non c’era cibo e non c’erano medicine. Durante la guerra tutte le scuole erano chiuse. Durante la guerra non era possibile coltivare. Io voglio diventare presidente perché so che in questo Paese ci potrebbe essere molto cibo, ma la gente muore di fame. E c’è troppa divisione tra le persone, perché vengono messe le une contro le altre. Io voglio fermare tutto questo. Voglio che siamo uniti. Voglio produrre più medicine e meno armi, perché troppa gente sta soffrendo» (Nyakuoth, 16 anni, Sud Sudan).

«Qui proviamo molta tristezza, disperazione, tensione e paura. Abbiamo perso tante persone care. Le nostre case e la nostra vita sono state distrutte. Alcuni sono rimasti orfani o hanno perduto parte della loro famiglia, ma noi stiamo bene, grazie a Dio. Le armi uccidono la gente e distruggono le abitazioni. Uccidono soprattutto persone innocenti che non c’entrano nulla. Uccidono bambini o li privano dei loro familiari. Vorrei dire di smettere di fabbricare le armi e smettere subito di fare la guerra» (Mariam, 11 anni, Striscia di Gaza).

«Odio tantissimo le guerre. Non voglio che ci siano conflitti non solo in Myanmar, ma in tutto il mondo. Il mondo non può stare in pace se c’è guerra.

Gli studenti non possono andare a scuola e sono costretti a sposarsi molto giovani. Alcuni sono morti. Abbiamo perso tutti i nostri sogni e gli obiettivi della nostra vita. I militari hanno distrutto il sistema educativo, le case e le famiglie. Voglio che la dittatura fallisca il più presto possibile. Sono disgustata: comprano le armi e uccidono le persone invece di proteggerle. Non hanno cervello. Anche quelli che vendono le armi non hanno cervello. Voglio che la guerra finisca e che ci sia di nuovo la pace. Voglio indietro i bei giorni di un tempo» (Tida Aung, 18 anni, Myanmar).

«La cosa più difficile per me è stato lasciare i miei parenti. E poi ho un cugino che è ancora là in Donbass, dove c’è la guerra e mi dispiace tanto per lui, perché nella guerra muoiono non solo le persone adulte che magari hanno fatto qualcosa di male, ma anche i bambini innocenti appena nati e pure quelli un po’ più grandi. Questa cosa mi ha fatto soffrire, cosi come lasciare i miei amici e i miei compagni perché mi divertivo tantissimo con loro. Però quando eravamo in Donbass c’erano anche cose che mi facevano molta paura.

Ad esempio, se uscivi a fare una passeggiata con il cane, non potevi sapere se sarebbe andato tutto bene, perché sentivi che esplodevano le bombe e tutto ciò fa paura. E poi la mia mamma mentre c’era la guerra lavorava: una volta è capitato che andava al lavoro con l’autobus e una bomba è caduta proprio lì vicino e il pullman è saltato in aria.

Perciò fa tanta paura. Che cosa vorrei dire alle persone che fabbricano le armi? Ma voi non pensate? Fate morire tantissime persone! Un’amica della mamma, ad esempio, ha perso il figlio. Facendo la guerra fate soffrire tanto anche le famiglie di quelli che combattono. Perciò ripensateci!» (Ivan, 11 anni e mezzo, Ucraina).

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