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Icona decorativa, Icona decorativa4 Marzo 2026 Redazione

Myanmar, un anno dopo

Dopo il terremoto del marzo 2025 e nonostante le enormi difficoltà, New Humanity International, ong legata al Pime, ha ampliato le proprie attività, continuando a portare sollievo a un popolo che non trova pace

A un anno dal terremoto del 28 marzo 2025, la città di Mandalay mostra ancora le ferite del tragico evento. In alcuni quartieri si cammina tra muri crollati e tralicci di ferro, ma anche fra travi di legno e impalcature di bambù che invece servono alla ricostruzione. In alcuni casi le abitazioni e le pagode buddhiste sono ancora squarciate come quaderni a cui qualcuno sembra abbia voluto strappare delle pagine. La giunta militare che nel 2021 ha preso il potere con un colpo di Stato ha riportato un bilancio delle vittime di quasi 4.000 morti, ma secondo altre stime le persone decedute potrebbero essere più di 5.000 e quelle ferite circa 11.000. A dodici mesi di distanza è impossibile saperlo con certezza per la difficoltà ad accedere alle zone terremotate. Il sisma ha colpito soprattutto l’area centrale del Paese, tra le regioni di Sagaing e di Mandalay, dove da cinque anni persistono anche gli scontri armati.

L’impegno di New Humanity International

A muoversi per portare aiuti sono state soprattutto le realtà da tempo presenti sul territorio, come New Humanity International (Nhi), ong legata al Pime che lavora in Myanmar dal 2002. È successo anche dopo il sisma: gli operatori locali si sono subito mobilitati per fornire cibo, tende e aiuti di prima necessità agli sfollati del terremoto a Mandalay e nel Sagaing, aree che non rientravano nei progetti iniziali, ampliando così la propria attività.

Mentre diverse grandi agenzie hanno abbandonato il Paese per difficoltà logistiche, operative o di finanziamento, soprattutto dopo i tagli agli aiuti internazionali, New Humanity International ha messo insieme una nuova squadra per aprire un ufficio a Mandalay, nel tentativo di arrestare anche un altro fenomeno che sempre accompagna i conflitti: l’emorragia di giovani. Nelle aree dove i combattimenti sono più accesi, non si vedono uomini e donne in età di leva. Secondo alcune statistiche, fino a 4 milioni di persone sono fuggite solo nella vicina Thailandia o in altri Paesi dell’Asia in cerca di lavoro.

Ma in diverse aree, come nel Sagaing al centro del Paese, la catastrofe naturale si è innestata su un’altra frattura, quella del conflitto interno. L’incastro tra terremoto e scontri è la ragione per cui la ricostruzione è rimasta limitata e diseguale. Per la maggior parte della popolazione birmana, però, le tragedie non sono iniziate con il terremoto, e nemmeno con la guerra che imperversa da cinque anni, ma con la pandemia di Covid-19.

Testimonianze di dolore e resilienza

Una ragazza, che si occupa di contabilità e che preferisce restare anonima nel raccontare la sua esperienza, incastra gli eventi come gli anelli di una catena. Dice che nel suo quartiere di Mandalay ci si aiutava scambiandosi riso e utensili da cucina tra vicini: «La situazione era ancora gestibile», spiega, anche se le bombole di ossigeno per i malati cominciavano a scarseggiare. Bisognava quindi affrontare giornate interminabili in coda con la sensazione di aspettare «non si sa cosa». Finché un giorno «non abbiamo più trovato ossigeno».

Diversi commentatori sostengono che sia stata l’esperienza di chiusura della pandemia a favorire il colpo di Stato. Un’immagine straziante è rimasta addosso alla ragazza dopo quel trauma: un signore anziano si era messo in fila con una bombola di gas da cucina, sperando di poterla riempire con l’ossigeno per la moglie. «Avrei voluto aiutarlo», confessa l’operatrice. Ma cedere la sua scorta di ossigeno avrebbe significato mettere a rischio la sua stessa famiglia.

Poi, dopo il golpe, «tutto è cambiato di nuovo»: scuole e ospedali hanno cominciato a chiudere a causa delle proteste dei dipendenti statali che si sono rifiutati di recarsi al lavoro. I farmaci hanno cominciato a sparire dagli scaffali, mentre i prezzi sono triplicati. Con il terremoto la situazione è peggiorata ulteriormente: «Non potevamo stare in casa, dovevamo dormire per strada. Ma anche lì non sei al sicuro lo stesso», dice un suo collega. Tra le paure che devono affrontare i giovani, ad esempio, c’è anche quella del reclutamento forzato secondo una legge del 2024 che ha reintrodotto la leva obbligatoria. Per questo molti sono fuggiti o cercano di farlo.

Accanto alle persone con disabilità

Tra coloro che non possono abbandonare il Paese ci sono però le persone con disabilità, con cui New Humanity International porta avanti un lavoro fondamentale in un Paese a maggioranza buddhista, in cui le malattie sono spesso viste come una “punizione” del karma. L’associazione gestisce diversi centri iCare, dedicati alla disabilità infantile e alla riabilitazione. Nel solo 2025, fino alla fine di novembre, Nhi ha seguito 678 bambini, realizzando oltre 2.000 sessioni di fisioterapia a domicilio e più di 4.000 interventi individuali. Sono stati distribuiti centinaia di ausili per la mobilità e garantiti rimborsi medici e invii a ospedali o cliniche specializzate. In molti casi Nhi ha sostenuto anche le spese scolastiche, evitando che la disabilità diventasse una condanna all’esclusione.

Gli operatori locali spiegano che il problema più frequente con cui hanno a che fare è la paralisi cerebrale, causata dalla mancanza di ossigeno durante il parto e i cui danni neurologici accompagnano poi il bambino per tutta la vita. Spesso, però, le cause non sono cliniche. Un elevato numero di casi è correlato alla violenza domestica, che in Myanmar è un vero e proprio tabù. Non esistono dati a disposizione per quantificare il fenomeno, e nessuno ne parla apertamente. A una domanda diretta, molte donne scuotono semplicemente il capo senza proferire parola. Le fratture, in Myanmar, sono anche quelle dell’animo.

Un altro luogo di fragilità è il carcere minorile di Kaw Hmu, alla periferia di Yangon. Qui Nhi collabora con le autorità e con il Dipartimento del Welfare per portare ai giovani detenuti programmi educativi e di formazione professionale. Dentro l’istituto si organizzano corsi che permettono di ottenere una certificazione nazionale necessaria per trovare lavoro. Il rientro in società è monitorato attentamente affinché i ragazzi evitino di tornare a commettere reati.

Percorsi professionalizzanti vengono offerti anche al Dayamit College, nella township di Dala, che si trova a Yangon, oltre il fiume che prende lo stesso nome, in un’area periferica povera e considerata marginale dagli abitanti dell’ex capitale, sebbene basti un breve viaggio in traghetto per raggiungerla. Decine di ragazzi e ragazze che frequentano i corsi di Nhi provengono da zone abitate principalmente da minoranze etniche: sono chin, kachin o kayah cristiani che non hanno ancora compiuto vent’anni, ma vengono ospitati senza nessuna distinzione anche buddhisti e musulmani. Quasi tutti hanno abbandonato la scuola perché provengono da famiglie povere oppure a causa della situazione politica instabile.

Il conflitto ha portato alla dispersione di tantissime persone, anche in aree distanti dalle città. New Humanity International ha quindi pensato a un intervento per sostenere anche coloro che vivono nelle aree rurali e hanno visto aumentare il numero degli sfollati: programmi di formazione agricola, riforestazione e allevamento; creazione di gruppi di contadini che condividono i campi da coltivare per migliorare la redditività; costruzione di sistemi idrici; corsi sulla nutrizione e percorsi professionali pensati in particolare per le donne. Un corso molto popolare è quello dedicato alla produzione di ciabatte. Metafora di un Paese che vuole continuare a camminare, nonostante tutte le tragedie che ha vissuto.

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